Tano Grasso
Fondatore della Federazione Antiracket Italiana

 

 

Sommario: 1. Introduzione – 2. Antimafia plurale – 3. Il senso della storia – 4. La rappresentazione di mafia e antimafia – 5. La credibilità.

  1. Introduzione

 

Chiedo scusa se inizio con un riferimento personale alla mia esperienza in un movimento che quest’anno celebra 35 anni di vita da quando nel 1990 si costituì la prima associazione antiracket in Sicilia, a Capo d’Orlando. Sono stato un professionista dell’antimafia, ho dedicato la maggior parte delle mie energie e delle mie capacità per promuovere, organizzare e dirigere il movimento antiracket. E proprio per questo ho sempre cercato di valutare il mio operato alla luce degli insegnamenti di Leonardo Sciascia, cercando in tale modo di evitare errori e distorsioni, cosa che ovviamente non sempre è avvenuta.

In questi ultimi anni, a seguito di alcune indagini giudiziarie che hanno clamorosamente coinvolto personalità del mondo antimafia sia a livello istituzionale che della società civile, le critiche, i dubbi, le polemiche si sono, legittimamente, accentuate. Si è parlato anche con insistenza di crisi dell’antimafia.

Il punto è il modo in cui ci si pone di fronte alle critiche: che nell’opinione pubblica ci sia oggi un atteggiamento più esigente nei confronti di chi rivendica un’identità antimafia, per me, non è un dato negativo. È indispensabile porsi con apertura e disponibilità alle osservazioni.

Non bisogna ripetere quello che accadde l’indomani dell’articolo di Sciascia del 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera. Se allora, quasi quaranta anni fa, invece di chiudersi nella difesa delle proprie ragioni e nell’ostracismo allo scrittore si fossero affrontati nel merito i problemi posti, pur sbagliati nell’individuazione degli esempi (Paolo Borsellino), probabilmente l’antimafia avrebbe avuto oggi più forza. Quella di allora fu un’occasione mancata, purtroppo.

 

  1. Antimafia plurale

 

Oggi bisogna riconoscere all’antimafia una dimensione plurale con diversi punti di vista e interessi, con differenziate strategie e differenti prospettive di intervento sul campo. Questa dimensione “plurale” è un punto di forza non di debolezza.

C’è chi ritiene che la lotta alla mafia non possa prescindere da uno schierarsi politicamente per un cambiamento più generale della società e che un movimento antimafia deve manifestarsi come opposizione al potere, a prescindere.

C’è chi, invece, a partire dal sottoscritto, considera l’antimafia il terreno per l’affermazione di quelle pre-condizioni che rendano pienamente possibili i diritti e le libertà, compresa quella d’impresa, un terreno questo preliminare alle divisioni ideologiche e politiche e alle visioni di mondo.

Ciò che conta non è essere sempre e comunque opposizione al potere, ma essere forza di opposizione alla mafia e alle sue complicità, senza sconti per nessuno. Per un lunghissimo tempo − che schematicamente potremmo ricondurre fino al tempo del pool di Giovanni Falcone – opporsi alla mafia comportava opporsi a pezzi di potere istituzionale, a parte della politica e a parte delle istituzioni, magistrati e forze dell’ordine inclusi. Era difficile trovare nelle istituzioni interlocutori credibili. Oggi sicuramente siamo in un mondo completamente diverso in meglio.

L’esperienza del movimento antiracket rappresenta, da questo punto di vista, un esempio virtuoso. I nostri interlocutori fondamentali senza i quali oggi non avremmo ottenuto risultati, sono i prefetti, i procuratori della Repubblica, poliziotti, carabinieri e finanzieri. Voglio dire che la qualità della professionalità e il livello delle motivazioni di queste donne e di questi uomini non possono essere per nulla paragonati a 50- 40  anni fa. Oggi non ha più alcun senso sollecitare una conflittualità con questi profili istituzionali. Poi, possono sempre darsi momenti di polemica e di scontro, ma sempre in una prospettiva di collaborazione, oggi comunque credibile.

Un’antimafia plurale deve sottrarsi alla trappola di confrontarsi sul terreno della maggiore o minore antimafiosità; purtroppo, un pezzo di storia dell’antimafia è fatta di imputazioni di tradimento; a volte si propende per una subordinata “generosa”, l’accusa di utile idiota.

L’unica via d’uscita è il riconoscimento del valore delle opinioni altrui quando non si condividono, anzi, soprattutto quando da esse si dissente. Un modello argomentativo potrebbe essere: “Non sono sicuro d’avere ragione, forse sto sbagliando, non ho una certezza assoluta, però penso che…”, senza che chi la pensa diversamente diventi “oggettivamente” un favoreggiatore della mafia o un utile idiota. Non ci può essere chi stabilisce il “come e il perché” nella presunzione d’essere depositario di verità, magari per esser esposto a un rischio e a protezione. Qualunque argomentare non può che essere problematico, dubbioso se rivolto alla ricerca della soluzione migliore. Solo così si può evitare quel fatale paradosso: si combatte la mafia per essere più liberi e nel combatterla si impedisce la libertà del confronto ideale e culturale.

 

  1. Il senso della storia

 

Fra le varie criticità emerse negli ultimi decenni voglio approfondirne solo due: lo smarrimento del senso della storia e una rappresentazione alterata di mafia e antimafia.

Parlare di senso storico significa, in primo luogo, soffermarsi sulla necessaria comparazione tra differenti epoche storiche, individuando le specifiche caratteristiche al di là di processi storici permanenti nel tempo.

Ad esempio, il tema delle complicità tra mafia e classi dirigenti è questione di lunga durata ed è un aspetto costitutivo del fenomeno mafioso sin dalle sue origini, come ha approfonditamente e acutamente spiegato Leopoldo Franchetti già nel 1876. Ma a partire dalla fine degli anni Settanta e in termini assai rilevanti dopo le stragi del 1992-93 i termini di questa relazione sono cambiati. È un dato semplicemente intuitivo che la situazione di oggi è profondamente diversa da quella di ieri ed è cambiata perché è cambiato l’atteggiamento di ampi pezzi di società civile e di istituzioni impegnate negli ultimi decenni in un contrasto non prevedibile, per quantità e qualità, ai tempi di Falcone e Borsellino. Perché, allora, si continua a insistere su una presunta continuità non scalfita? Perché negare questo che è il fatto nuovo dell’antimafia continuando a invocare la fuoriuscita della mafia dallo Stato? Sia chiaro, al fine di evitare equivoci: non si sta dicendo che le connessioni delle mafie con pezzi di classe dirigente siano del tutto scomparse, ma semplicemente non siamo più in quei tempi oscuri anche se restano questioni aperte da affrontare con sempre rinnovato impegno.

L’unico effetto è far torto a chi ha ottenuto risultati straordinari rispetto al passato e alimentare sfiducia nelle istituzioni. Il confronto con il passato è indispensabile per cogliere il valore dei risultati conseguiti. Senza questa comparazione rischia di prevalere l’autocompiacimento per una storia in fondo immutabile. La stessa concezione complottista si fonda sulla rappresentazione di uno Stato sempre uguale a se stesso e, quindi e inevitabilmente, di un presente sempre in continuità col peggiore passato.

 

  1. La rappresentazione di mafia e antimafia

 

Se le mafie sono oggi più deboli rispetto agli anni 1992-93 è perché sono state più combattute da Stato e società civile. Se la mafia siciliana è cambiata è stato per effetto di un contrasto che non ha avuto precedenti, è questo contrasto che “costringe” le mafie a cambiare. Le mafie si definiscono concettualmente nel confronto con l’opposizione ad esse: non sono una realtà ipostatica, sono soggette a cambiamenti in relazione al contrasto. Un esempio concreto, tra i tanti, viene offerto da come è cambiato l’approccio con gli imprenditori in tema di racket. Questo cambiamento è anche effetto della maggiore forza degli imprenditori antiracket. A Napoli come a Palermo o a Foggia, il commerciante che aderisce all’associazione antiracket è immune da richieste estorsive: alcuni collaboratori di giustizia hanno spiegato che, quando i mafiosi sanno che il proprietario di quel negozio aderisce all’associazione, passano avanti, non avanzano alcuna richiesta per la semplice ragione che sarebbero oggi altissime le probabilità di denuncia.

L’altra faccia del problema è come continui a prevalere una descrizione dell’esperienza antimafia fondata sul paradigma dell’eroe solitario, isolato, non compreso. Il contrasto tende a presentarsi come una questione personale, un confronto diretto e “personale” con i mafiosi. Non si tratta di esprimere un giudizio di valore, ma un giudizio di inefficacia dell’esperienza individualistica, a differenza dell’esperienza collettiva dell’antiracket.

Poi c’è l’amplificazione di un rischio sempre incombente, la denuncia costante della sofferenza, le continue limitazioni a cui sottoporsi, l’assenza di libertà (non considerando, al contrario, che quand’anche limitativa la protezione è un prezzo necessario per vivere assai più liberi rispetto a prima). La “vita d’inferno” tende a diventare una vera e propria “mistica della scorta”. Parlare sempre e solo del rischio, costruire la propria identità antimafia in proporzione alla durata della scorta, porta con sé due insidie: l’unica prospettiva di impegno ruota attorno a sé, ad uno scontro personalizzato con la mafia, di fatto oscurando il valore delle esperienze collettive; inoltre, l’esaltazione del rischio quasi sempre fa pendant con la denuncia della propria, assai presunta, solitudine e isolamento. Oggi le attenzioni dell’opinione pubblica, dei media, delle istituzioni generalmente coprono ampiamente le esposizioni nella lotta alla mafia, quando addirittura non presentano tratti di esagerazione. La solitudine vera è stata ben altra, e in tempi diversi, basti ricordare le vicende vissute da Giovanni Falcone dopo il successo al maxi processo di Palermo o quella di Borsellino negli ultimi mesi di vita.

Spesso a tutto questo fa seguito un’implicita richiesta di immunità secondo il seguente schema: poiché per oppormi alla mafia metto a rischio la mia vita, se qualcuno mi rivolge qualche critica o contestazione non fa che delegittimarmi  e mi espone di più al rischio. Leonardo Sciascia un anno e mezzo dopo (6 agosto 1988) ritorna sull’articolo sui “professionisti” e offre un nuovo argomento: nella polemica non c’era nulla di personale, «quel che mi inquietava era la temperie che intorno a loro si era stabilita, acriticamente, a renderli intoccabili».

La mafia invincibile e l’eroe solitario che la combatte non sono altro che le due facce della stessa medaglia. Il modello comunicativo “Spectre/ James Bond” ha sempre il successo assicurato al botteghino, non solo perché offre una rappresentazione semplicistica della realtà, l’eroe solitario che con il proprio coraggio, unico valore aggiunto della storia, combatte contro il “mostro”, personificazione del male assoluto e  invincibile, ma perché garantisce un alibi al disimpegno e alla rassegnazione. Giovanni Falcone metteva in guardia dal rischio di esorcizzare il male proiettandolo su comportamenti radicalmente distanti dai nostri: «Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia».

 

  1. La credibilità

 

Per concludere, serve richiamare la base di ogni cosa: la credibilità. Voglio raccontare un’esperienza. Si sta svolgendo un affollato incontro con centinaia di studenti in una struttura religiosa, intervengono magistrati, sacerdoti, insegnanti, esperti, militanti dell’antimafia, in mezzo a un sottostante cicaleccio tipico di incontri così affollati; ad un certo punto, da dietro una colonna, Giusy, studentessa di un liceo in provincia di Caserta, una ragazza minuta, pronuncia poche parole pesanti come pietre: «ma voi ci credete in quello che dite?». Una secca e dura domanda rivolta ai numerosi relatori che avevano già parlato e a quelli che lo avrebbero fatto dopo. Di fatto una sfida per tutti, con la semplicità di appena otto parole. Una sfida che mette sul piatto il tema della credibilità dell’antimafia, dell’inutilità di certi riti, dell’insignificanza di tante manifestazioni. Come rispondere a Giusy?