Giovanni  Melillo
Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo

 

Ringrazio Domenico Airoma e il Consigliere Daniela Bianchini per l’invito a partecipare ad una riflessione intorno ad un titolo su cui mi sono interrogato un po’, su cosa significasse un’antimafia integrale.

Ovviamente la pars destruens è più facile, chiariamoci bene che l’antimafia non può essere integralista. Questo significa che, da un lato, non può mai manifestarsi insensibile alle istanze di umanesimo che sono proprie della cultura delle libertà e delle garanzie, dall’altro lato significa ripudiare quelle pulsioni all’autoreferenzialità e anche all’autocelebrazione che poi la realtà si incarica ogni giorno di smentire nel loro fondamento giustificativo.

La riflessione non è facile soprattutto partendo dal punto di vista che il Consigliere Bianchini poco prima dell’inizio di questi lavori mi poneva, cioè la visione dal punto di vista laico del rapporto tra mafia e religione. Intanto non è un problema solo della Chiesa Cattolica, questo va immediatamente  sottolineato, sotto ogni latitudine basterebbe considerare per esempio il rischio di vulnerabilità delle pratiche delle spiritualità ortodosse che è proprio delle società slave, per non considerare poi anche il cemento dato all’espansione violenta delle reti jihadiste dalla ritualità religiosa.

Quindi è un tema globale osservabile da ogni latitudine, certamente oggi che inizia il Conclave destinato a scegliere il successore di Papa Francesco occorre prendere atto che nella piana di Sibari, terra di mafia simbolica, Papa Francesco pronunciò parole che hanno un significato di rottura, benché quella rottura fosse cominciata anni prima – mons. Antonino Raspanti prima lo ricordava – la Conferenza episcopale seguita all’omicidio di Dalla Chiesa, le parole del Cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo pronunciate in un’occasione che scosse non soltanto le coscienze, ma scosse le istituzioni. Non era stato sufficiente l’omicidio del deputato che aveva proposto il disegno di legge, poi diventato legge Rognoni La Torre, per convincere il Parlamento ad approvare la legge: fu necessario attendere l’omicidio del Prefetto Dalla Chiesa, ma anche ascoltare le parole del Cardinale di Palermo perché in pochi giorni quel cammino parlamentare si svolgesse.

Non credo che sia un problema soltanto della Chiesa Cattolica, nel senso che credo che la Chiesa Cattolica – visto che la realtà italiana presenta codici particolari – ha probabilmente incontrato le stesse difficoltà della società italiana a prendere atto della necessità di una visione realistica del fenomeno mafioso, vale a dire di un sistema di generazione di codici, di logiche servili che sono imposte anche ai propri aderenti e che sono incompatibili con la dignità dell’uomo.

È anche vero che quel rapporto è un rapporto profondo, essendo sovente il mafioso un uomo sinceramente religioso. Prima mons. Raspanti ricordava Vincenzo Spatuzza, io con Piero Vigna ho svolto il primo colloquio investigativo con questo detenuto che si trovava nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, anni prima che iniziasse la sua collaborazione. Vi assicuro che era un uomo che attraversava un profondo turbamento della sua coscienza religiosa dinanzi a quella che gli appariva la gravità degli atti compiuti, in particolare la strage nella quale era morta una bambina a Firenze il 27 maggio 1993, eppure era un uomo cambiato, benché non potesse iniziare a  collaborare per tutta una serie di altre ragioni.

Vi è una profonda religiosità degli uomini di mafia, bisogna ricordare che sono uomini. Ma anche vi è una religiosità organica alle organizzazioni mafiose perché appartiene alla identità culturale del territorio nel quale operano, quindi quei legami sono profondi e rendono importanti i momenti di rottura come le parole del Cardinale di Palermo, il pronunciamento della Conferenza episcopale siciliana, il discorso di Agrigento di Giovanni Paolo II e infine le parole a Sibari di Papa Francesco, che hanno superato quella difficoltà di pronunciare la parola mafia.  Fu proprio la Conferenza Episcopale siciliana, per la prima volta, a mettere per iscritto, in un documento ecclesiale, l’esistenza della mafia.

Però di cosa stupirsi? Fino a pochi anni prima neanche i procuratori Generali nelle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario pronunciavano quella parola, anzi alcuni si peritavano pure di negare l’esistenza di questo fenomeno.

Non deve quindi per niente stupire, mi verrebbe da dire che anche nei nostri giorni l’uso di quella parola sembra ridursi nelle occasioni solenni, anche se per ragioni diverse, che complessivamente condurrei alla più generale tendenza a relegare in un angolo del dibattito pubblico il problema delle mafie. È questo un altro elemento di quella pars destruens del concetto di antimafia integrale su cui ho proposto di riflettere, perché un’antimafia integrale deve ripudiare il concetto che l’antimafia possa consistere in un formale ossequio alle vittime della mafia o in un oggetto contundente da utilizzare nella polemica politica come strumento di contrapposizione.

Da questo punto di vista, forse, per cominciare a ragionare di un’antimafia integrale in maniera credibile occorre partire – come diceva un filosofo assolutamente laico – da un’analisi realistica della realtà per scorgere tutte le radici di una sottovalutazione del fenomeno mafioso – che è soltanto italiana o largamente italiana – perché è il riflesso della scelta delle organizzazioni mafiose di rinunciare alla contrapposizione frontale allo Stato, quindi al ricorso sistematico alla violenza.

Una sottovalutazione tutta italiana perché in altre aree del pianeta è del tutto evidente la capacità di devastazione sanguinosa che le organizzazioni mafiose portano alla stessa stabilità della sicurezza di interi sistemi, basterebbe riflettere su quello che avviene nei Paesi in America Latina, in America Centrale che sono letteralmente squassati dalla violenza delle organizzazioni criminali o riflettere su quello che avviene in Africa Occidentale, che non è preda di dipendenze caotiche generate da chi sa quali ragioni endogene, ma è attraversata dai grandi traffici di stupefacenti che dal golfo di Guinea risalgono verso l’Europa del consumo della cocaina e che finanziano l’espansione delle reti jihadiste, le guerre civili e i fenomeni di destabilizzazione sistematica di quell’intera regione. E quindi quei codici violenti sono assolutamente presenti oggi, semplicemente sono lontani dal punto dell’osservatorio italiano che per questa ragione perde di vista alcuni tratti profondi che dovrebbero invece contribuire alla definizione di un concetto di antimafia integrale.

E quali sono? In poche parole, da un lato raffinati processi di mimetizzazione economica che rendono le organizzazioni mafiose quasi indistinguibili da quelle parti del tessuto economico e sociale del Paese – e non solo del nostro Paese – che parlano le stesse lingue, adoperano gli stessi linguaggi, gli stessi codici linguistici che non sono più quelli dei rituali, ma che sono quelli della corruzione e della frode fiscale. Primo dato.

Secondo dato. L’espansione transnazionale che conduce le organizzazioni ad integrarsi in sistemi che governano unitariamente le infrastrutture necessarie per i grandi traffici di stupefacenti, le tecnologie che servono per raffinati processi di reinvestimento speculativo, tutto dando vita a veri e propri sistemi criminali integrati. Sistemi criminali integrati che, a un’osservazione superficiale, fanno evaporare la gravità delle componenti tutte italiane, ma che sono invece componenti importanti. Però io credo che ci debba essere anche una pars costruens nel definire una idea di antimafia integrale. Da questo punto di vista vengono in rilievo tre temi. Se ciò che ho provato a dire in termini di descrizione sia pure – mi avrete perdonato – estremamente sommaria.

Se sono in corso processi complessi e profondi di mimetizzazione delle strutture e degli interessi mafiosi è del tutto evidente che è una ipocrita finzione che il contrasto alle organizzazioni mafiose possa svolgersi difendendo come una sorta di simulacro il nucleo delle leggi antimafia e invece indebolire gravemente l’efficacia del sistema degli strumenti di contrasto rispetto alle forme criminali che costituiscono la vera essenza del fenomeno mafioso, ovvero la corruzione e la frode fiscale.

Secondo tema su cui secondo me è ineludibile interrogarsi, a meno che non si voglia rispetto all’idea dell’antimafia integrale avere un approccio tra l’ipocrita e l’indifferente, è riconoscere che occorre difendere la caratteristica fondamentale del sistema antimafia italiano costruito grazie  al sangue di alcuni e il lavoro di molti e che è un sistema fatto di conoscenza, fatto di capacità di analisi cioè di capacità di cogliere la natura, le evoluzioni dei fenomeni criminali, che sono fenomeni complessi non riducibili alla logica del “guardia e ladri”.

Il terzo tema, parimenti a mio avviso ineludibile, è quello che coincide con il dovere di riconoscere che è impossibile schiacciare la considerazione delle mafie sul terreno semplicemente dell’ordine e della sicurezza pubblica. Ma non perché poi si debba fare semplicemente ricorso ad un dovere generale gravante su ciascun cittadino di concorrere alla rigenerazione delle basi delle magnifiche sorti progressive del nostro Paese, ma semplicemente perché il tema delle mafie interroga necessariamente il complesso delle politiche pubbliche, che invece da questo tema fuggono, secondo il principio di fuga dalla responsabilità che riguarda tutti, anche la magistratura, che su questo dovrebbe profondamente interrogarsi.

Basterebbe pensare che il venir meno – assolutamente sacrosanto – dell’inossidabilità degli automatismi, a cominciare da quello dell’ostatività, fu pensato non soltanto come strumento di repressione, ma fu pensato come strumento di tutela della libertà decisionale  del magistrato, era anche una forma di protezione del magistrato che poteva invocare dinanzi alla pressione ambientale che si scaricava – anzi che si era scaricata – per esempio su un magistrato come Rosario Livatino, il non possumus.

Il venir meno di questi automatismi significa però anche la necessità di riconoscere il dovere del giudice e del magistrato ad un esercizio rigoroso della discrezionalità, un esercizio trasparente, colto, nutrito di quella conoscenza dei fenomeni criminali, che non può sbiadire semplicemente perché le organizzazioni criminali decidono di adottare strategie più sofisticate di quelle espresse nella brutalità della contrapposizione violenta all’autorità dello Stato.

Però la questione riguarda il complesso delle politiche pubbliche, riguarda le politiche urbanistiche: la sorte delle periferie dipende anche dalle politiche urbanistiche, dipende dalle politiche di inclusione e protezione sociale. Ci sono studi di economisti che dimostrano che c’è proprio una relazione tra l’indice della criminalità organizzata e l’andamento della spesa pubblica in questi settori.

Dipende naturalmente soprattutto dalle politiche educative, dalla disastrosa condizione di povertà educativa che segna larghe parti del Paese. Un Paese dove, secondo l’Istituto De Mauro, più del 50% degli italiani non è in grado di leggere un testo complesso, dove per testo complesso si dice un testo di una pagina su un argomento non preventivamente noto all’interessato.

Quindi io direi che tutto quello che interroga la Chiesa interroga le istituzioni politiche, il mondo dei media, il sistema giudiziario. Poi probabilmente è anche doveroso riconoscere che quel percorso che la Chiesa vive nella società è un percorso che ha lo stesso inizio faticoso e anche le stesse cadute, perché pochi anni dopo quella straordinaria Conferenza siciliana fu necessario che il Cardinale di Palermo Salvatore De Giorgi, che – se non sbaglio – fu Arcivescovo della mia città che è Foggia,  reagisse alla solidarietà data dai confratelli di padre Frititta perchè siamo nel 1997. Fu Salvatore De Giorgi che richiamò tutti al dovere di distinguere il ministero sacerdotale da quella che lui definì splendidamente la cappellania del tutto indebita. Perché questo padre Frititta fu arrestato nel covo di Pietro Aglieri dove si recava, essendo Aglieri latitante, puntualmente a celebrare la Messa.

Tutto ciò spiega ancora di più quanto poi siano importanti non solo gli arretramenti, ma anche le reazioni agli arretramenti, e come sia stato poi importante giungere a quelle parole di Papa Francesco a Sibari nel 2014, che sono davvero – anche dal punto di vista del laico – una fonte di gratitudine.

Da questo punto di vista credo che sarebbe importante che il tema non sfuggisse alla considerazione dei padri della Chiesa che sono riuniti ad eleggere il nuovo Pontefice, perché questo non è un tema che interroga soltanto la dimensione – tutto sommato piccola italiana –  ma è un tema che riguarda il destino di intere aree del pianeta, la sorte della conservazione anche della cultura cristiana, nel senso della cultura greco-romana che si interroga intorno alla coscienza, che si interroga intorno al significato delle leggi e intorno al significato dei doveri. E di questo poi un giorno bisognerebbe finalmente parlare, perché anche da questo punto di vista noi magistrati abbiamo grandemente partecipato – come era giusto e come era doveroso – alla costruzione di una cultura dei diritti che ha offuscato però la necessaria cultura dei doveri.

Quello era anche un punto di crisi della stessa giurisdizione. Perché è del tutto evidente che la giurisdizione può e deve – non sarebbe una giurisdizione degna di un Paese democratico quella che non garantisse i diritti e le libertà – ma la giurisdizione può garantire i diritti e le libertà individuali, mentre è molto più debole quando deve garantire i diritti sociali, perché i diritti sociali dipendono dalla spesa pubblica e la spesa pubblica non è governabile dalla giurisdizione, neanche dalla Corte costituzionale, e questo crea il conflitto ovviamente tra i diritti individuali – che nella lunga stagione si sono espansi – e le aree di frustrazione, di disorientamento, di regressione culturale, che invece  si nutrono dell’impoverimento della sfera  dei diritti sociali, che sono i diritti che dovrebbero formare oggetto dei doveri di solidarietà dell’art. 2 della nostra Costituzione.

Un ragionamento intorno ai doveri va fatto. Ricorderete che Norberto Bobbio negli ultimi anni confessò in un dialogo con un altro filosofo il proprio rammarico, essendo negli ultimi anni della sua vita, di non avere il tempo di scrivere – dopo avere scritto una magnifica Età dei diritti – una Età dei doveri. Noi invece con l’età dei doveri ci dovremo misurare e questo interroga tutti, a cominciare da noi magistrati che abbiamo a lungo coltivato l’illusione di essere la componente più legittimata ad aspirare al riconoscimento unanime di meritevolezza del proprio agire nel complesso delle istituzioni politiche e sociali di questo Paese.

Ecco, da questo punto di vista, interrogarsi sui doveri è urgente ed è da lì che deve partire – secondo me – la costruzione di un’antimafia integrale. Sono i fatti che lo impongono. Così come la stagione pandemica ha posto tutti banalmente dinanzi all’idea che il dovere di concorrere a proteggere la salute collettiva dovesse prevalere sulle libertà di circolare, di svolgere normalmente la propria esistenza. A maggiore ragione oggi, che è evidente il collasso di quella che è stata chiamata la teoria della inevitabilità della democrazia, dei diritti e della pace, cioè beni sui quali noi abbiamo da lungo  tempo coltivato l’idea che fossero inconsumabili e che invece si stanno rilevando non soltanto consumabili, ma capaci di polverizzazione in tempi infinitamente brevi.

Ecco, interrogarsi intorno alla dimensione dei doveri, di dar conto di sé, innanzitutto, di dar conto della corretta misura con le quali vengono esercitate le prerogative e le responsabilità pubbliche significa poi fare una cosa molto semplice: andare progressivamente a riscoprire la radice profonda di quelle promesse costituzionali di progresso che sono nella nostra Carta costituzionale, ossia il dovere di tutti i cittadini di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi, il dovere dei pubblici ufficiali di esercitare le loro funzioni con disciplina e onore, il dovere di riconoscere che esistono doveri di solidarietà verso i più fragili, gli emarginati, gli esclusi che non possono essere sacrificati a logiche meramente egoistiche.

Ecco, riscoprire questa dimensione aiuterebbe a prefigurare, nei contorni positivi e concreti, un’antimafia integrale della quale c’è un grande  bisogno e per questo è importante che il Centro Studi Rosario Livatino – sia pure nei limiti di cui sono stato capace di contribuire – ci abbia aiutato a riflettere su queste questioni.