Antonino  Raspanti
Presidente della Conferenza Episcopale Siciliana

 

Buonasera a tutti e grazie per l’invito che mi è stato rivolto. Come si può immaginare, ciò che si attende dal mio contributo è, in parte, l’esperienza e la posizione della Chiesa cattolica siciliana nei confronti dell’argomento e, forse, anche un tentativo, per quanto mi è possibile, limitatamente ai dati disponibili per me, di un piccolo punto sulla situazione odierna, almeno dalla prospettiva della Chiesa cattolica.

I dati pubblici sono a tutti noti: le posizioni che ha tenuto l’episcopato siciliano a partire dagli inizi del ‘900, poi gli anni ‘40 e dagli anni ‘80 in poi; soprattutto nel 1982 con la presa di posizione netta e contraria, circa un mese dopo l’omicidio del prefetto Dalla Chiesa, e con Giovanni Paolo II. Tutti ricorderemo il famoso discorso di quest’ultimo nella valle dei Templi di Agrigento, collegato al colloquio avuto prima della messa con i genitori di Rosario Livatino. Ebbene, rispetto alle posizioni precedenti, in esso si nota l’uso di un linguaggio più strettamente religioso sia nel rivolgersi direttamente ai mafiosi, senza parlarne in terza persona, sia facendo appello a categorie evangeliche, quali “conversione” o “giudizio di Dio”. In precedenza, nel tempo del cardinale Pappalardo e degli altri vescovi della Sicilia, il linguaggio e il modo di parlarne erano influenzati se non mutuati soprattutto dal mondo della magistratura e dalle carte che venivano fuori nelle indagini e nei processi. I decenni successivi sono ancora più vivi nella nostra memoria, da quello che è successo con padre Puglisi, con la sua beatificazione, fino alle posizioni di Papa Francesco.

Nel frattempo, le posizioni, i dibattiti e i giudizi si sono ampliati alla Campania e alla Calabria; da parte della chiesa abbiamo avuto i pronunciamenti della conferenza episcopale calabra, per esempio, di quella italiana e così via. Queste prese di posizione non sono state inutili e non sono rimaste semplici parole al vento, dal momento che hanno avuto precise conseguenze.

Prendo come esempio significativo il “pizzino”, quella sorta di testamento di Matteo Messina Denaro, che è uno dei più recenti e significativo da due prospettive quanto al tema di mafia e religione. Si può distinguere in quel messaggio, a mio modo di vedere, da una parte il rapporto tra la mafia e la religione cattolica, con quello che appena ho detto (ed è stato analizzato da tanti studi), e dall’altra parte chiedersi se e in che misura – in parte questo si riflette già in quello che il dottor Airoma accennava sul senso del limite – la stessa struttura della mafia, l’architettura mafiosa abbia del religioso in sé e si erga a religiosità in sé, se per religione si intende una visione onnicomprensiva, unitaria, integrale, che non si restringe a un singolo ambito della vita umana, ma è il punto di vista supremo a partire dal quale tutto si può interpretare. Secondo i medievali questo punto era Dio, la verità; anche secondo i mafiosi è in un certo senso così! Ovviamente occorre poi chiedersi qual è il Dio dei mafiosi. Il testo di Messina Denaro allorché rinnega i funerali in chiesa, rivela entrambi gli aspetti, tra di loro intrecciati.

Apro una piccola parentesi, perdonerete il riferimento personale. Nella diocesi di Acireale nel giugno 2013 ho emanato un decreto con il quale ho vietato le esequie in chiesa alle persone condannate in via definitiva secondo l’articolo 416 bis del codice penale e senza che mai avessero dato alcun segno di alcun genere di pentimento, quali presa di distanza dal loro operato e dalla struttura mafiosa e simili. Feci ciò in seguito a un incontro dei vescovi siciliani, nel maggio 2013, con Papa Francesco in occasione della visita ad limina. Il Papa chiedeva e voleva capire qualcosa intorno al fenomeno mafioso, dal momento che non conosceva la Sicilia e non vi era mai venuto. Quel decreto non passò inosservato. Perché?

Con esso non si colpiscono i soldi dei mafiosi: c’è già la legge Rognoni-La Torre che lo fa; si colpisce uno dei punti cruciali che va al cuore della mentalità mafiosa e che io, in chiave biblica, definirei “la gloria”. La gloria per eccellenza è attribuita al Dio ebraico e al Dio cristiano: è la manifestazione della potenza, della grandezza, dell’assolutezza e dell’alterità di Dio. Quando gli Ebrei passano il Mar Rosso, la nube che li illumina, mentre ostruisce il cammino dei loro persecutori, è la gloria di Dio; o quando, nei quarant’anni di cammino nel deserto, la tenda di Dio è sovrastata dalla nube, essa indica la presenza/gloria di Dio. E nel tempio, nel Santo dei Santi, luogo più interno e sacro della costruzione, è la gloria che vi risiede, cioè la sua presenza.

Penso che molti di voi, almeno in televisione, abbiate visto un funerale mafioso, soprattutto  degli anni ‘50 e ‘60 in Sicilia: è l’apoteosi, è la gloria; è il momento del riconoscimento pubblico e sociale di un potere indiscusso e assoluto.

Quando Messina Denaro rifiuta i funerali e dice: «Rifiuto ogni celebrazione religiosa perché fatta di uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato e non sono coloro che si proclamano i soldati di Dio a poter decidere e giustiziare il mio corpo esanime, non saranno questi a rifiutare le mie esequie». Egli prende una posizione netta contro la chiesa. Allora se ne conclude che egli sia ateo? No, anche perché continua a scrivere: «Il rapporto con Dio è personale, non vuole intermediari e soprattutto non vuole alcun esecutore terreno. Gli anatemi sono espressioni umane non certo di chi è solo spirito e perdono. Sono io in piena coscienza e scienza che rifiuto tutto ciò perché ritengo che il mio rapporto con la fede è puro, spirituale e autentico, non contaminato e politicizzato. Dio sarà la mia giustizia, il mio perdono, la mia spiritualità».

Egli rappresenta una generazione ormai impregnata dalla secolarizzazione, che già rifiuta la Chiesa accettando e riconoscendo Dio e Gesù Cristo; se questo è un segno che anche il mafioso respira e assorbe la cultura del suo tempo, mi sembra che le nuove generazioni mafiose vadano nella direzione verso cui va la stessa società, quella siciliana, quella italiana, quella occidentale, ovverosia da una forte secolarizzazione a una vera scristianizzazione, lasciandosi alle spalle la cultura cristiano/cattolica precedente. I giovani che crescono respirano questo clima, diventando anche loro un po’ scristianizzati. Messina Denaro è da leggere come chi pian piano vive il passaggio da una cultura cristiana a una post-cristiana. Egli non ha come punti di riferimento, ideali, simboli e rituali, l’architettura di pensiero e di vita strettamente cattolica, sebbene in parte sono riconoscibili i resti, ormai rimescolati con altra mentalità. La sua impostazione ha evidenti riferimenti cristiani perché, mentre rifiuta la Chiesa, si appella al Dio che è giustizia e perdono.

Il suo rifiuto della chiesa è netta reazione a quello che stava avvenendo circa la beatificazione di padre Puglisi, con le conseguenti condanne ecclesiastiche. Di fronte ad esse egli risponde «Chi come oggi osa cacciare e ritenere indegna la mia persona non sa che non avrà mai la possibilità di farlo perché io non lo consento, non ne darò la possibilità». Così finisce per rivendicare non solo un contatto diretto con Dio, ma soprattutto una rappresentazione di Dio che è al di fuori e al di sopra di quella della chiesa. Ne viene fuori un Dio gestito da se stessi, contro cui sia l’Antico sia il Nuovo Testamento mettono in guardia e si scagliano, bollandolo come idolatria. Questa è piuttosto l’eredità adamitica, dalla quale Cristo ha salvato l’umanità. Messina Denaro non è l’unico a percorrere questa via, ma la sancisce in occasione di uno dei riti più importanti, il rito di passaggio ultimo dalla morte all’aldilà. Sulla stessa scia sono i “pizzini” di Provenzano, con le innumerevoli citazioni bibliche e, dunque, un uso della Bibbia al di fuori di ogni consenso e autorità pubblica, come è quella della chiesa. Tanto da arrivare a mettere insieme queste citazioni con pellegrinaggi a santa Rosalia per ringraziarla di essere stati aiutati nell’uccisione di altri mafiosi.

Dietro questa evidente manipolazione della religione cristiana c’è l’arroganza di non riconoscere un limite. Ci si sgancia completamente da qualsiasi autorità, anche da quella religiosa (che è la suprema, perché ad essa è legata la coscienza della persona) e si pretende di costituire un’autorità “a proprio uso e consumo” , alla quale obbedire. Ciò implica uscire da ogni tipo di ragionevolezza, di diritto e di civiltà, per costituirsi come un assoluto al di fuori di tutto, compreso Dio, anzi, una vera e propria manipolazione e uno scimmiottamento della religione. Si può capire che lo sbocco inevitabile sia la violenza nelle relazioni umane.

Questo lento e graduale allontanamento degli uomini di mafia dal mondo strettamente chiesastico e cattolico va di pari passo, dunque, con la nostra cultura. È un allontanamento che si rileva nei concreti modi di fare: sempre meno ci sono richieste o tentativi di caricare il Santo da parte di persone di quella cerchia. Penso che qualcuno ancora ci sia, qualche tentativo di fare inchini durante le processioni ancora c’è, ma sempre meno. Ciò è dovuto a entrambe le ragioni: per un verso alla presa di posizione netta da parte dei vescovi; per altro verso, è il fatto che la cultura dominante non è più quella cattolica. Rimangono alcuni caposaldi che sono riconducibili al cristianesimo, ma anche alla religiosità umana: coscienza, giudizio, morte, etica sono elementi che ancora rimandano in qualche modo alla religione cristiana.

Se prima, ad esempio, si veniva iniziati alla cosca mafiosa col bruciare il santino nella mano, con il bucare la mano e far scorrere il sangue, e così via, cose tutte che hanno somiglianze con la ritualità cristiana, probabilmente adesso questo non accade più; ma rimane il fatto di fondo: voler costituirsi non solo come un quasi-Stato, ma come una quasi-religione. Per il giudeo-cristianesimo questa è idolatria, l’attentato massimo al Dio dei Padri e di Gesù Cristo.

Questa visione globale e onnicomprensiva del tutto, con la quale l’uomo intende padroneggiare la società in cui vive, rimane la struttura costante della mafia, costituisce il suo DNA. A mio avviso, esso non cambia con il cambiare delle forme esterne che essa assume. Negli ultimi decenni mi sembra che si sia abbassata la guardia nei riguardi del fenomeno mafioso, forse perché le forme esterne sono mutate. Diventa noioso o ripetitivo parlare sempre delle stesse cose o forse ci si illude che il cambio di strategia da parte dei mafiosi, avvenuto dopo le grandi stragi, possa aver contratto il fenomeno. In realtà gli studiosi ci hanno raccontato che i cicli del fenomeno si avvicendano, ma tornano con puntualità impressionante.

Se la cosiddetta fase stragista è stata accantonata dagli stessi mafiosi e si sono ricostituiti altri codici, non vuol dire che l’organizzazione è meno pericolosa. Le presunte leggi e i codici mafiosi non possono in alcun modo funzionare, in quanto sono istituiti di volta in volta dal più forte. Non sono la ragione e il diritto a ispirarle, bensì la convenienza del più forte, che si fa strada con la violenza sugli altri. Gaspare Spatuzza apre gli occhi quando scopre che coloro che riteneva come padri assoluti e perfetti, cioè i fratelli Graviano, intascavano gran parte del denaro che la cosca procurava con le varie attività illecite. Pertanto, lui che era perfetto osservante dei codici mafiosi aveva sempre obbedito e creduto in quelle leggi e in coloro che li garantivano, mentre proprio i guardiani si rivelavano i peggiori ipocriti e quindi traditori. A cicli non può che tornare il caos e la divisione.

Concordo con quel che ho ascoltato sia del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, sia da parte della consigliera Daniela Bianchini: il termine “integrale” del nostro convegno richiama la cultura; perciò, la lotta al fenomeno mafioso non si può affidare solo ai magistrati e alle forze dell’ordine. Essa è molto più ampia. Forse i maestri migliori che ci hanno insegnato a leggere la cultura siciliana sono i letterati; abbiamo avuto un ‘900 letterario siciliano strepitoso, non soltanto nei due grandi premi Nobel, ma in moltissimi altri che ci hanno insegnato a leggere anche criticamente la posizione della Chiesa cattolica, e ci hanno insegnato a interpretare in profondità questa terra: redimibile o non redimibile?

Torno per un attimo indietro alla domanda che lasciavo intravedere: anche i parroci e le comunità sono così fermi nel bloccare i tentativi dei mafiosi di mettere le mani sulle feste religiose popolari? Riesce a penetrare nei parroci e nelle parrocchie la presa di posizione che noi vescovi abbiamo assunto da un po’? Nella mia esperienza direi: da una parte globalmente sì, si riesce. Proprio perché c’è sostanzialmente questo divorzio, questo andare su due strade divergenti. Dall’altra, però, continuo a registrare un problema oggettivo: il parroco, e non solo il parroco, a volte anche l’insegnante, l’impiegato, la singola persona che svolge un ruolo di responsabilità in questi ambiti nel paesino piccolo, nella frazione, o anche in certi quartieri di grandi città siciliane, vanno incontro a rischi. Dover dire di no direttamente e senza giri di parole ad alcune persone non è scontato, perché non è esente da rischi e ritorsioni. Il singolo che rimane sempre nel luogo ha bisogno di essere appoggiato e tutelato.

Nella vita quotidiana delle comunità cristiane le tangenzialità ancora di tanto in tanto sono possibili, soprattutto nell’ambito della religiosità popolare. La difficoltà la registro sia in ambito ecclesiale sia civile. Siamo ancora dinanzi a una questione culturale atavica: la fiducia nelle istituzioni, la vera vicinanza delle istituzioni, la catena breve e non allungata delle decisioni, affinché si risponda agli allarmi in poco tempo e in modo efficace. Si sono fatti grandi passi avanti che dobbiamo riconoscere, ma ancora è necessario che gli organismi dello stato e i corpi della società si muovano in modo univoco, spedito e senza tentennamenti. Penso che noi vescovi e buona parte dei parroci e delle comunità cristiane facciamo la nostra parte, ma affinché l’azione si dilati a macchia d’olio nelle terre dove le mafie sono tradizionalmente presenti è necessario che ci sia un salto. Da sola la Chiesa non può farlo e nemmeno la magistratura; forse tanti corpi della società e dello stato insieme possono molto di più.