Marco  Villani*
Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri

 

 

Sommario: 1. Premessa − 2. Panorama nazionale − 3. Panorama globale − 4. Considerazioni conclusive.

 

 

 

  1. Premessa

 

Sono convinto: il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere come narrato in tante politiche “green” degli ultimi anni, è, infatti, un mistero gaudioso che contempliamo nella delizia e nella lode.

È interessante affrontare il tema dell’ambiente partendo da Assisi perché, immediatamente, richiama alla mente la figura di San Francesco, il nostro Patrono che ci ha insegnato a riconoscere Dio in ogni respiro della natura.

Nello svolgere alcune considerazioni non possiamo non riferirci all’insegnamento di Papa Francesco contenuto nella “Laudato si”, ma non possiamo neanche ignorare ciò che è accaduto negli ultimi anni in ragione del progresso tecnologico e della diversa velocità del vivere quotidiano, che non può più prescindere ad esempio, da apparati tecnologici la cui intelligenza artificiale pretende lo sfruttamento di minerali introvabili, le c.d. terre rare che muovono interessi finanziari e accendono eventi bellici.

Per dirlo con le parole di Papa Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, ci troviamo di fronte ad un problema di “ecologia umana”.

San Francesco, come per altro San Filippo, è stato un Santo dell’amore e della gioia, il Santo che ci ha insegnato l’attenzione verso i poveri e in qual modo la natura agisca sulla loro condizione. Egli, come riportato da Tommaso da Celano, aveva un grande rispetto per la natura e, nel caso di un orto, voleva fosse coltivato solo in parte per mantenerne l’originaria dimensione accanto alla necessaria trasformazione volta a produrre i frutti della terra.

Il mondo occidentale ha da tempo preso coscienza che, per dirla con la nota immagine di Friedman, la terra è ormai piatta, calda e affollata. Questa consapevolezza è uno sprone e non un atto di resa; auspica innovazioni e modernizzazioni che parlino a quei paesi che nel loro ritardo coscienziale continuano ad abusare insensatamente dell’ambiente.

Le sperequazioni nella disponibilità e nell’uso di beni essenziali, quali l’acqua o le energie naturali, devono spingere ad un loro utilizzo razionale ed efficiente e promuovere una concorrenzialità nella ricerca, avendo fiducia che solo la scienza può indicare strade e fornire risposte destinate ad includere tutti gli utenti potenziali, con particolare attenzione sia agli ultimi della terra sia alle future generazioni nel rispetto del principio di autoresponsabilità.

L’allargamento di prospettiva da una tutela ex post dell’ambiente ad una tutela  preventivo-precauzionale costituisce, infatti, il nucleo centrale del nuovo diritto ambientale, che si traduce nella revisione dell’istituto della responsabilità verso l’accentuazione e la particolare configurazione dell’autoresponsabilità, che, oltre ad incidere sull’attività dell’uomo evidenziandone la funzionalizzazione in chiave ambientale, è la manifestazione di una coscienza collettiva espressiva di una “consapevolezza” che a sua volta si traduce in regole di diritto.

In questo contesto sarà sempre la ricerca ad indicare le migliori tecniche di risanamento dei fiumi inquinati, a potenziare l’abbattimento del Co2, a sostituire progressivamente le energie fossili con altre forme di energia pulita, ad incrementare il recupero di boschi autoctoni o la promozione di colture ed allevamenti che contrastano la fame nel mondo.

Nel futuro vogliamo aprire gli occhi per abbracciare ciò che Rifkin definisce la transizione dall’efficientamento all’adattività, attraverso soluzioni di uso che rappresentano un ulteriore sviluppo dell’intelligenza umana, avendo cura di valorizzare ciò che abbiamo.

In particolare, come rileva l’indagine del 2015 che presto sarà aggiornata poiché fotografa con cadenza decennale lo stato dei boschi nel Belpaese, più di un terzo (36,7%) del territorio italiano è ricoperto da foreste e le superfici boschive sono in costante crescita. La superficie forestale è pari a 11.054.458 ettari, con un balzo di quasi il 20% nell’ultimo decennio e il volume complessivo stimato per tutti gli alberi dei boschi italiani supera la quota di 1,5 miliardi di metri cubi. Sono molto incoraggianti i dati contenuti nel più recente “Inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio”, realizzato dall’Arma dei Carabinieri con il supporto scientifico del Crea, il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi per l’economia agraria. Altrettanto positive sono ovviamente le ricadute in termini di tutela dell’ambiente: lo stock di carbonio nella biomassa epigea, ovvero sopra la superficie del suolo, e nel legno morto è passato dalle 490 milioni di tonnellate della precedente rilevazione del 2005 alle attuali 569 milioni di tonnellate di carbonio organico, equivalente a un valore della Co2 che passa da 1.798 a 2.088 milioni di tonnellate, con un incremento di 290 milioni di tonnellate di CO2 stoccata e quindi sottratta all’atmosfera.

É trascorso poco tempo dalla pubblicazione sulla Rivista “Nature” di uno studio della Massachusetts Institute Technology (MIT) in cui si dimostra che lo stato di ozono antartico, barriera invisibile che difende il pianeta dal Sole,  il cui “buco” è dal 1985 indicatore dell’inquinamento mondiale, si sta progressivamente richiudendo confermando prospettive ottimistiche riguardo alle azioni adottate a seguito del Protocollo di Montreal del 1989.

Nel ricordare l’Accordo di Montreal, è giusto rendere omaggio a una delle figure che ne promossero con decisione lo spirito e gli obiettivi, Margaret Thatcher. La “lady di Ferro” non fu soltanto una protagonista della politica economica globale, ma anche una delle prime leader mondiali a riconoscere l’urgenza delle sfide ambientali. Promosse con convinzione la cooperazione internazionale e l’assistenza ai Paesi in via di sviluppo affinché potessero adottare tecnologie più sostenibili.

Già nel suo primo discorso da Primo Ministro, Thatcher seppe unire la forza del simbolo al potere della parola. Scelse di evocare San Francesco d’Assisi con le parole: «Dove c’è discordia, portiamo armonia; dove c’è errore, portiamo verità; dove c’è dubbio, portiamo fede; e dove c’è disperazione, portiamo speranza».

In quel momento solenne, volle lanciare un messaggio chiaro: la politica, se guidata da ideali autentici, può diventare uno strumento di riconciliazione e rinascita.

Dopo anni difficili per il Regno Unito, Thatcher si insediava al governo con la promessa non solo di rigore economico, ma anche di ricostruzione morale e sociale. Con il richiamo a San Francesco, volle ispirare fiducia e unità, dimostrando che anche nelle istituzioni più pragmatiche può albergare una tensione verso valori universali.

Perché proprio San Francesco? Perché rappresenta la pace, la semplicità, il dialogo. Valori che, al di là del credo personale, parlano a tutte le coscienze. In un’epoca segnata da divisioni e sfide globali, Thatcher comprese che solo uno sforzo collettivo e ispirato da ideali condivisi avrebbe potuto generare un cambiamento reale.

E così, nell’affrontare il problema del buco dell’ozono, scelse la via della diplomazia, della scienza e della solidarietà. L’Accordo di Montreal non fu solo un trattato: fu un esempio di ciò che la politica può essere quando si lascia guidare dalla responsabilità verso le generazioni future.

Una realtà in miglioramento che riscontro anche come magistrato della Corte dei conti, vigilante sugli Enti parco nazionali, che ha visto, negli ultimi anni, crescere enormemente l’attenzione alla preservazione e tutela del patrimonio boschivo.

Ciò nonostante, dal rapporto annuale dell’Ispra sul consumo del suolo in Italia nel 2024 emerge un’accelerazione fino alla velocità di 2,4 metri quadrati al secondo. I cambiamenti dell’ultimo anno si concentrano nella pianura Padana, nella parte lombarda e veneta e lungo la via Emilia, tutta la costa adriatica, in particolare in alcuni tratti del litorale romagnolo, marchigiano e pugliese.

Il nostro, infatti, come ha affermato Papa Francesco, è «un mondo fragile con un essere umano al quale Dio ne affida la cura, interpella la nostra intelligenza per riconoscere come dovremmo orientare, coltivare e limitare il nostro potere». Al centro di tutto vi è, perciò, l’uomo figlio di Dio a cui la terra viene donata, cui il valore è inestimabile agli occhi di Gesù, al quale non sono sconosciuti neanche cinque passeri che si vendono per due soldi.

 

  1. Panorama nazionale

 

Nell’ottica di un’Italia moderna e sostenibile, è centrale approcciare la tematica delle infrastrutture, intese come capitale pubblico durevole presente in un territorio rappresentato  dalle strade e le ferrovie, i porti e le vie d’acqua interne, gli aeroporti e le telecomunicazioni, le reti energetiche, i ponti e i tunnel, gli oleodotti e i gasdotti, in definitiva da tutti i grandi apparati tecnico-organizzativi che prendono la forma di reti, estendendosi sul territorio e che costituiscono la base fisica in grado di permettere l’implementazione di flussi di persone, merci, capitali, informazioni e servizi.

Le infrastrutture hanno sollecitato le più disparate riflessioni riguardo le competenze pubbliche, la qualità degli apparati tecnici della pubblica amministrazione, le capacità imprenditoriali e tecniche ma anche la sensibilità comune verso grandi valori come libertà e solidarietà; hanno sollecitato la redazione di un sistema di regole, per assicurare sicurezza e compatibilità sotto il profilo ambientale.

Sono le connessioni delle reti, o la mancanza di esse, infatti, che strutturano gli spazi, attivando e disattivando le potenzialità dei luoghi e, in ultima analisi, determinandone le traiettorie di sviluppo. Attraverso l’analisi dell’insieme complesso di relazioni sociali, economiche, tecnologiche, culturali, politiche che diacronicamente convergono, si concentrano e si interconnettono, grazie all’azione di soggetti individuali e collettivi, privati e pubblici, emerge il quadro completo del sistema infrastrutturale in un dato territorio.

Sta di fatto però che l’Italia soffre la polarizzazione del trasporto su alcuni grandi assi e la concentrazione molto di più sulla gomma che sulla rotaia, le disfunzioni organizzative del sistema ferroviario, la faticosa mobilità che si sviluppa nel Sud del Paese e il ritardo del concreto avvio delle “autostrade del mare”,  nonostante la dinamicità nei porti meridionali del traffico di container, la scarsa sostenibilità ambientale, la mancata responsabilizzazione degli attori pubblici rispetto ai risultati complessivi di efficienza ed efficacia delle loro azioni, la scarsa propensione alla programmazione, la sovrapposizione fra le varie reti.

Lanciando un rapido sguardo sull’impegno del Governo per il futuro del nostro Paese osserviamo che, come riportato anche in una relazione del Ministero delle infrastrutture e trasporti, finanziati attraverso il PNRR o con diversi veicoli, sono tanti i progetti che stanno e prenderanno il via. Dalla galleria di base del Brennero alla Tav.

Ulteriori interventi che riguardano anche la manutenzione e la prevenzione: gli investimenti previsti, solo da Fs e da Anas, nei prossimi anni, ammontano a 175 miliardi, con un ruolo da protagonista della rete ferroviaria per cablare il paese con la fibra ottica.

Tanti gli interventi in programma.

A cominciare dall’obiettivo di far ripartire i lavori per le dighe, fermi – in alcuni casi – anche da quarant’anni.

Sono in corso i lavori per il passante ad alta velocità di Firenze, gli interventi per l’alta velocità Napoli-Bari che promette le 3 ore di percorrenza tra Roma e Bari, l’alta velocità tra Roma e Palermo e la TAV Torino-Lione che sarà operativa dal 2032 e il compimento della quinta corsia dell’autostrada Milano-Laghi. Rientrano tra le priorità il nodo di Bologna, quello di Firenze e la gronda di Genova.

L’impatto economico atteso per il solo 2025 sarà notevole, si prevede che gli investimenti possano generare un impatto complessivo (diretto, indiretto e indotto)[1] di circa 7,7  Mld di euro in termini di Valore Aggiunto, un incremento di circa 8,6 Mld di euro di PIL e 102.000 Full Time Equivalent (FTE-occupati). Si stima che nel 2025 l’occupazione femminile rappresenterà circa il 33% dell’occupazione complessivamente generata. Sempre all’anno 2025 è previsto un risparmio di circa 90 mila tonnellate di CO2.

Nel corso del 2024 sono stati aperti circa 1.300 cantieri per lavori di manutenzione, con un investimento di circa 3,5 miliardi di euro. Sul fronte nuove opere, al 31 dicembre 2024, sono 101 i cantieri in corso che sviluppano circa 11,8 miliardi di investimenti.

Sul fronte del potenziamento e del miglioramento degli standard di sicurezza della rete, Anas può contare su otto miliardi in più di finanziamenti rispetto al Contratto di Programma precedente, che svilupperanno nuovi investimenti pari a 19,3 miliardi. Gli investimenti previsti dal Contratto di Programma 2021-2025 sono pari a circa 44,4 miliardi di euro, di cui 39 miliardi in nuove opere, 3,7 miliardi in manutenzione programmata, i restanti 1,7 miliardi a supporto di progetti in fase di approvazione, per lavori in corso e per investimenti in tecnologia. Tra i lavori in programma, è intervenuta la consegna dei tre stralci relativi al 1° lotto dell’Itinerario Maglie – Santa Maria di Leuca: un tracciato di 23 km per 350 milioni di euro investiti.

Nell’ambito del progetto Pinqua (Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare) sono previsti 15 mila nuovi alloggi popolari, con 150 progetti e oltre 2,7 miliardi di finanziamenti. Importante anche il piano per il potenziamento delle infrastrutture idriche su tutto il territorio nazionale, con la programmazione di 124 interventi idrici e lo stanziamento di 2,5 miliardi. Una notazione a parte merita la neutralità tecnologica: sono 3,64 i miliardi stanziati dal PNRR per promuovere l’industria dell’idrogeno. Di questi, 300 sono i milioni investiti per l’utilizzo dell’idrogeno nel trasporto ferroviario (i primi treni sulla linea Brescia-Iseo-Edolo). Senza dimenticare ben 54 progetti per la riqualificazione di aree industriali dismesse in distretti locali per la produzione di idrogeno verde.

Una rivoluzione che coinvolge anche i trasporti urbani, con la Metropolitana 4 di Milano e la Metro C di Roma, con una media di 800 mila passeggeri al giorno. Impegno poi per i corridoi strategici per l’Europa, con il tunnel del Brennero che sarà operativo dal 2032 (64 km per il tunnel ferroviario sotterraneo più lungo al mondo) e il terzo valico (53 km di lunghezza complessiva) che permetterà di raggiungere Milano da Genova in un’ora.

Un contributo concreto è stato reso dal nuovo codice degli appalti, contenuto nel d.lgs. n. 36 del 2023, per velocizzare e semplificare la realizzazione delle opere nel rispetto del principio del miglior risultato possibile, codificato ora nell’art. 1 del Codice.

Peraltro, il nuovo codice degli appalti riformula la disciplina dei contratti pubblici e conferma l’obbligo di ricorso agli “appalti verdi” della pubblica amministrazione. È il Green public procurement (GPP), considerato oramai un segmento dell’economia circolare, il sistema di acquisti di prodotti e servizi ambientalmente preferibili, attraverso cui l’amministrazione diventa protagonista dello sviluppo sostenibile, influenzando il mercato.

Il sistema si implementa attraverso i CAM (criteri ambientali minimi) che, per le varie fasi del processo di acquisto, stabiliscono i requisiti ambientali per individuare la soluzione progettuale, il prodotto o servizio ambientalmente migliori tenendo conto della disponibilità di mercato. Come precisato anche dal Consiglio di Stato, sentenza n. 6934 del 2022, la ratio dell’obbligatorietà dei CAM è da ravvisare nell’esigenza di garantire «che la politica nazionale in materia di appalti pubblici verdi sia incisiva non solo nell’obiettivo di ridurre gli impatti ambientali», ma anche nel promuovere modelli di produzione e consumo più sostenibili, circolari e nel diffondere l’occupazione verde (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 5 agosto 2022, n. 6934; in tal senso anche Cons. Stato, Sez. III, 14 ottobre 2022, n. 8773).

Il Consiglio di Stato è tornato poi a pronunciarsi, ritenendo oramai cristallizzati i principi sulla obbligatorietà e sulla necessità di indicare in modo specifico e non generico i CAM nei documenti di gara, precisando che «dall’insieme delle prescrizioni normative relativa ai CAM risulta che la sostenibilità ambientale delle scelte negoziali dell’amministrazione pone un problema di rispetto dei canoni normativamente stabiliti, più che di esercizio di discrezionalità propriamente intesa»[2].

 

  1. Panorama globale

 

Il mondo contemporaneo vive di continui cambiamenti; sono secoli che industria e tecnologia presentano soluzioni differenti che cambiano la relazione fra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Un uomo che è chiamato a produrre frutti nell’ambiente, un ambiente che ora non è più soltanto il piccolo territorio circostante, ma un ecosistema globalizzato in cui, come affermato da Giovanni Paolo II, «ogni intervento in un’area dell’ecosistema non può prescindere da considerare gli effetti sulle altre aree». Infatti, se non abbiamo la coscienza di guardare responsabilmente al tema dell’ecologia in una cornice globale, rischiamo di tradire l’essenza vera dell’umanità e, per usare le parole di Benedetto XVI, produrre una «lesione della solidarietà e dell’amicizia civica che provoca danni ambientali».

Tutto ciò si lega al concetto del mondo che abbiamo in prestito, non da chi ci ha preceduto, ma da chi seguirà.

Ciò richiede impegno e gradualità, come scriveva Plinio il Vecchio «ramus edomatur in meditatione curvandi»: se noi azzerassimo oggi tutte le emissioni di CO2 di origine antropica ci vorrebbero non meno di due secoli per tornare ai livelli di concentrazione precedenti il 1990. I cambiamenti climatici hanno tempi molto lunghi, dobbiamo ricordare che gli sforzi che facciamo hanno scarsa influenza nell’immediato, continuare a presentare la soluzione a una trasformazione ambientale così profonda con imperativi emergenziali e drammaticamente assoluti è un modo sbagliato e ansiogeno di affrontare il problema e moltiplica soltanto l’allarmismo.

Ho letto un’interessante considerazione sul fatto che nel tempo abbiamo avuto ripetuti e diversi allarmi: per l’estinzione della specie, per le piogge acide, per il citato buco dell’ozono. Adesso c’è l’emergenza climatica globale, che nel dibattito internazionale si è imposta “scansando” le vecchie ideologie.

Purtroppo, le cattive notizie fanno notizia, ma bisogna razionalmente mitigare le visioni apocalittiche, basti pensare che l’Università di Harvard sul proprio sito ha aperto una sezione dedicata all’ottimismo climatico.

L’Italia produce meno dell’1% delle emissioni globali, pensare di condizionare con i nostri comportamenti le dinamiche mondiali e le rivendicazioni dei grandi consumatori ambientali extraeuropei sarebbe utopico.

Mi piace ricordare la dichiarazione dell’ex Commissario europeo Paolo Gentiloni, secondo cui «non si può chiedere all’Europa di essere un unico erbivoro in un mondo di carnivori», anche di fronte alla transizione climatica che richiede pragmatismo e buon senso.

 

  1. Considerazioni conclusive

 

Occorre meno ideologia, meno allarmismo, meno fretta e più ottimismo nelle capacità di innovare e di costruire un’adattabilità dinamica e migliorativa.

Si deve continuare a sostenere la ricerca in nuove tecnologie che forniscono progressi decisivi ed attrattivi anche dall’aspetto economico: dal superamento del fossile al nucleare, all’impiego dell’intelligenza artificiale, sono molti i campi in cui la ricerca può portare a soluzioni utili a ridurre le emissioni.

Questa la via tracciata anche negli obiettivi del PNRR (Missione 2 –“Rivoluzione verde e transizione ecologica”), il paradigma in base al quale abbiamo un debito verso le future generazioni merita un approfondimento in quanto l’essere umano gode di una storia etica e culturale e, come sta scritto nel Vangelo, il talento non va nascosto sottoterra, ma deve essere moltiplicato.  Il mondo rientra fra i doni ricevuti, per questo vi è l’obbligo non solo di mantenere inalterato l’ambiente, perché il completo disinteresse verso di esso ne comporterebbe – giorno dopo giorno – il depauperamento, ma anche di accrescere l’impegno per migliorarlo nel rispetto dei principi concorrenti di sostenibilità e di soddisfazione dell’essere umano.

Voglio ricordare che il primo nemico dell’uomo è il deterioramento etico e culturale che cammina di pari passo con l’insensata cupidigia che, in assenza di riferimenti etici e culturali, finisce per svilire tutte le bellezze e risorse del creato in materia sterile, priva di valore e di attrattiva.

L’obiettivo ora deve essere quello di pensare ad un progetto globale per un mondo che è unico, perché come insegna Immanuel Kant in “Per la pace perpetua” il globo è troppo piccolo perché si possano alimentare progetti confliggenti fra popolazioni troppo “vicine”; ogni attenzione deve essere riposta all’ambiente naturale, anzitutto acqua e foreste. Sradicare la miseria dal mondo significa favorire la pace, ma per farlo non dobbiamo rincorrere un’improponibile decrescita felice, ma anzi impegnarci per una crescita con tecnologie, agricolture ed energie sostenibili. Bisogna, dunque, generare processi di arricchimento dei territori. Un esempio emblematico è la gestione da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri della quota dell’8 per mille del gettito Irpef destinato alla lotta della “Fame nel mondo”. Si tratta di progetti che interessano principalmente il continente Africano, particolarmente i Paesi dell’Africa Sub-sahariana.

L’anno 2022, ad esempio, ha registrato anche l’intensificarsi di tali progetti con picchi di ben dieci progetti in Paesi quali Kenya e Mozambico.

Fuori dal continente africano, difficilmente i progetti superano l’unità ad eccezione di Guatemala, Haiti, Cambogia e Siria.

Tali progetti, espressioni della generosità nazionale, hanno avuto un valore complessivo nel 2021 di euro 14.456.075,05 e nel 2022 di euro 6.249.356,18.

Siamo, pertanto, nelle condizioni di ridefinire un’idea di progresso senza isterie, ansie o abiure e negazioni.

In conclusione, non posso che aderire con tutta l’anima alle parole del Papa Francesco che ci ha ricordato come «Dio non ci abbandona, non ci lascia soli perché si è unito definitivamente con la nostra terra e il suo amore ci conduce sempre a trovare nuove strade. A Lui sia lode!».

 

* Contributo accettato dal Direttore. Il presente lavoro costituisce l’evoluzione dell’intervento tenuto dal Cons. Marco Villani al 3° Meeting nazionale “Grandi Opere per l’Italia moderna e sostenibile, Sorella Energia, fra realtà e Utopia”, tenutosi ad Assisi il 27 e 28 ottobre 2023 e organizzato dalla Fondazione Sorella Natura.

 

[1] Impatto diretto: effetto sulla produzione delle attività economiche a cui è diretta la nuova spesa per investimenti in infrastrutture; Impatto indiretto: effetto dell’aumentata Produzione delle attività economiche fornitrici di beni necessari alla costruzione di infrastrutture nelle sue componenti: Progettazione, Opere Civili, Armamento, Tecnologie; Occupati diretti e indiretti: occupazione generata per sostenere l’aumentato livello di produzione (diretta e indiretta) conseguente agli investimenti; Impatto indotto: ulteriore effetto generato dall’aumento di reddito e Consumi legati all’aumento di produzione; Occupati indotti: occupazione generata dalla maggior spesa (Consumi) degli occupati aggiuntivi (diretti e indiretti).

[2] Cfr. Cons. Stato, Sez. III, 27 maggio 2024, n. 4701.