Giulia Bovassi
Associate Researcher Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani
Università Europea di Roma
Disforia di genere nei minori e problemi bioetici*
Sommario: 1. Introduzione – 2. Appropriatezza terapeutica e principio terapeutico – 3. Principio di precauzione – 4. Consenso informato – 5. Conclusioni.
- Introduzione
Il presente contributo riprende[1] ed estende, approfondendo, quanto esposto in occasione dell’audizione informale tenuta lo scorso 3 aprile 2024, nell’ambito della discussione della risoluzione 7- 00198 Zanella, sulla definizione di linee guida in materia di disforia di genere presso la XII Commissione Affari Sociali, Camera dei deputati della Repubblica.
Attualmente l’oggetto della risoluzione risulta nel disegno n. 2575 “Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere” proposto dai Ministeri della Salute e della Famiglia, la natalità e le pari opportunità (fautori con decreto del 13 maggio 2024 dell’istituzione di un tavolo tecnico presso l’Ufficio di Gabinetto del Ministero della salute i cui lavori tuttora in corso), attualmente in discussione presso la Camera dei deputati.
Il Disegno di legge mira a disciplinare il percorso clinico che prende avvio dalla diagnosi di Disforia di Genere nei Minori (d’ora in poi DGM) e prosegue fino alla somministrazione off label (autorizzata al di fuori delle indicazioni terapeutiche per cui ha avuto l’autorizzazione all’immissione in commercio) dei farmaci bloccanti della pubertà, in particolar modo la Triptorelina, autorizzata dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ai sensi del decreto-legge 21 ottobre 1996, n. 536, convertito dalla legge 23 dicembre 1996, n. 648, a seguito di un parere espresso dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) in risposta ad un quesito posto da AIFA sull’eticità dell’utilizzo del suddetto farmaco per il blocco puberale in pazienti con diagnosi di DGM[2].
A partire dalla riflessione avanzata con la Risoluzione, poi, a seguire, dalle indicazioni di AIFA e del CNB con nuova risposta al Ministero della Salute in data 22 novembre 2024 – ovvero comprendere se e come disciplinare l’approccio terapeutico alla DGM –, il dibattito è andato procedendo verso due obiettivi sostanziali: il primo consiste nel regolamentare la somministrazione dei farmaci bloccanti la pubertà e degli ormoni mascolinizzanti/femminilizzanti ai minori affetti da disforia di genere, disciplinandola fin dalla definizione di un’équipe multidisciplinare nella prima fase (diagnosi) della presa in carico del paziente e consenso del comitato etico pediatrico nazionale; il secondo consiste nell’istituzione, a cura dell’AIFA, di un registro (la cui relazione dovrà essere trasmessa al Ministero della Salute con cadenza semestrale) contenente: elementi e informazioni alla base della valutazione clinica; la diagnosi a carico dell’équipe multidisciplinare; gli esiti di precedenti percorsi psicologici ed eventualmente psichiatrici; le eventuali comorbilità diagnosticate; il monitoraggio clinico e il follow up.
Quanto osservato in occasione dell’audizione informale avente in oggetto la Risoluzione iniziale può essere adattato nella valutazione che interessa anche l’attuale disegno di legge per quanto concerne le criticità sotto il profilo bioetico circa il tema delicato, urgente, complesso della DGM.
In particolare si rilevano criticità sui seguenti aspetti: la natura patologica o non patologica della disforia di genere; l’assunto della natura patologica come presupposto legittimante un percorso di tipo clinico; il principio di proporzionalità e appropriatezza terapeutica alla luce dei recenti scandali internazionali e, di conseguenza, dei rischi e danni emersi; la debolezza del consenso informato nel caso di DGM; la mancanza di evidenze scientifiche sufficienti; l’interrogativo che dovrebbe porsi a monte della regolamentazione, ovvero se vi siano i presupposti terapeutici nella somministrazione dei bloccanti della pubertà e ormoni cross-sex.
- Appropriatezza terapeutica e principio terapeutico
I recenti avvenimenti che hanno interessato l’Azienda Ospedaliero Universitaria Careggi a Firenze[3], dove sono emerse chiaramente molte delle criticità che hanno condotto al Ddl, e l’ancor più recente notizia della più giovane transitioner italiana, una bambina di soli 13 anni[4], accendono l’attenzione sulla necessità di definire tempestivamente normative e linee guida cliniche sui percorsi di trattamento della Disforia di Genere nei Minori (DGM). Tuttavia, appare incongruo dover attivare un percorso terapeutico composto da una diagnosi psicologica, psicoterapeutica ed eventualmente psichiatrica, fino alla somministrazione farmacologica di bloccanti ed ormoni cross-sex su di un paziente il cui stato psicologico viene definito “condizione” e non “patologia”. Il primo criterio etico di un approccio non tanto o non solo clinico, bensì terapeutico, ovvero atto a ripristinare uno stato di salute compromesso dando benefici oggettivi al paziente, è quello della diagnosi di uno stato morboso in atto. In tal senso, l’interrogativo – di interesse globale – è il seguente: “qual è la natura della DGM?”
Storicamente le problematiche eccezionali dell’ambivalenza sessuale, gestite clinicamente, e, a seguire, le teorie psicologiche e filosofiche sull’incongruenza fra sesso e genere (sex/gender) hanno sollecitato il mondo scientifico a ripensare il determinismo biologico binario (maschile/femminile) e il suo rapporto con la percezione, quindi affermazione, sociale del genere, variabile rispetto al sesso. La priorità del genere sul sesso ha caratterizzato il sovvertimento del determinismo biologico, nel quale sex e gender corrispondono con una priorità del primo sul secondo. Le stesse teorie sostennero «la priorità dell’educazione/socializzazione e della volontà sulla natura arrivando all’accettazione di un ‘terzo gender’ e all’esaltazione dell’indifferenza sessuale»[5]. Si tratta della cosiddetta “teoria dell’allevamento” (nurture theory), elaborata primariamente da John Money[6] (contrapposta al determinismo biologico e oggetto di ampie e ferrate critiche dal mondo scientifico), dove il gender è acquisibile e scollegato da ogni forma di legame necessario e inevitabile con il sex, al punto che Money tematizza la fine del binarismo oppositivo (maschile o femminile) a favore di un binarismo congiuntivo (maschile e femminile). Ne consegue la continua espansione di “nuovi” generi (generi “addizionali”) con i quali il soggetto può identificarsi, come sostenuto da teorie filosofiche post-gender radicali come quelle di Judith Butler, Donna Haraway, Sadie Plant, Rosi Braidotti, ecc. in cui la volontà individuale di affermazione del genere rientra in uno scenario di assoluto relativismo e nomadismo antropologico, in cui l’individuo può optare per qualunque genere, in ogni momento, fino alla scelta di restare in un “limbo” neutro (la cui prova empirica sarebbero le condizioni di ambiguità sessuale). Se da un lato questa condizione venne supportata da un movimento di depatologizzazione, il cui esito doveva essere l’accettazione e la normalizzazione, rigettando ogni educazione o azione chirurgica e/o terapeutica “forzata” di adeguazione fra sesso e genere; dall’altro condusse al diritto di agire sotto il profilo educativo, sociale, giuridico, clinico a favore di una ri-assegnazione del genere, ovvero, laddove vi fosse esplicita richiesta della persona, di un’armonizzazione fra sesso e genere scelto/percepito mediante l’adeguamento del primo al secondo.
Quando il medico David Cauldwell coniò nel 1949 il termine “transessualismo”, la collocazione fu quella della psicopatologia. Il soggetto transessuale venne poi definito da Harry Benjamin come colui che «sente e desidera di essere e di operare come appartenente al sesso opposto»[7] e, a seguire, il transessualismo venne collocato nelle sindromi di natura psichiatrica in varie edizioni, fino alla terza, del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM). Nella quarta edizione la sindrome venne citata come condizione sotto la dicitura Gender Identity Disorder, quale «forte e persistente identificazione con il sesso opposto, accompagnata dal persistente malessere riguardo al proprio sesso e al ruolo sessuale del proprio sesso»[8].
A seguire, dal DSM-V del 2013 fino alla più recente revisione DSM-V- TR del 2025, la Disforia di Genere definisce una nuova classe diagnostica inquadrata come condizione di discordanza tra identità di genere (sesso percepito) e sesso biologico, contraddistinta da gravi sofferenze e desiderio di attuare modifiche per mutare verso il sesso considerato preferibile, per essere, agire e relazionarsi socialmente come tale. Ad oggi l’aspetto più enfatizzato dal DSM risulta l’incongruenza di genere, ossia la rilevanza dell’identificazione con il sesso opposto dando maggior rilievo al processo, allontanando progressivamente i riferimenti alla nosologia psichiatrica. In linea anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale nell’undicesima edizione dell’International Classification of Disease (ICD) ha definito le categorie diagnostiche “transessualismo” e “gender identity disorders of children” come obsolete, manifestando preferenza per “gender incongruence of adolescence and adulthood” e “gender incongruence of childhood”[9], spostando l’incongruenza di genere dalla sezione dedicata ai disturbi psicologici e comportamentali a quella delle condizioni correlate alla salute sessuale. L’OMS specifica che la diagnosi non può avvenire prima dell’inizio della pubertà e qualunque intervento di tipo farmacologico e/o chirurgico di riassegnazione del genere deve avere come finalità quella di garantire l’allineamento fra sesso e genere percepito, nonché l’accettazione sociale. Nel caso dei minori l’incongruenza deve essere manifestata in modo marcato e deciso in età prepuberale includendo «un forte desiderio di appartenere a un genere diverso da quello assegnato; una forte avversione da parte del bambino per la propria anatomia sessuale o per le caratteristiche sessuali secondarie previste e/o un forte desiderio per le caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie previste che corrispondono al genere esperito; e giochi di fantasia o di finzione, giocattoli, giochi o attività e compagni di gioco tipici del genere esperito piuttosto che del sesso assegnato. L’incongruenza deve persistere per circa 2 anni. Il comportamento e le preferenze di genere varianti non costituiscono di per sé una base per l’assegnazione della diagnosi»[10].
In Italia, ad esempio, questo approccio di adeguamento del sesso al gender ha trovato approvazione con la legge n. 164 del 14 aprile 1982 “Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso”, la quale apre alla possibilità medica e giuridica di superare le discordanze fisiche e psicologiche al fine di garantire il benessere del singolo e la sua inclusione sociale. La DGM, dunque, è una condizione che ha subito nel corso del tempo un processo di de-patologizzazione progressiva, con una massimizzazione dell’attenzione nel trattamento verso l’autodeterminazione del singolo e una banalizzazione del valore del trattamento psichiatrico/psicoterapeutico iniziale[11], a favore di un modello cosiddetto “affermativo”, ovvero di modificazione dei caratteri sessuali secondari e, mediante intervento chirurgico, primari, in accordo con il genere scelto. Affinché un atto medico e chirurgico sia moralmente lecito deve essere rispettato il principio di proporzionalità e appropriatezza delle cure, in un attento bilanciamento rischi/benefici, e il principio di totalità o terapeutico, che giustifica l’intervento e/o l’asportazione della parte malata in funzione della salute del tutto. Il soggetto al quale viene diagnosticata la DGM non presenta anomalie cromosomiche, segni di ermafroditismo o deficit endocrini e il suo apparato riproduttivo risulta fisiologicamente sano. Il processo di transizione, quindi, è impropriamente detto “terapeutico”: viene trattato un corpo sano come fosse malato per cercare di uniformare la percezione di sé che ha il singolo con l’immagine esteriore di sé, nella convinzione che le due possano armonizzarsi prescindendo dalla permanenza ineliminabile del sesso biologico. Viene a mancare, dunque, il principio di terapeuticità.
Questa decisione si attua in contesto clinico, ma la sua natura è di tipo antropologico perché prosegue da una determinata visione della corporeità e della sessualità rispetto alla persona. A tal proposito occorre sottolineare che dal punto di vista scientifico appare indubbio che l’intervento medico-chirurgico non serva a superare la conflittualità che il soggetto vive a causa dell’incongruenza di genere, poiché non ricompone l’armonia originaria andata perduta creando nuove frustrazioni[12]. La sessualità ha una dimensione originaria ineliminabile, che è quella genetica. Pertanto, qualunque modificazione in senso ri-affermativo dovrà scontrarsi con una componente costitutiva della persona, inalterabile farmacologicamente o chirurgicamente.
Molti studiosi critici[13], con sempre più vigore, denunciano il blocco della pubertà, la transizione farmacologica con ormoni cross-sex e l’intervento chirurgico definendoli invasivi, non terapeutici, invalidanti e in taluni casi usando l’espressione forte “atti di mutilazione” su organismi non malati, su corpi sani. Il misunderstanding di metodo vede nell’intervento sanitario il mezzo per ri-armonizzare tra loro sesso cromosomico-gonadico, fenotipico e identità di genere, quando, al contrario, la sospensione incarcera il corpo in un limbo di neutralità inesistente dal punto di vista biologico e non risolutivo, il quale a sua volta costringe, limitandola, la libertà del soggetto, particolarmente se trattato in età puberale o pre-puberale, a conoscere sé stesso. Le perplessità maturate attorno alla pervasività, finanche univocità, del protocollo basato sul modello affermativo come scelta privilegiata hanno posto una domanda fondamentale: come può darsi un’identificazione, un’appartenenza autentica di sé del soggetto, se gli viene negato il confronto con il proprio corpo? La sospensione della pubertà risulta non l’ampliamento di una finestra diagnostica d’indagine, bensì l’anticamera accelerato verso l’avvio del percorso di transizione ormonale e, a seguire, in molti casi, chirurgico. Fenomeni come quello dei “detransitioners” assieme agli studi scientifici più recenti appurano esattamente questo: la transizione introduce una dissonanza ulteriore, frammentando il processo di autocomprensione e accettazione del sé. Ed è significativa l’affermazione di Paul McHugh – più di un centinaio di pubblicazioni scientifiche e una carriera come direttore del dipartimento di psichiatria al Johns Hopkins Hospital di Baltimora – il quale, constatando l’inefficacia sul rischio/intenzionalità suicidaria per soggetti affetti da DG avviati alla transizione, disse «produrre un paziente soddisfatto, ma ancora travagliato, sembrava una ragione inadeguata ad amputare chirurgicamente organi normali»[14]. McHugh chiuse il programma di riassegnazione del sesso nella sua clinica[15].
Come affermato poc’anzi, la posizione si rivela antropologica ed etica, ovvero la negazione dell’assunto che la sessuazione è un imprinting determinato, originario e strutturale di ogni cellula del nostro organismo – oggi possiamo addirittura parlare di cervello sessuato grazie ai contributi delle neuroscienze. Non è una circostanza opinabile, tantomeno un prodotto culturale (rif. “nurture theory”) bensì di natura biologica e per essenza. Va da sé che il sesso non può essere sradicato e riassegnato, solamente modificato a livello esteriore.
Il principio terapeutico esige delle condizioni per trovare legittima applicazione, fra cui: un’alta percentuale di successo dell’intervento chirurgico e/o farmacologico; che l’intervento sia terapeutico in senso stretto, ovvero agisca sulla parte malata a beneficio del tutto; che funga da rimedio esclusivo ad una patologia non diversamente curabile; che rispetti il bene superiore e la dignità della persona. Fondamentale è che l’intervento rispetti il principio di totalità agendo sulla parte malata per conseguire un beneficio diretto e globale di tutta la persona. Come anticipato, nel caso in questione l’intervento si applica su un individuo non patologico, fisicamente integro e sano, il cui disagio viene definito una “condizione” esistenziale e personale. Per questo, oltre a porre in serio dubbio l’idoneità di un discorso che ponga sullo stesso piano la necessità di normare un approccio clinico ad un non-paziente (persona sana), deve essere sottolineato che anche l’operazione chirurgica (spesso traguardo al quale conduce il blocco della pubertà) eseguita nel migliore dei modi creerà solo un prototipo dell’organo sessuale, non l’organo vero e proprio, complicando ulteriormente il disagio vissuto dal soggetto. Dal punto di vista etico l’esclusivo percorso psicoterapeutico trova ragionevolezza e legittimità; al contrario, il percorso affermativo mediante ormoni cross-sex, bloccanti e, il più delle volte, transizione chirurgica complica la condizione precedentemente vissuta dalla persona avendo non più solo la psiche in contrasto con il soma, ma quest’ultimo in contrasto con sé stesso, avendo elementi di un sesso e dell’altro[16]. Il principio terapeutico richiede un’alta percentuale di successo (dal Cass Review Final Report apprendiamo che lo studio non ha dimostrato la riduzione del rischio suicidiario nei minori affetti da DG)[17] dell’intervento chirurgico e/o farmacologico (lo stesso Report ci informa con ben 912 referenze bibliografiche che permane sostanzialmente invariata la soddisfazione corporea a seguito del blocco e della transizione, dimostrando sia l’inutilità sia l’inefficacia della cosiddetta “finestra temporale”[18], sostenendo, inoltre, che l’Università di York ha rivelato un’evidenza insufficiente e/o incoerente sugli effetti psicologici/psicosociali della soppressione[19]); che l’intervento sia terapeutico in senso stretto, ovvero agisca sulla parte malata a beneficio del tutto; che funga da rimedio esclusivo ad una patologia non diversamente curabile; che rispetti il bene superiore e la dignità della persona.
Ulteriore elemento di forte criticità connesso al principio terapeutico e di proporzionalità delle cure riguarda gli effetti a lungo termine sulla fertilità e, ovviamente ciò vale ancor più in caso di intervento chirurgico, sulla capacità procreativa, irrimediabilmente compromessa e alla quale spesso e volentieri viene suggerita la crioconservazione gametica per ottemperare all’eventuale desiderio genitoriale futuro[20] che consentirebbe di «essere (…) allo stesso tempo madre biologica/genetica (…) e padre sociale/legale – nel caso di FtM (Female to Male transition) – o viceversa padre biologico e madre sociale/legale – nel caso di MtF (Male to Female transition)»[21], come riportato da Assuntina Morresi. Va ricordato che i dati sull’effetto a lungo termine della Triptorelina sulla fertilità sono noti solo per il suo uso nei casi di pubertà patologica, non fisiologica, e ciò indica la mancanza di evidenze sulla possibilità di ripristino della fertilità, anzi comporta una sterilità certa per coloro che procedono verso la transizione a partire dal blocco puberale.
Invalidare in modo permanente una corporeità normo-funzionante e normo-dotata genera un enorme problema etico sia di medicalizzazione dell’esistenza sia sulla natura, i limiti e gli scopi dell’arte medica e come si pone questo scenario rispetto al principio di responsabilità. Ciò mina, inoltre, il principio di totalità precedentemente enunciato, considerando che il rischio evidente di invalidare in modo irreversibile la capacità procreativa e la fertilità induce a considerare l’intervento di blocco puberale di carattere ingiustificato.
- Principio di precauzione
Direttamente connesso al principio terapeutico, vi è poi il principio di precauzione[22], universalmente riconosciuto in ambito bioetico e biogiuridico, adottato a fini preventivi nella gestione del rischio, nell’esitamento del danno e ove persiste incertezza scientifica. È un principio di saggezza prudenziale intersecato a quello più ampio e deontologico di responsabilità, di impegno a ricercare/procurare il bene del paziente e astenersi dal recargli pena, quindi compiere il male. Circa il tema in oggetto, questa rosa di principi dovrebbe, coerentemente con i protocolli di bioetica clinica in ambito sperimentale e pediatrico, applicarsi in merito alla validità di suddetto approccio, posto il carattere sperimentale circa gli effetti collaterali e i rischi a lungo termine oggigiorno comprovati in larga misura sia della riassegnazione del sesso sia del blocco puberale, in particolare l’utilizzo off-label del farmaco Triptorelina, non in situazioni di pubertà patologica, dove gli effetti sono già noti, ma fisiologica con DG. È un distinguo fondamentale quello tra carattere sperimentale, ordinario e “trattamento salva-vita o necessario”. La letteratura sugli effetti avversi e rischi a lungo termine sta affiorando in rapida accelerazione[23], muovendo tutti quei sostanziali cambiamenti istituzionali attuati in ambito internazionale con orientamento restrittivo sull’uso dei bloccanti e la transizione, che fino ad ora avevano adottato linee guida discrezionali o in genere emanate dalla World Professional Association for Transgender Health (WPATH), recentemente coinvolta nello scandalo denominato “WPATH Files”[24], reso pubblico dall’organizzazione Environmental Progress, dimostra come si fosse oramai giunti a un’indebita trasposizione del piano ideologico, attivista, politico (“dei diritti”) su quello sanitario, a partire dalla voluta incuranza verso i doveri etici da tenere in caso di scarsa informazione scientifica e sperimentabilità delle procedure. Il 9 dicembre 2025 il Daily Wire ha riportato la notizia che la Florida ha intrapreso azioni legali contro la World Professional Association for Transgender Health (WPATH), l’Endocrine Society e l’American Academy of Pediatrics[25] per il sostegno a procedure “transgender”, ossia di transizione di genere, sui minori alla luce della verificata consapevolezza a porte chiuse dei danni potenzialmente irreversibili di queste procedure. L’accusa è di aver promosso l’approccio affermativo per ottenere un vantaggio economico. Si legge nell’inchiesta riportata dal Daily Wire, che ha ricevuto una copia dell’azione legale di 75 pagine, che «le azioni immorali delle organizzazioni sfruttano il disagio mentale dei bambini, nonché gli affetti e le paure naturali dei loro genitori, per aiutare i loro membri a vendere interventi chirurgici e farmaci redditizi che mutilano in modo irreversibile e alterano chimicamente i corpi dei bambini senza fornire alcun beneficio medico credibile»[26]. Sotto il profilo bioetico non è marginale l’interferenza politica, attivista, ideologica sulla valutazione terapeutica, l’approccio al paziente e ai suoi familiari, il conflitto di interesse, la procedura di raccolta del consenso informato quando i rischi in letteratura e gli scarsi benefici vengono taciuti o minimizzati malgrado siano noti alla comunità scientifica. In tal caso non si tratterebbe nemmeno di una situazione che vede la scienza in una scomoda situazione di incertezza, sicché il principio di precauzione affianca direttamente quello prudenziale e di responsabilità. Si tratta non solo di normalizzare un nuovo diritto all’identità di genere sganciato dalla determinazione biologica sessuale, ma di un assolutismo autonomicista del quale il medico prende atto da un lato e si fa promotore dall’altro, contravvenendo al principio stesso. Una mera presa d’atto del curante della volontà presunta o reale del minore, dei genitori, di entrambi oppure della società, della politica o del mercato.
La consapevolezza del carattere sperimentale e la mancanza di evidenze scientifiche a lungo termine antecedono i fatti di cronaca menzionati: già nel 2019 oltre alla letteratura, profili del calibro di Carl Heneghan, direttore del Centre of Evidence-Based Medicine della University of Oxford, affermava che «data la scarsità di prove l’uso off-label di farmaci per trattare la DG rappresenta un esperimento in vivo e senza regole sui bambini»[27].
Oltre a quanto già affermato nel 2018, a giugno 2025 l’American College of Pediatricians (vanta circa 67.000 pediatri membri), pubblica un comunicato stampa molto forte[28] dove esprime la dannosità dell’approccio affermativo, i rischi a lungo termine noti in letteratura, la negazione delle Gender Theories ribadendo l’esistenza scientifica di soli due sessi maschile e femminile, infine l’impossibilità di ottenere un consenso informato valido a causa delle scarse evidenze scientifiche sui benefici oggettivi di tale approccio. L’ACP, infine, raccomanda unicamente una terapia psicologico/psichiatrica intensiva sia per i bambini sia per la famiglia. Alla luce di questi elementi, i quali trovano riscontro nel panorama internazionale, l’ACP afferma la propria intolleranza scientifica ed etica verso qualunque trattamento di blocco puberale e transizione chirurgica. Christopher Gillberg, psichiatra svedese di fama mondiale, ha affermato che la transizione pediatrica è «forse uno dei più grandi scandali della storia della medicina»[29] chiedendo «una moratoria immediata sull’uso dei farmaci che bloccano la pubertà a causa dei loro sconosciuti effetti a lungo termine»[30].
Notiamo, dunque, come i principi di proporzionalità delle cure, di beneficenza, non maleficenza risultino consapevolmente disattesi in modo assoluto ed eterogeneo[31] alla luce delle evidenze scientifiche. A seguito e oltrepassando la gravità del panorama scientifico attuale sottoposto all’attenzione internazionale dal Cass Review, il Dipartimento della Salute americano ha redatto il documento Treatment for Pediatric Gender Dysphoria: Review of Evidence and Best Practice[32], che inquadra la DGM nel più ampio bacino di problematiche connesse alla salute mentale adolescenziale, adottando un approccio pragmatico sia qualitativo sia quantitativo ed evidenziando i rischi della transizione medica pediatrica.
Dal Rapporto statunitense si apprende anche la debolezza della fase diagnostica pre-farmacologica, quindi psicologica o psichiatrica, spesso circoscritta ad una sola sessione, che deve essere vigilata, regolamentata, indagata ed eticamente neutra rispetto alla dimensione politica e ideologica in materia. Nel dicembre 2025 quanto emerso dal Rapporto statunitense ha trovato risposta nella decisione del Department of Health and Human Services (HHS) degli Stati Uniti di mettere in atto una serie di misure normative per vietare[33] gli interventi sia farmacologici sia chirurgici volti alla transizione di genere nei minori basate sulla mancanza di sicurezza, irreversibilità e danno permanente oggettivo.
In sintesi, allora, le principali criticità a supporto di molte misure restrittive sull’approccio affermativo (o protocollo olandese):
1) Rischi ed effetti collaterali a lungo termine (noti): la mancanza di evidenze scientifiche circa la certezza di reversibilità ed efficacia, paventate a sostegno dei percorsi di transizione non sostenute dalla letteratura – la quale peraltro informa che la reversibilità ha scarse probabilità di successo e solo parziale; la sicurezza fatiscente, dal momento che bloccanti e ormoni comportano rischi di sterilità, perdita della capacità di allattare, danni sulla libido e il piacere sessuale; le ripercussioni sullo sviluppo neurocognitivo, compromesso proprio per l’alterazione dello sviluppo in una delle sue fasi più importanti e delicate, quella puberale. Inoltre, si evidenzia un aumento per le donne, che iniziano la transizione e procedono verso il completamento chirurgico con l’asportazione delle ovaie, di sviluppare la malattia di Parkinson, accanto ad un aumento del rischio cardiovascolare, di osteoporosi e tumori ormono-dipendenti. Sono altresì noti gli effetti collaterali di riduzione della densità ossea, sulla serenità e il benessere psico-fisico anche alla luce di una medicalizzazione e assistenzialismo sanitario necessario a vita[34]. Per quanto concerne le donne, degno di nota è il rapporto[35] Sex-based violence against women and girls: new frontiers and emerging issues, presentato dalla relatrice speciale sulla violenza contro le donne e le ragazze delle Nazioni Unite, Reem Alsalem, la quale chiede il divieto delle pratiche di transizione avvertendo che gli Stati non riescono ad affrontare né le forme persistenti né quelle emergenti di violenza basata sul sesso, facendo esplicito riferimento a quella provocata dall’ideologia di genere e portando all’attenzione dell’Assemblea Generale dell’ONU che «Le conseguenze a lungo termine e dannose della transizione sociale e medica dei bambini, comprese le bambine, sono sempre più documentate. Tra queste: persistenza o intensificazione del disagio psicologico; persistenza dell’insoddisfazione corporea; infertilità, menopausa precoce e aumento del rischio di osteoporosi; disfunzione sessuale; e perdita della capacità di allattare al seno in caso di mastectomia mammaria (per citarne alcune)».
Inoltre, si osserva «Ciò ha giustamente indotto diversi paesi, come il Brasile, il Regno dei Paesi Bassi e il Regno Unito, a cambiare rotta e a limitare l’accesso dei bambini ai bloccanti della pubertà, agli ormoni eterosessuali e agli interventi chirurgici sugli organi sessuali e riproduttivi. Consentire ai bambini l’accesso a tali procedure non solo viola il loro diritto alla sicurezza, alla protezione e alla libertà dalla violenza, ma viola anche il loro diritto umano ai più elevati standard di salute e va contro il loro superiore interesse. I bambini non sono inoltre in grado di fornire il loro consenso informato a tali procedure. In situazioni in cui tali procedure si sono rivelate causa di danni gravi e permanenti, il consenso sarebbe privo di significato sia per gli adulti che per i bambini»[36].
2) Non vi è conferma dell’efficacia del trattamento affermativo per DGM: ulteriore fonte di problematicità riguarda, infatti, la constatazione che nessuno studio scientifico può attualmente comprovare la riduzione significativa dello stato di sofferenza grave nel quale versano coloro che vengono indirizzati al trattamento di transizione. Vi è la perdita nel follow-up del 70% (Sex Reassignment Surgery)[37] delle persone trattate di cui, quelle a disposizione, mostrano tassi di mortalità più alti rispetto al resto della popolazione e gli studi più recenti affermano l’aumento della condotta e dell’ideazione suicidaria e dell’autolesionismo.
3) Le co-morbilità associate e pregresse alla diagnosi di DGM, spesso ignorate come reale sintomo della sofferenza del minore: sono dimostrati dalla letteratura gli stati di co-morbilità presenti nella quasi totalità dei pazienti affetti da DGM, come riportato dalla Relatrice Speciale all’ONU, e precedentemente/indipendentemente diagnosticati che tendono, come accade negli Stati Uniti con il farmaco Lupron, a generare se non accentuare sintomi psichiatrici, instabilità emotiva durante il trattamento[38].
Tra le co-morbilità più frequenti e sulle quali vi è ampio consenso della comunità scientifica vi sono: il Disturbo dello Spettro Autistico; Disturbi del Neurosviluppo; Disturbi Dissociativi e la Schizofrenia; Disturbi Alimentari[39]; co-morbilità psichiatriche; ansia, depressione, autolesionismo, ideazione e condotte suicidarie, disturbo borderline di personalità[40]. Come riportato in sede di audizione informale presso la Camera dei Deputati da Marco Del Giudice, psicologo e Professore associato presso l’Università di Trieste, l’ideazione suicidaria è più alta nelle popolazioni transgender, ma ciò non è dovuto né subisce inflazioni dal trattamento affermativo, bensì dalle co-morbilità psichiatriche già presenti nel minore. Anzi, Del Giudice conferma che in letteratura non vi è dimostrazione della correlazione fra somministrazione dei bloccanti della pubertà e riduzione rischio/intenzionalità suicidaria[41].
4) Infine, com’è noto in letteratura, la DG nei minori tende a risolversi da sé con un’armonizzazione tra sesso biologico e identità di genere in età più adulta, se sostenuta da una buona pratica di accompagnamento ed elaborazione psicologico/psichiatrica[42].
- Consenso informato
Un altro grande nodo problematico dal punto di vista bioetico riguarda il consenso informato, che è un momento fondamentale a legittimazione della stessa possibilità della pratica medica, come evidenziato dal Comitato Nazionale per la Bioetica[43]: un presupposto umano, etico, deontologico e antropologico di bilanciamento in un rapporto naturalmente asimmetrico, data la discrepanza tra il sapere del professionista e la non-competenza del paziente. Proprio su questo iato il consenso informato viene a delinearsi come «l’incontro tra una fiducia e una coscienza» (R. Lucas Lucas), la cui centralità è data da un altro aspetto di asimmetria, ovvero la vulnerabilità di chi si affida tanto alla competenza tanto alla virtù del curante. Il valore fondamentale di questo atto medico è storicamente riconosciuto a livello internazionale – basti pensare al Codice di Norimberga del 1947, alla Dichiarazione di Helsinki della World Medical Association del 1946, alla Convenzione di Oviedo del 1947, alla Dichiarazione Universale sulla Bioetica e i Diritti Umani dell’UNESCO del 2005, al Codice di Deontologia Medica e così via – e rappresenta lo sviluppo di una medicina attenta ai diritti del paziente e ai doveri del curante, al fine di arginare paternalismi eccessivi da un lato e un’autodeterminazione esacerbata dall’altro, mediante requisiti irrinunciabili ed elementi caratterizzanti il consenso, come le modalità e il metodo comunicativo ponderato in base al tipo di paziente, all’età, alle condizioni in cui versa e alla capacità/condizioni di comprensione, deliberazione, ascolto, valutazione. Elementi che riguardano, altresì, la qualità dell’informazione che deve essere accurata, fondata, corretta, comprensibile, esaustiva, soprattutto in caso di interventi/trattamenti di tipo sperimentale e rischi connessi e, ancor più, se diretti a pazienti in età pediatrica. Poste le suddette condizioni fondative del consenso informato e poste le criticità scientificamente conosciute (particolarmente negli ultimi anni), sconosciute (ribadisco, ancora non vi è letteratura sufficiente in merito), note dall’esperienza clinica (il fenomeno dei detransitioners e gli scandali come i WPATH Files[44], documenti e messaggistica degli esperti della World Professional Association for Transgender Health, la principale autorità scientifica al mondo sul trattamento dell’incongruenza di genere), occorre interrogarsi seriamente sulla possibilità di un autentico consenso informato e quanto sia stato – in virtù di questo e di un sostanziale approccio arbitrario finanche ideologico alla DGM – violato. Ci si domanda, nel concreto, come sia possibile basare la fattibilità terapeutica di procedure atte a bloccare la pubertà/di transizione e, a seguire come avviene nella maggior parte dei casi, transitare al sesso opposto farmacologicamente/chirurgicamente, su di un consenso viziato da mancanza di dati, quindi di confronto scientifico, che è l’anima della ricerca, in condizioni psicologiche del paziente alterate e vulnerabili[45].
Come dichiarato da Morresi nella nota a margine del parere del CNB del quale è membro, il rischio è che in tali condizioni il consenso diventi pura formalità[46]. Lo stesso linguaggio utilizzato per descrivere i farmaci bloccanti della pubertà risulta fuorviante in merito alla possibilità che questo blocco possa o meno essere superato oppure invertito a ritroso. Angelo Vescovi, attuale presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, come ribadito in audizione da Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ha correttamente affermato: «La pubertà è un fenomeno multisisistemico regolato da un complessissimo network di sostanze che fanno evolvere tutti gli organi verso l’età adulta. Trovo sconvolgente che uno scienziato possa pensare che una molecola sia in grado di bloccare un processo così ramificato, eventualmente per riattivarlo in seguito. On-off è una logica che in biologia non esiste. I processi non si fermano, semmai vengono deviati con effetti a cascata». E, in merito alla reversibilità: «Puoi rinvertire l’atto, ovvero smettere di somministrare il farmaco, non gli effetti»[47].
Sorge spontaneo domandarsi come viene comunicato e quali strategie comunicative eticamente validate adottare per informare un minore in età pre-puberale di questa complessità che egli incarna e delle conseguenze derivanti da un approccio medicalizzante la fase più delicata della sua esistenza. A maggior ragione considerando che la condizione segnata da DG nei minori spesso subisce la pressione sociale alla quale sono esposti come soggetti estremamente fragili, privi di adeguati mezzi di decodificazione. In definitiva, circa il consenso informato del minore i quesiti riguardano la consapevolezza; l’autenticità (libertà e assenza di costrizioni) del paziente; pressione sociale diretta o indiretta; il ruolo della famiglia qualora si trovasse in disaccordo con la volontà espressa dal minore di procedere/non intraprendere il percorso di transizione.
Aggiungo, inoltre, che a rendere ingiustificabile la prescrizione a intraprendere percorsi di sospensione/affermazione vi è la maturata consapevolezza da parte del curante dell’insufficiente capacità di comprensione da parte del paziente circa la portata delle conseguenze a lungo termine correlate, prima fra tutte l’infertilità. Ciò dovuto, anzitutto, da quanto dichiarato dai curanti stessi del WPATH, ovvero che l’immaturità anagrafica, biologica, morale e formativa di soggetti in età pre-puberale e puberale (età di «rimodellamento e riorganizzazione del cervello in maturazione (…) un processo di ricerca della propria identità» e una «seconda nascita psichica», citando lo psichiatra Alexander Korte specializzato in DG), impedisce loro di avvalersi di strumenti idonei ad esprimere un consenso valido e ciò, più che una banale ipotesi, rappresenta un dato di realtà verificabile in sede di colloquio con il paziente. Non è sufficiente, inoltre, sostenere la legittimità morale del trattamento e validità del consenso sulla base dell’estrema sofferenza vissuta/manifesta del paziente né a priori né a posteriori, a dimostrazione dell’efficacia, almeno per due ragioni fondamentali: la prima è che non esistono parametri di valutazione clinica della sofferenza, in quanto stato soggettivo diverso dal dolore, il quale al contrario può essere oggetto di standard valutativi; la seconda è l’assenza di evidenze scientifiche a causa della perdita dei pazienti nella fase di follow-up pari a circa il 70%.
- Conclusioni
Le linee-guida dovranno, allora, a mio modesto parere, basarsi su un preliminare approfondimento bioetico, quindi transdisciplinare, su tutte le criticità qui presentate, la cui premessa consiste nel porsi tre quesiti essenziali: oltre alle implicazioni a seguito di procedure i cui rischi – è dimostrato – superano i benefici e posto il venir meno del principio terapeutico dell’approccio affermativo, è legittimo procedere ugualmente, seppur in senso restrittivo, ad un trattamento nocivo per la salute, l’integrità psico-fisica, il futuro e l’incolumità del minore? Inoltre: la natura dell’arte medica consiste nell’assecondare desideri, creare bisogni ad hoc su base soggettiva e se sì – ovvero se il medico è tenuto a prendere atto ed eseguire le volontà di un minore sano – come ciò inficia la natura e i limiti della medicina? È appropriato parlare delle possibili linee-guida terapeutiche considerando che manca il principio di appropriatezza terapeutica e non vi è consenso unanime sulla natura della DGM, se patologica oppure no? Questo conoscere che ci è dato sul trattamento della DG è una conoscenza che eticamente dobbiamo rivolgere alla cura, non alla manipolazione. Sovviene la necessità di distinguere il piano ideologico/politico da quello clinico, il cui fine primario è vedere la persona dietro alla patologia, ammesso che di patologia si intenda o si possa parlare considerando l’ambiguità accennata poc’anzi.
L’unico percorso normativo eticamente giustificato, alla luce delle evidenze attuali, è quello, come già suggerito, prudenziale orientato a vietare la somministrazione degli ormoni cross-sex e della triptorelina in uso off-label, agendo sulla sintomatologia con un accompagnamento psicologico strutturato e continuativo: definire, validare, monitorare un approccio psicoterapeutico e/o psichiatrico pre-diagnostico, che sia al vaglio di una équipe multidisciplinare fortemente permeata da esperti in materia bioetica che sappiano valutare la neutralità ideologico-politica della diagnosi.
Occorre, in definitiva, modificare il modus operandi adottato fino ad ora, totalmente arbitrario, mettendo in discussione la legittimità etica dell’uso dei bloccanti e degli ormoni cross-sex, tanto nella prassi quanto nel dibattito accademico/politico, poiché il “best interest” di questi pazienti è prendersene cura, non la medicalizzazione estrema della loro esistenza.
*Contributo sottoposto a valutazione.
[1] Alcune riflessioni a seguito dell’audizione informale sono state riprese anche nel volume di M. Balsamo, I pericoli del gender. Come la dottrina Lgbt vuole plasmare i nostri figli, Giubilei Regnani, Roma, 2025, pp. 100-106.
[2] Cfr. Il testo del Disegno di Legge n. 2575 è consultabile al seguente link https://www.camera.it/leg19/126?leg=19&idDocumento=2575&ancora=
[3] G. Rodriquez (8 Aprile 2024), Disforia di genere. Scoppia il caso Careggi di Firenze: “Riscontrate criticità nell’uso della triptorelina”. La Regione Toscana: “Relazione non ancora consegnata”. La replica del Ministero Salute: “È stata inviata mercoledì”, in Quotidianosanita.it, in https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/disforia-di-genere-scoppia-il-caso-careggi-di-firenze-riscontrate-criticit-nell-uso-della-triptorelina-la-regione-toscana-relazione-non-ancora-consegnata-la-replica-del-ministero-salute-stata-inviata/.
[4] V. Daloiso (22 Dicembre 2025), Cambiare sesso a 13 anni: ma chi (e come) decide sul corpo di un bambino?, in Avvenire, in https://www.avvenire.it/famiglia/cambiare-sesso-a-13-anni-ma-chi-e-come-decide-sul-corpo-di-un-bambino_102405.
[5] L. Palazzani, Elementi di bioetica e biogiuridica pediatrica. Teorie, questioni, casi, G. Giappichelli, Torino, 2021, p. 103.
[6] J. Money-P. Turcker, Essere uomo essere donna: uno studio sull’identità di genere, Feltrinelli, Milano, 1986.
[7] H. Benjamin, The Transsexual Phenomenon, Julian Press, New York City (NY) 1966; cfr. A. Capriolo, Transessualismo. Nuovi problemi bioetici e biogiuridici, in G. Brambilla (a cura di), Temi scelti di bioetica. Sessualità, gender ed educazione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2015, p. 43.
[8] Cfr. Ibidem.
[9] World Health Organization, Gender Incongruence and Transgender Health in the ICD, in https://www.who.int/standards/classifications/frequently-asked-questions/gender-incongruence-and-transgender-health-in-the-icd
[10] Ibidem, trad. mia.
[11] Cfr. GenerAzione D, Transizione di genere (“cambiamento di sesso”): aspetti medici – Dott. Fabio Cattaneo, in Generazioned.org, in https://www.generazioned.org/transizione-di-genere-cambiamento-di-sesso-aspetti-medici-dott-fabio- cattaneo/.
[12] Cfr. E. Sgreccia (a cura di), Manuale di Bioetica Volume II. Aspetti medico-sociali, Vita&Pensiero, Milano, 2011, p. 164.
[13] Per approfondire invito alla lettura della recente pubblicazione J. Lahl – K. Fell, The Detransition Diaries, Ignatius Press, San Francisco (CA) 2024.
[14] P. McHugh (12 Giugno 2014), Transgender Surgery Isn’t the Solution, in «The Wall Street Journal», in https://www.wsj.com/articles/paul-mchugh-transgender-surgery-isnt-the-solution-1402615120.
[15] Cfr. R. Puccetti, Legender metropolitane, ESD, Bologna 2016, pp. 115-116.
[16] Cfr. a supporto di un accompagnamento pre-operatorio S.E. Oisson-A. Möller, Regret after sex reassignment surgery in a male-to-female transsexual: a long term follow-up, in Archive of Sexual Behavior, 35(4), 2006, pp. 501-506.
[17] H. Cass, Indipendent review of gender identity services for children and young people: Final report, p. 187, in https://webarchive.nationalarchives.gov.uk/ukgwa/20250310143633/https://cass.independent-review.uk/home/publications/final-report/ (Dicembre 2024)
[18] Ibid., p. 176.
[19] Ibid., pp. 176-177.
[20] Cfr. D. Chen-L. Simons-E.K. Johnson-B.A. Lockart-C. Finlayson, Fertility Preservation for Transgender Adolescents, in Journal of Adolescent Health, 61(1), 2017, pp. 120-123. DOI: https://doi.org/10.1016/j.jadohealth.2017.01.022; cfr. M.M. Telfer-M.A. Tollit-C.C. Pace-K.C. Pang, Australian Standards of Care and Treatment Guidelines for Transgender and Gender Diverse Children and Adolescents, in The Medical Journal of Australia, 209(3), 2018, pp. 132-136. DOI: https://doi.org/10.5694/mja17.01044.
[21] Comitato Nazionale per la Bioetica (13 Luglio 2018), In merito alla richiesta di AIFA sulla eticità dell’uso del farmaco Triptorelina per il trattamento di adolescenti con disforia di genere, p. 12, in https://bioetica.governo.it/media/4295/vr__p132_2018_triptorelina-per-adolesenti-con-disforia-di-genereit.pdf.
[22] Comitato Nazionale per la Bioetica, Il principio di precauzione: profili bioetici, filosofici, giuridici, in https://bioetica.governo.it/media/1867/p60_2004_principio_precauzione_it.pdf (18 giugno 2004).
[23] Cfr. S.C.J. Jorgensen-N. Athéa-C. Masson, Puberty Suppression for Pediatric Gender Dysphoria and the Child’s Right to an Open Future, in «Archives of Sexual Behavior», 53(5), 2024, pp. 1941-1956. DOI: https://doi.org/10.1007/s10508-024-02850-4.
[24] M. Hughes, The WPATH Files. Pseudoscientific surgical and hormonal experiments on children, adolescents and vulnerable adults, in https://static1.squarespace.com/static/56a45d683b0be33df885def6/t/6602fa875978a01601858171/1711471262073/WP ATH+Report+and+Files111.pdf, (2024).
[25] L. Le Mahieu (9 Dicembre 2025), Florida Brings Down the Hammer on Medical Groups that Pushed Trans Procedures on Children, in The Daily Wire, in https://www.dailywire.com/news/florida-brings-down-the-hammer-on-medical-groups-that-pushed-trans-procedures-on-children.
[26] Ibidem.
[27] L. Bannerman (8 Aprile 2019), Calls to end transgender “experiment on children”, in «The Times», in https://www.thetimes.co.uk/article/calls-to-end-transgender-experiment-on-children-k792rfj7d.
[28] American College of Pediatricians, Gender Dysphoria and Interventions, in https://acpeds.org/gender-dysphoria-and-interventions/, giugno 2025.
[29] J. Van Maren (25 Settembre 2019), World-renowned child psychiatrist calls trans treatments “possibly one of the greatest scandals in medical history”, in TheBridgeHead.ca, in https://thebridgehead.ca/2019/09/25/world-renowned-child-psychiatrist-calls-trans-treatments-possibly-one-of-the-greatest-scandals-in-medical-history/.
[30] B. Lane, Doctors back inquiry into kids’ trans care, in The Australian, in https://www.theaustralian.com.au/nation/doctors-back-inquiry-on-kids-trans-care/news-story/ 6f352bc99da430b194620a2605e8a50d, 25 Settembre 2019.
[31] Trad. mia di: N. Hardin (23 Giugno 2023), Psychologist Dr. James Cantor Details Harms of ‘Transitioning’ Kids, in ADFLegal.org, in https://adflegal.org/article/psychologist-dr-james-cantor-details-harms-transitioning-kids/; cfr. J. Cantor, Transgender and Gender Diverse Children and Adolescents: Fact-Checking of AAP Policy, in Journal of Sex & Marital Therapy, 46(4), 2020, pp. 307-313. DOI: https://doi.org/10.1080/0092623X.2019.1698481; N. Hardin (25 Marzo 2024), Leaked Files Reveal Ethical Concerns, Pseudoscience in WPATH Standards of Care, in ADFLegal.org, in https://adflegal.org/article/leaked-files-reveal-ethical-concerns-pseudoscience-wpath-standards-care; M. Landén, Puberty suppression of children with gender dysphoria: Urgent call for research, in Acta Paediatrica, 113(6), 2024, pp. 1133-1134. DOI: https://doi.org/10.1111/apa.17189; trad. mia di: S. Baxendale, The impact of suppressing puberty on neuropsychological function: A review, in Acta Paediatrica, 113(6), 2024, pp. 1156-1167. DOI: https://doi.org/10.1111/apa.17150; trad. mia di: Society for Evidence-Based Gender Medicine (16 Gennaio 2024), SEGM NYC23 – Sallie Baxendale – The Effects of Puberty Blockers on the Teenage Brain, in Youtube.com, in https://www.youtube.com/watch?v=z5ZnRKqqByg&t=2s.
[32] U.S. Department of Health and Human Services (19 Novembre 2025), Treatment for Pediatric Gender Dysphoria. Review of Evidence and Best Practices, in https://opa.hhs.gov/sites/default/files/2025-11/gender-dysphoria-report.pdf.
[33] (19 dicembre 2025), Stati Uniti. Il Dipartimento della Salute proibisce gli interventi di “transizione” su minori: nuove regole per ospedali e Medicaid, in Quotidianosanita.it, in https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/stati-uniti-il-dipartimento-della-salute-proibisce-gli-interventi-di-transizione-su-minori-nuove-regole-per-ospedali-e-medicaid/.
[34] Per approfondire si veda la rassegna stampa aggiornata curata da GenerAzioneD: https://www.generazioned.org/rassegna-degli-studi-e-degli-approfondimenti-sulla-disforia-di-genere-di-novembre-n-11-2025/
[35] The Office of the High Commissioner for Human Rights, A/HRC/59/47: Sex-based violence against women and girls: new frontiers and emerging issues, in https://www.ohchr.org/en/documents/thematic-reports/ahrc5947-sex-based-violence-against-women-and-girls-new-frontiers-and.
[36] Ibid., p. 6. Trad. mia.
[37] S.B. Levine, Reflections on the Legal Battles Over Prisoners with Gender Disphoria, in The Journal of the American Academy of Psychiatry and the Law, 44(2), 2016, pp. 236-245. PMID: 27236180.
[38] Trad. mia di: N. Hardin (25 Marzo 2024), «Leaked Files Reveal…», op. cit.; M. Biggs (2 Marzo 2019), Tavistock’s Experimentation with Puberty Blockers: Scrutinizing the Evidence, in «TransgenderTrend.com», in https://www.transgendertrend.com/tavistock-experiment-puberty-blockers/.
[39] GenerAzione D (17 Novembre 2025), Audizioni sul DDL disforia: lo snodo cruciale della diagnosi e l’opacità dei dati, in «Generazioned.org», in https://www.generazioned.org/audizioni-sul-ddl-disforia-lo-snodo-cruciale-della-diagnosi-e-lopacita-dei-dati/.
[40] Cfr. M. Gandolfini (7 Maggio 2019), Considerazioni tecnico-scientifiche circa l’utilizzo di Triptorelina per il trattamento di minori affetti da “Disforia di genere” – Audizione presso la Commissione “Igiene e Sanità – Ufficio di Presidenza” del Senato della Repubblica, in https://www.senato.it/Leg18//4621?video_evento=1208.
[41] GenerAzione D (18 Novembre 2025), Audizioni sul DDL disforia: i dati e i monitoraggi sono assenti o inaccessibili, in «Generazioned.org», in https://www.generazioned.org/audizioni-sul-ddl-disforia-i-dati-e-i-monitoraggi-sono-assenti-o-inaccessibili/.
[42] Cfr. J. Cantor (19 Maggio 2023), Expert Report of James Cantor, Ph.D. – Boe v. Marshall – United States District Court – Middle District of Alabama – Northern Division, in https://adflegal.org/wp-content/uploads/2023/06/Boe-v-Marshall-2023-05-19-Cantor-Report.pdf; cfr. per approfondire gli studi menzionati nella raccolta messa a disposizione dall’associazione “GenerAzione D”, disponibile di seguito: https://www.generazioned.org/bloccanti-della-puberta-il-nord-europa-e-gli-studi-scientifici-smentiscono-lapproccio-italiano/.
[43] Cfr. Comitato Nazionale per la Bioetica, Informazione e consenso all’atto medico, in https://bioetica.governo.it/media/1836/p10_1992_informazione-e-consenso_it.pdf, 20 giugno 1992.
[44] https://www.reginfo.gov/public/do/eoDownloadDocument?pubId=&eodoc=true&documentID=375843
[45] A. Gambino-M. Ronco, Triptorelina e disforia di genere. Problemi e prospettive in vista della decisione AIFA, in https://www.centrostudilivatino.it/triptorelina-e-disforia-di-genere-problemi-e-prospettive-in-vista-della-decisione-aifa/, 5 novembre 2018.
[46] Comitato Nazionale per la Bioetica, In merito alla richiesta…, op. cit., 13 luglio 2018.
[47] Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Audizione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, del 5 novembre 2025, avente ad oggetto il disegno di legge C. 2575 Governo, recante “Disposizioni per l’appropriatezza prescrittiva e il corretto utilizzo dei farmaci per la disforia di genere”, in https://www.garanteinfanzia.org/wp-content/uploads/2025/11/Audizione-Commissione-Affari-sociali-5-novembre-2025.pdf.