Chiara Colosimo
Deputato, Presidente della Commissione parlamentare antimafia
Ringrazio il Procuratore Domenico Airoma e il Centro Studi Livatino per l’invito.
Anche io mi sono lungamente interrogata su questo titolo. È un tema che trovo difficilissimo, ma allo stesso tempo attualissimo. È stato molto interessante ascoltare quanto detto fin ora. Il livello degli interventi e gli spunti dati dal Procuratore nazionale Antimafia confermano come ci fosse bisogno di questo dibattito.
Probabilmente, nell’iniziare questo intervento, sarò banale perché la prima cosa che mi è venuta in mente pensando all’antimafia integrale è l’antimafia di Falcone e Borsellino, perché, secondo me, è la stagione in cui, per la prima volta nella storia al contrasto della mafia, un’iniziativa dello Stato si è rivelata davvero efficace dall’inizio alla fine. Per la prima volta si è affermata la fine dell’impunità per i mafiosi e lo si è fatto secondo diritto e con le garanzie costituzionali, cosa che, fino a quel momento, non era scontata.
Ma come si è arrivati a questa antimafia integrale, a quella antimafia di Falcone e Borsellino? Non ci si è arrivati facilmente, non ci si è arrivati senza superare degli ostacoli. Tano Grasso mi ha fatto di recente rileggere i diari di Rocco Chinnici. Vi leggerò un piccolo appunto di Rocco Chinnici che racconta quali ostacoli si sono dovuti superare per arrivare a quell’antimafia. Chinnici appunta un incontro avvenuto con il Presidente della Corte di Appello di Palermo e dice: «Vado da Pizzillo, mi investe in malo modo, dicendomi che all’Ufficio istruzione stiamo rovinando l’economia palermitana disponendo indagini e accertamenti a mezzo della Guardia di Finanza. Mi dice chiaramente che devo caricare di processi semplici Falcone in maniera che cerchi di scoprire nulla perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla».
Ora, questo è il quadro in cui eravamo nel 1982, ma poi accade che nel 1983 arriva Antonino Caponnetto, nuovo consigliere istruttore che si insedia a Palermo e segna un punto centrale, fondante dell’architrave dell’antimafia integrale: il pool antimafia. Ci permette di fare una cosa che fino ad allora non era stata mai fatta, ossia condividere le informazioni e quindi non avere più un punto di vista legato ad un fatto o un delitto, ma ad un insieme di fatti e di delitti. La condivisione delle informazioni, inoltre, mette in sicurezza i magistrati perché non è più sufficiente uccidere il magistrato che segue quell’indagine, perché ci sono gli altri che sono allo stesso modo a conoscenza di quello che è successo. Il pool antimafia costruisce un’organizzazione dell’antimafia, anticipa le Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) e la specializzazione delle procure che hanno fatto la differenza nella lotta alla criminalità organizzata.
Su questo si innesca quello che è in certi termini il “metodo Falcone”, il metodo che ci porta al maxiprocesso di cui peraltro quest’anno ricorrono i quarant’anni. E quel metodo che ci porta al maxiprocesso su cosa si basa? Su principi che, secondo me, sono attualissimi: un approccio strategico alla lotta alla criminalità organizzata – e non solo sentimentale, non solo momentaneo – e un senso del limite, ossia fare indagini che possano arrivare a termine, che possano arrivare al punto.
Mi hanno particolarmente colpito – forse anche per il lavoro che facciamo in Commissione parlamentare antimafia sulla ricostruzione storica delle stragi – le parole di Giovanni Falcone: «ho sempre evitato di scambiare ipotesi di lavoro con la realtà, ho sempre evitato di prendere iniziative che non avessero qualche ragionevole possibilità di successo».
Ora, a questa antimafia integrale che, secondo me, altro non è che un’antimafia dei fatti (quella che dovremmo rincorrere oggi, un’antimafia vincente perché ha portato a casa straordinari risultati), io contrappongo i “professionisti dell’antimafia”, quelli che sono stati ben descritti e ben raccontati dall’articolo di Sciascia del 1987, che qualcuno ha strumentalizzato proprio contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma è lo stesso Paolo Borsellino che smentisce questa ricostruzione, raccontando come in realtà si siano trovati contro i professionisti dell’antimafia, ossia quelli che hanno fatto antimafia per tornaconto personale – e anche questo è decisamente attuale. Però quell’intervento di Sciascia, dice sempre Paolo Borsellino, ebbe quanto meno il merito di stroncare molte carriere di politici che stavano salendo sul carro con troppa disinvoltura.
Ecco, a questo io contrappongo anche la colpevole inerzia dei giudici fino a quel periodo, contrappongo i collateralismi tra alcuni magistrati e determinati gruppi di potere politico. E qui voglio segnare un altro punto, guardando ancora indietro rispetto a quanto ho citato fino ad ora e guardando al 6 gennaio 1990, che mi porta in questo caso a fare un’autocritica sulla mia categoria di appartenenza e sulla politica, perché il maxiprocesso, la denuncia del correntismo in magistratura e i duri, e anche fermi, giudizi di Giovanni Falcone sulle scelte politiche e governative di quel periodo, mi portano ad affermare un’altra verità, che forse la politica dovrebbe avere il coraggio di dire con le parole giuste e cioè che è con Piersanti Mattarella che cambia la politica siciliana. Quella parte di Cosa nostra abituata a comandare nella DC tramite Ciancimino capisce che non potrà più avere tutti alleati. È un dato oggettivo che va affermato e che mi porta ad attualizzare questo pensiero sull’antimafia integrale perché come facciamo oggi a tenere la barra dritta? Come facciamo oggi ad essere all’altezza degli uomini che ho citato, delle storie che hanno fatto l’antimafia?
Io devo per forza partire da me, dalla politica, dalla Commissione che presiedo, e credo, e su questo mi ha anticipato il Procuratore Melillo, che la Commissione non può e non deve fermarsi all’ascolto e all’analisi, che sono senza dubbio fondamentali davanti alla mutevolezza della criminalità organizzata, ma deve tutelare, attualizzare e, se necessario, inventare nuovi strumenti di contrasto. E lo dico chiaramente, sapendo che qui e tra tutti quelli che conoscono l’antimafia possono essere condivisi.
Il riferimento voluto è alla tutela del 41 bis, il riferimento voluto è alle necessarie modifiche al 41 bis, perché i numeri che conosciamo oggi ci raccontano di un pericolo, e il riferimento ancora più voluto è al lavoro che la Commissione Parlamentare sta facendo sulla legge di “Liberi di scegliere” perché non si può rimanere sordi e non si può essere ciechi davanti al coraggio di alcune madri che hanno sottratto i figli all’eredità della mafia e, dall’altro, non si può non riconoscere il lavoro che alcune Procure stanno facendo, senza dare loro dei nuovi strumenti.
Ora però, di fronte a tutto questo, abbiamo bisogno di una politica che superi alcune derive della magistratura, che annulli le distanze con le associazioni che si occupano di questi temi e che però, se mi permettete, superi la retorica delle cerimonie fini a se stesse perché il rischio delle cerimonie fini a sé stesse dopo tanti, tanti anni è che, senza l’impatto emotivo delle stragi, le nuove generazioni siano sorde e cieche davanti al richiamo dell’antimafia. E quindi l’avanzare della criminalità organizzata è dietro l’angolo ed è molto sottovalutato. Non bastano i piccoli richiami in giornate celebrative. Ci vuole un lavoro costante e continuo.
In conclusione, vista la giornata di Conclave e visto il ruolo che è stato richiamato della Chiesa, degli uomini di fede, penso ai tanti martiri della Chiesa, da don Pino Puglisi a don Peppe Diana e mi sono ricordata di come il Centro Studi Livatino abbia tante volte richiamato quella predica di Giovanni Paolo II del 9 maggio 1993, che spazzò ogni dubbio nella Valle dei Templi, ma, proprio per l’attualità di questo periodo, anch’io ho riflettuto sulle parole di Papa Francesco che il 21 giugno 2014 a Sibari ha detto che la ‘ndrangheta è «adorazione del male».
Allora in questa sede e in tutte le sedi in cui siamo chiamati ad operare, credo che sia nostro preciso dovere – da laici, da fedeli, da praticanti o meno – scegliere e raccontare sempre l’integrale e testardo raggiungimento del bene comune che ci riguarda tutti e che riguarderà soprattutto le nuove generazioni.