Antonio Casciano

 Bioeticista e Dottore di ricerca in Etica e Filosofia politico-giuridica
Università degli Studi di Salerno

L’umanità in bilico sul “crinale apocalittico” della storia.

La profezia di Fatima e il ruolo della Russia sovietica nella visione storico-teologica di Giorgio La Pira

Si è molto parlato, discusso e scritto dell’instancabile adoperarsi da parte di Giorgio La Pira per la causa della pace universale, dell’indomito spirito apostolico che lo animava e che lo portava a vedere in Cristo e nel suo irenico ed imperituro insegnamento la soluzione di ogni problema, umano e tra le nazioni, della sua ansia per la custodia e la diffusione di una sana dottrina sociale, tomisticamente fondata sul primato della persona e sul servizio al bene comune, della sua indole profondissimamente umana, della sua inarginabile, ariosa libertà intellettuale, che lo portarono a incontrare gente di ogni estrazione e ceto, dagli ultimi ai margini delle città ai capi di Stato delle nazioni più influenti, a varcare portoni di palazzi istituzionali e, più spesso ancora, soglie di Chiese, monasteri, luoghi di culto in tutto il mondo, a tenere storici discorsi dall’altissimo profilo giuridico e civile e a scrivere passi, orazioni, suppliche dagli accenti quasi mistici, come evincibile dalle pagine sempre intensissime della sua sterminata attività epistolare. Quando nell’agosto del 1959 si recherà al Cremlino per incontrare i vertici del Soviet Supremo, come vedremo, al cospetto della nomenklatura al completo del PCUS, accennerà, con un tono ancora una volta profetico ed una impareggiabile, quasi fanciullesca parresia apostolica, alla necessità di ripartire da una sensibilità pienamente cristocentrica della storia e della politica, da un orientamento autenticamente religioso nell’agire della prassi, in assenza del quale il tanto desiderato frutto della pace non sarebbe mai giunto a maturazione. All’esito di quel viaggio, il suo vibrante stile oratorio lo ritroviamo in una missiva diretta a Giovanni XXIII, nella quale delineava l’urgenza di una conversione il cui occasionarsi avrebbe finalmente potuto cambiare per sempre le sorti dell’umanità. Così annunciava la sua profezia più grande, riecheggiando quella di Fatima: «[…] il problema della storia odierna è la Russia; la soluzione del problema è una sola: la Conversione della Russia. Come avverrà questa conversione? Non certo con una bomba atomica! Avverrà nella pace, con l’orazione, con la fede; con la speranza, con l’amore; avendo pazienza molta; sapendo aspettare; sapendo comprendere; sapendo, con estrema delicatezza accompagnare passo passo l’azione sottile e tanto delicata del “disgelo”. Mai come oggi è urgente la delicata parola del Signore: non spegnere il fumignolo acceso». Inevitabile il rimando di tali parole alla strettissima attualità internazionale e geopolitica, il cui preoccupante scenario di polarizzazione crescente e di abbandono progressivo del diritto internazionale ha, più di qualsiasi altra considerazione, spinto ad offrire un nuovo, fedele affresco di quello che fu il viaggio di La Pira in Russia.

La riflessione presente si articolerà in tre parti: nella prima si cercherà di mettere a fuoco il clima storico, politico ed ecclesiale esistente ai tempi della maturazione prima e della realizzazione poi del proposito di organizzare il “viaggio-pellegrinaggio” in Russia, come amava definirlo il Nostro; nella seconda parte, si tenterà un resoconto sommario dei giorni effettivamente trascorsi a Mosca, passando rapidamente in rassegna persone, parole, luoghi e fatti che avrebbero contribuito a fare la storia di quel primo “viaggio-pellegrinaggio”; nella ed ultima terza parte, infine, si proverà a tratteggiare, ancora per grandi linee, l’analisi lapiriana dell’ateismo comunista e, più in generale, il suo approccio “metafisico” alla riflessione di Marx, soffermando l’attenzione, in particolare, sull’immagine della “santa Russia cristiana”, cara a La Pira, nella trasparenza del messaggio di Fatima.

I. Come noto, dal 23 al 28 giugno del ‘52 La Pira organizzò a Firenze il primo Convegno internazionale per la pace e la civiltà cristiana, dal titolo emblematico “Civiltà e pace”. I Convegni, alla fine, sarebbero stati in totale 5, tenuti annualmente dal ‘52 al ’56: con essi La Pira voleva idealmente raccogliere e mettere a frutto l’eredità di quanto realizzato nel lontano 1439, allorquando, proprio a Firenze, venne “riunita l’intera cristianità – di occidente e di oriente” e si giunse alla firma dell’Atto di unità e di pace fra la Chiesa di Occidente e la Chiesa di Oriente[1]. Il suo obiettivo, cioè, era quello di far emergere, per mezzo di tali simposi, l’intrinseca ed imperitura validità dell’edificio sociale, civile e culturale del cristianesimo, nonostante le aporie e le crepe che con frequenza sempre maggiore lo minacciavano, nella convinzione che un siffatto ordinamento potesse essere proposto in ogni tempo e luogo, dacché sempre aggiornabile alla luce di tutte quelle innovazioni e conquiste ultimamente conformi ai valori supremi della persona e del bene comune. Sarà proprio l’esperienza maturata con i cinque “Convegni per la pace e la civiltà cristiana” ad offrire a La Pira la consapevolezza del legame esistente tra cristianesimo, ebraismo e islam, in forza di una comune radice identitaria, quella abramitica, e della loro chiamata comune a “divenire benedizione per tutti i popoli della terra”, testimoni della “immensa speranza di Abramo”.

Tuttavia, il susseguirsi ordinato dei cinque “Convegni per la pace e la civiltà cristiana” venne interrotto da un’ulteriore tipologia di incontro, sperimentata per la prima (ed unica) volta nel ‘55 e destinata a delineare i tratti di quella che sarebbe stata ribattezzata come la lapiriana diplomazia delle città: era il Convegno dei sindaci delle città capitali del mondo, al quale, in piena guerra fredda, presero parte molti primi cittadini delle capitali dell’Europa occidentale, insieme ai rappresentanti di ben nove città capitali di ‘oltre cortina’[2].

Ebbene, già in occasione dei cinque Convegni per la Pace e la Civiltà Cristiana, La Pira aveva fatto recapitare personali inviti agli Ambasciatori dei Paesi “oltre cortina”, ma senza che ciò sortisse alcun effetto. Tuttavia, tra il ‘53 ed il ‘54 La Pira riuscì ad instaurare un rapporto cordiale direttamente con la rappresentanza diplomatica sovietica in Italia, nella speranza di riuscire a far partecipare ai detti simposi il metropolita di Mosca Nikolaj.

L’atteggiamento di La Pira verso il mondo sovietico, sarà bene precisarlo fin da subito, non era certo in linea con quello di Pio XII, per il quale non esisteva margine alcuno per tentare un negoziato con Mosca, non potendo la Chiesa in alcun modo retrocedere nella sua lotta contro il male assoluto rappresentato dal comunismo ateo che l’URSS incarnava[3]. Siamo infatti ancora lontani dall’avvio della ostpolitik vaticana voluta da Paolo VI sulla base di una diversa interpretazione storica del conflitto tra capitale e lavoro, tra Est ed Ovest, nel tentativo, contestuale, di attenuare l’attività persecutoria portata avanti dai regimi comunisti nei confronti della Chiesa, attraverso la rinuncia, da parte della Santa Sede, a ribadire costantemente la condanna del comunismo e dei regimi che a esso si ispiravano. Ovviamente, già Giovanni XXIII, prima ancora di Paolo VI, aveva iniziato questo delicato processo distensivo col mondo orientale.

Teorizzatori e realizzatori della necessità di un’apertura ad Est dell’Italia erano, in quel periodo, oltre a La Pira, altri importanti esponenti della classe dirigente democristiana, tra i quali Fanfani, Mattei e Valletta. Tra queste figure non mancarono differenze di approccio e di azione sul dossier URSS, complicate spesso dalle altrettanto complesse relazioni personali tra di loro. Comune, però, a tutti fu la percezione della particolarità del momento storico e dell’opportunità che si presentava all’Italia. La Pira ben presto maturò, in tal senso, la convinzione dell’urgenza di aprire l’Italia all’Est, all’interno di una visione messianica più che semplicemente geopolitica del ruolo della penisola, nella certezza che Roma potesse diventare fautrice della “politica dei ponti” tra Occidente e Oriente.

Dunque, pur in presenza di un clima ancora ostile nei Sacri Palazzi, La Pira non smise di perseguire il suo disegno e, soprattutto, di ragguagliare costantemente la Sede Apostolica sulle iniziative volta a volta intraprese con le autorità sovietiche, come dimostrano le lettere a Pio XII. Le risposte della Segreteria di Stato, in particolar modo quelle di Giovanni Battista Montini, dimostrano che le lettere di La Pira venivano puntualmente lette in Vaticano, ma, al di là di alcuni espressi richiami alla prudenza e di alcuni espliciti inviti a non recarsi “oltre cortina”, non vi fu mai, da parte della Santa Sede, nessuna formale disapprovazione[4].

Risalgono a questi anni anche le lettere di La Pira a Georgij Malenkov (capo del Partito comunista sovietico e stretto collaboratore di Stalin), riguardo alla persecuzione religiosa in atto all’epoca nei paesi comunisti e alla dolorosa situazione delle chiese polacca, cecoslovacca e ungherese, con i rispettivi arcivescovi primati processati e condannati alla detenzione[5]. La Pira esponeva a Malenkov non solo la speranza della fine della persecuzione in atto, ma anche quella che ebbe a definire come la sua fondamentale “ipotesi di lavoro”, l’idea cioè che la pace tra i popoli non sarebbe stata conseguita fintanto che l’URSS non avesse compiuto un dirimente atto distensivo proprio verso la Chiesa cattolica.

Nel gennaio del ‘55 La Pira riceve dall’ambasciatore polacco in Italia l’invito a recarsi a Varsavia, per il decimo Anniversario della Liberazione. Declinerà l’invito, ribadendo l’impossibilità ad accettarlo considerando la prigionia in atto del cardinale Wyszynski. Simili inviti da parte dell’ambasciata ungherese furono parimenti rispediti al mittente, adducendo motivazioni identiche.

In Italia, intanto, nonostante le accennate difficoltà nel campo ecclesiale, i rapporti di La Pira con l’ambasciata sovietica andavano intensificandosi, in particolar modo dopo la nomina ad ambasciatore, nel febbraio del ‘54, di Aleksandr Bogomolov. Il loro primo incontro avvenne il 9 aprile ‘54 in Palazzo Vecchio. Il colloquio provocò accese polemiche e perfino echi sulla stampa straniera. Per placare gli animi La Pira si sentì in dovere di ragguagliare immediatamente dell’incontro Papa Pacelli. Un secondo incontro tra La Pira e Bogomolov avvenne a Firenze nel maggio del ‘55, mentre il Nostro era impegnato nell’organizzazione del Convegno dei Sindaci delle Città Capitali del mondo: la partecipazione del sindaco di Mosca e dei sindaci delle capitali dei paesi comunisti dovette essere sicuramente uno degli argomenti all’ordine del giorno nel colloquio tra i due.

Finalmente, nella Pasqua del ‘55, il 30 aprile, La Pira notificava a tutti gli ambasciatori accreditati presso lo Stato italiano la convocazione, dal 2 al 6 ottobre, proprio del Convegno dei Sindaci delle Capitali degli Stati del mondo. Il convegno trovava nel discorso tenuto da La Pira a Ginevra, il 12 aprile ’54, su “Il valore delle città” il suo fulcro tematico precipuo[6].

Il 22 agosto Michail Jasnov, sindaco di Mosca, assicurava a La Pira la sua partecipazione. La delegazione sovietica risultò alla fine composta oltre che dal sindaco di Mosca Jasnov, dall’ambasciatore Bogomolov, accompagnati dalle consorti, dal segretario d’ambasciata e dall’interprete. Al convegno avrebbero partecipato in tutto, con la presenza dei rispettivi sindaci, trentotto città capitali e altre venti firmarono la mozione finale tramite i consoli o gli ambasciatori dei rispettivi paesi. Il risultato più evidente fu la partecipazione di ben nove città capitali di “oltre cortina”, Tirana, Praga, Belgrado, Varsavia, Bucarest, Budapest, ma soprattutto delle città simbolo del comunismo: Mosca e Pechino. Il convegno si chiuse con la partecipazione delle delegazioni straniere a una seduta straordinaria del consiglio comunale di Firenze, al termine della quale i sindaci partecipanti firmarono la mozione finale, redatta in greco e latino sul valore, appunto, delle città quale patrimonio spirituale e materiale dell’umanità, ricevuto dalle generazioni passate e da trasmettersi a quelle a venire, in adesione, a quello che sarebbe stato definito come “lo spirito di Ginevra”.

Intanto, il 10 ottobre dello stesso anno (1955), al suo rientro a Mosca, il sindaco Jasnov aveva inviato a La Pira un telegramma di ringraziamento e lo aveva contestualmente invitato a ricambiare la visita nella capitale sovietica, «al fine di contribuire ad un ulteriore consolidamento degli amichevoli rapporti» tra le due città, si leggeva nel telegramma. Ma i tempi, evidentemente, non erano ancora maturi.

Nella lettera che, a distanza di qualche giorno dall’invito, il Nostro ebbe a scrivere a Pio XII, il 17 ottobre ‘55, dopo aver dato atto del successo del Convegno dei Sindaci, La Pira chiedeva implicitamente un avallo della Santa Sede alla missione in terra sovietica che aveva in animo di realizzare e che inquadrava in un più ampio disegno di diplomazia religiosa: «Beatissimo Padre, ecco la domanda: un convegno preparato così da lontano, con tanta potente intercessione dei Santi, di oranti, di angeli: con tanta speranza e trepidazione preparato ed atteso; posto sotto il manto di Maria, Madre di tutti i popoli e da Voi costituita pegno – per così dire – di speranza e salvezza per la Russia; un Convegno così fatto poteva non avere gli echi e i riflessi che ha avuto? E la cosa, Beatissimo Padre, non è finita: perché ora io devo andare a Mosca, invitato: non posso − è chiaro − non rendere la visita. E sarà la conclusione di questo “ciclo”: perché a Mosca parlerò di Voi, di quanto avete fatto per la Pace; parlerò dei monasteri sopra i quali è edificata la storia di Mosca […]; dei santi (S. Sergio, che la Chiesa celebra nella liturgia) che hanno dato volto, per sempre, all’anima russa».

Sappiamo, tuttavia, che solo nell’agosto ‘59, La Pira riuscì a compiere il viaggio-pellegrinaggio che aveva in animo. Quali i motivi che resero, nel ’55-‘56, inattuabile la visita in URSS? Certamente, il repentino cambiamento di clima nei rapporti internazionali, resi particolarmente tesi dalla crisi di Suez e dall’invasione sovietica dell’Ungheria, avvenimenti che contribuirono a rendere più difficile la realizzazione del progetto lapiriano. Ma il viaggio si rivelò irrealizzabile anche a causa di altre ragioni. Il fatto è che La Pira, cercava un avallo della Santa Sede, che però non arrivò mai ufficialmente. Ebbene, ai chiarimenti richiesti dal Sostituito alla Segreteria di Stato, Card. Dell’Acqua, su un annunciato viaggio in Polonia, viaggio che la Segreteria di stato giudicava assolutamente inopportuno, La Pira rispose non solo che la notizia era falsa, ma che egli, ben radicato nella massima ubi Petrus ibi Ecclesia, non avrebbe mai preso iniziative di sorta senza la «benedizione» della Sede Apostolica[7].

Invero, riserve, perplessità ed espliciti dissensi sul viaggio di La Pira a Mosca venivano oltre che dalla Santa Sede anche da larghi settori della DC, malumori di cui si fece interprete Fanfani, allora segretario politico del partito. A seguito di un colloquio, «certo né sereno né chiarificatore», La Pira inviò a Fanfani copie delle lettere scritte a Pio XII e al Card. Dell’Acqua. Da quelle lettere si poteva comprendere il quadro generale degli «eventi fiorentini», all’interno del quale collocare il progetto del viaggio-pellegrinaggio. Certo, avulsi da una simile cornice ideale, le sue iniziative, ovvero il Convegno dei Sindaci e il viaggio a Mosca, sarebbero a ragione potute apparire «eventi enigmatici e, forse, preoccupanti».

Ma le accorate parole di La Pira non sortirono l’effetto sperato su Fanfani, il quale in una missiva datata al 25 ottobre ‘55 così rispondeva: «[…] Ma da qualche tempo noto che tu procedi con qualche salto. Certamente illuminato, ma non privo di effetti sussultori in tutti coloro che ti debbono seguire, che comunque dall’opinione pubblica si ritiene debbano essere solidali con te. Anche a Monaco ho trovato uomini di altissima responsabilità, e che fino a un mese fa condividevano gran parte dei tuoi pensieri e delle tue azioni, che si sono espressi con fraterna, accorata preoccupazione per il tuo recente telegramma, e per la tua acconsentita visita»[8]. Dunque, le perplessità di Fanfani e l’esplicita disapprovazione della Santa Sede, indussero il Nostro a rimandare il viaggio.

Il ‘56 fu un anno cruciale nella storia dei rapporti internazionali del secondo dopoguerra. Tra il 14 ed il 25 febbraio si tenne a Mosca il XX Congresso del PCUS. Krusciov pronunziò due discorsi: il primo era dedicato ai problemi internazionali e interni, mentre nel secondo, assenti i membri delle delegazioni straniere, denunciò i crimini commessi da Stalin. In particolare, in un «rapporto segreto», attaccò con forza le nefaste conseguenze del culto della personalità avviato dallo stesso Stalin e denunciò gli orrori della repressione politica stalinista. Lo scioglimento del Cominform, avvenuto il 17 aprile dello stesso anno, sembrava il primo passo verso un nuovo corso.

Intanto, alle sollevazioni polacca, con Poznan, ed ungherese di quell’anno, il Soviet supremo rispose con efferata determinazione, sedando pacificamente la sola questione polacca, grazie anche all’intervento del cardinale Wyszynski, che, una volta scarcerato, cercò una forma di distesa convivenza tra Stato socialista e Chiesa, mentre la reazione alla protesta ungherese si risolse in una carneficina. Ad aumentare la tensione internazionale, intervenne, come detto, la crisi di Suez, seguita alla nazionalizzazione del canale annunziata dal Presidente egiziano Nasser il 26 luglio. L’azione intrapresa da Francia e Inghilterra contro l’Egitto si ritorse contro di esse. Gli Stati Uniti, con l’appoggio dell’Unione Sovietica, ottennero il 2 novembre una risoluzione dell’Assemblea Generale ONU che prevedeva l’immediato cessate il fuoco e il ritiro delle forze belligeranti straniere, francesi e inglesi appunto, che controvoglia furono costrette a lasciare i territori egiziani. Dopo l’annuncio del ritiro delle truppe franco-inglesi dall’Egitto, il 4 dicembre ’56, La Pira scrisse a Bogomolov e parlando di Krusciov, lo additò come un «amico vero della pace e da amico vero del popolo russo, un popolo cristiano, mistico, portatore di immensi valori di fraternità e di bene»[9].

Parallelamente al mantenimento dei contatti con l’ambasciata sovietica, La Pira andava sempre di più chiarendo le sue idee sulla incombente minaccia geopolitica del comunismo ateo e materialista. Si trattava, a suo avviso, di operare affinché i nuovi popoli dell’Africa e dell’Asia fossero definitivamente attratti nell’orbita della civiltà occidentale, sottraendoli alla possibile egemonia sovietica. La sfida tra i valori del socialismo e della democrazia si giocava infatti sulla capacità di attirare la maggior parte degli stati verso il proprio modello politico ed economico, riuscendo in tal modo a disegnare il futuro delle relazioni internazionali. Il modello di azione politica anglo-francese, lo aveva dimostrato Suez, non avrebbe mai potuto raggiungere il maggiore tra i fini per i popoli liberi, ovvero il superamento della minaccia comunista e l’isolamento della Russia sovietica.

La Pira si muoveva, su questi dossier, in piena sintonia con Fanfani, allora segretario della DC, e con il presidente dell’ENI Enrico Mattei, entrambi convinti del ruolo chiave che l’Italia poteva giocare a favore dei processi di decolonizzazione nell’area mediterranea. Erano gli anni in cui si faceva strada una riflessione più ampia sul ruolo internazionale dell’Italia e sulla sua politica estera. Fu il periodo in cui i governi italiani tentarono di accrescere il peso specifico dell’Italia all’interno dell’Alleanza Atlantica, gli anni del cosiddetto “neo-atlantismo”[10]. Sebbene il giudizio storiografico circa i risultati effettivamente raggiunti da tale nuovo corso non sia univoco, è un fatto che l’azione diplomatica dell’Italia, intrapresa a partire dal ’58 e volta ad inserire in modo attivo il paese nel dialogo tra Est e Ovest, contribuì in qualche misura al processo di distensione.

Tra il ‘57 e il ’58, La Pira si rivolse più volte a Krusciov, con quattro lunghe lettere. Nella prima lettera del 4 luglio ‘57 La Pira, oltre a denunziare le responsabilità di Krusciov nella tragica gestione della rivolta ungherese, accennava con forza alla natura intrinsecamente cristiana della Russia, una natura che, a suo giudizio, il comunismo non aveva potuto intaccare. Nella stessa contraddittoria e complessa personalità del leader sovietico, La Pira scorgeva infatti una «dialettica ascensiva», che, se perseguita con coerenza e coraggio, lo avrebbe portato a dare pieno respiro a quella ricerca della «vetta della libertà» che consisteva nella gioia della preghiera. Nella lettera del 2 aprile ‘58, La Pira richiamava Krusciov alle sue responsabilità epocali nei confronti non solo del blocco sovietico, ma del corso stesso della storia del mondo: il presidente sovietico si trovava in possesso, infatti, dell’unica chiave per risolvere il problema vero delle nazioni e del mondo, la chiave che avrebbe dovuto aprire una volta per tutte la porta al riconoscimento della fede e della religiosità del popolo russo, contro l’ateismo di Stato professato dal Soviet. La Russia, La Pira ne era convinto, dava chiari segni di risveglio spirituale, un risveglio che sarebbe stato inutile soffocare. Nella di poco successiva lettera del 5 aprile ‘58, La Pira, partendo ancora una volta dalla constatazione della impossibilità di soffocare la radice cristiana dei popoli e osservando come il «seme divino» operasse non solo nello spazio cristiano, ma anche in quello «dell’Islam, di Israele» e nello «spazio metafisico dei popoli dell’Asia», invitava Krusciov a dedurne l’unica conseguenza possibile: la necessità che la più alta autorità del mondo comunista riconoscesse «la validità intrinseca del mistero religioso quale mistero animatore della storia cristiana del popolo russo e della nazione russa». Più articolata da un punto di vista della complessiva analisi politica, la lettera dell’8 agosto ‘58, nella quale La Pira ricordava a Krusciov quanto egli si fosse speso, sempre esponendosi in prima persona, a favore della pace e del dialogo tra le nazioni. Da qui, il ritorno alla sua “ipotesi di lavoro”: l’idea, cioè, di una convocazione da parte sovietica di un tavolo globale di trattativa nel quale discutere e programmare pacificamente la genesi delle nuove nazioni, il riconoscimento dei diritti dei popoli emergenti, la costruzione di una «casa comune delle nazioni e dei popoli». Krusciov, terminava La Pira, avrebbe potuto trovare in Fanfani, all’epoca capo del Governo italiano e ministro degli Esteri, l’uomo idoneo per tale dialogo, un uomo che godeva non solo della fiducia del proprio paese e dell’Occidente, ma anche di quella dei nuovi paesi dell’Asia e dell’Africa. Fanfani era effettivamente, in quel periodo, per la diplomazia sovietica un interlocutore prezioso, potenziale tramite con l’Amministrazione americana, il Vaticano, i gruppi industriali italiani, oltre che una fonte di informazione sicura sulla situazione interna dell’Italia.

In una delle rare risposte da parte dei sovietici, datata al 21 aprile del ‘58, Bodrovnikov, nuovo sindaco di Mosca, si compiaceva di ricordare al Nostro come l’URSS da sempre si fosse spesa in difesa della pace nel mondo e avesse agito concretamente contro la proliferazione delle armi atomiche, avendo deciso la cessazione unilaterale degli esperimenti atomici ed augurandosi che altrettanto facessero gli USA e la Gran Bretagna. È evidente che Krusciov stesse cerando in Occidente potenze le cui posizioni fossero vicine a quelle dell’Unione Sovietica su temi quali la pace, la distensione o il disarmo.

Nel decennio ‘58-‘68 si evidenziano due fasi nei rapporti URSS-Italia. Una prima fase copre l’arco temporale della III legislatura in Italia (1958-1963) e, da parte sovietica, l’ultimo quinquennio della dirigenza di Krusciov (che venne destituito nell’ottobre del 1964). In questo quinquennio tra Italia e Unione Sovietica furono poste le fondamenta delle relazioni bilaterali, sia in campo economico, che in campo politico, culturale e tecnico-scientifico. Una seconda fase, dalla fine del ‘64 al ‘68, sarebbe stata caratterizzata in URSS dall’ascesa della leadership brezneviana e in Italia dall’avvio del centro-sinistra organico con i governi Moro, all’interno dei quali Fanfani ricoprì a più riprese il ruolo di ministro degli Esteri. A Mosca si apprezzava molto in quegli anni che il governo italiano nel corso delle grandi crisi bipolari (Berlino, Cuba, Vietnam) e nelle trattative per il disarmo avesse assunto posizioni originali, non appiattite acriticamente su quelle degli Stati Uniti, e indirizzate alla ricerca del dialogo e di una risoluzione pacifica delle controversie. Il miglioramento dei rapporti con Roma, anche grazie al consolidamento degli scambi economici, avrebbe contribuito, nell’ottica di Mosca, alla stabilizzazione della situazione nel continente europeo e avrebbe contrastato la possibile tendenza di altri stati occidentali ad inasprire ulteriormente i rapporti tra i due blocchi. Inoltre, l’Italia avrebbe potuto essere una preziosa sponda occidentale nella più vasta azione mondiale dell’URSS.

L’elemento, però, che più di ogni altro segnò, in quegli anni, l’auspicata maturazione dei tempi per la realizzazione del “viaggio-pellegrinaggio” fu indubbiamente, agli occhi di La Pira, l’elezione al soglio pontificio di Angelo Roncalli, avvenimento coronato dall’annuncio, il 25 gennaio ‘59, della convocazione del Concilio Ecumenico Vaticano II. Le lettere che La Pira scrisse a Giovanni XXIII tra la fine del ‘58 e i primi mesi del ‘59 sviluppano e ampliano il tema dell’unità delle chiese di Occidente e di Oriente, un’unità considerata indispensabile per l’unità stessa dei popoli, da costruirsi su un’autentica fraternità umana e politica[11]. In questa luce, l’annunciato Concilio Ecumenico avrebbe rappresentato un’occasione storica da cogliere in pieno.

Non è un caso, dunque che, a seguito di un miglioramento dei rapporti tra USA e URSS e dopo l’elezione di Giovanni XXIII, La Pira impresse una significativa accelerazione alle sue iniziative internazionali. Anche da parte sovietica si colse, con l’elezione di papa Giovanni, l’inizio di un nuovo corso. In questo clima, l’ambasciatore sovietico in Italia, Kozyrev, agli inizi del ’59, di ritorno da Bologna, volle fermarsi a Firenze per incontrare La Pira ed assicuragli che l’Unione Sovietica avrebbe partecipato al secondo Convegno dei Sindaci delle Capitali del mondo ed avrebbe altresì acconsentito alla partecipazione del patriarca Alessio al Sesto Convegno per la Pace e la Civiltà Cristiana. Né l’uno, né l’altro convegno avrebbero invero mai visto la luce, ma erano questi segnali evidenti di un clima più disteso e favorevole al progetto lapiriano del viaggio-pellegrinaggio a Mosca.

Prima di andare a Mosca però, quando i tempi sembravano finalmente maturi, La Pira volle andare in pellegrinaggio a Fatima, il 13 luglio ‘59, nell’anniversario della terza apparizione. Prima di Fatima, era già stato a Lourdes in compagnia dei coniugi Fanfani, poi a Reims, Chartres, Saint-Denis, Notre Dame, Rue de Bac. Racconterà alle claustrali, alle quali era solito rivolgersi con periodiche e lunghe missive, che stava iniziando, attraverso il primo pellegrinaggio in Francia, la sperimentazione della “ipotesi mariana di lavoro”. Voleva costruire idealmente un ponte mariano capace di congiungere il mistero dell’Assunzione di Maria in Occidente, con Fatima appunto, ed il mistero dell’Assunzione in Oriente, a Mosca. Prima di volare verso la capitale sovietica, si fermò a pregare a S. Giovanni in Laterano, a S. Paolo fuori le mura, a Santa Maria Maggiore e, quindi, a San Clemente, per un omaggio agli apostoli slavi Cirillo e Metodio. Fu, infine, a S. Pietro, dove sostò per un requiem «sulla tomba del primo e dell’ultimo Papa».

II. Il 14 agosto ‘59 La Pira atterrava finalmente nella capitale sovietica, primo politico occidentale non comunista a varcare la “cortina di ferro”, con una valigia particolarmente pesante. All’interno, c’erano tre statuette della Madonna di Fatima e tantissimi santini della Santissima Annunziata di Firenze e di Santa Teresina di Lisieux. All’aeroporto venne accolto da Gubin, deputato del Sovietsupremo, al quale chiarì subito quanto aveva in animo di fare l’indomani mattina: «Prima devo andare a messa nella parrocchia cattolica di San Luigi, poi nel santuario ortodosso di San Sergio dove Andrei Rubliov, un pittore analogo al Beato Angelico di Firenze, ha dipinto splendidi affreschi con Cristo, la Madonna e i Santi. Sapete, cari compagni e confratelli, esiste anche una politica della bellezza! Così, attraverso questo itinerario fatto di chiese, santuari e preghiere costruiremo un ponte di preghiera e di pace»[12]. Rimandava così solo al lunedì successivo l’incontro al Sovietsupremo, non senza ingenerare un senso di composta contrarietà nell’interlocutore.

Al poeta e amico ucraino Nikolai Bajan, suo tramite presso Krusciov, avrebbe poi spiegato le ragioni del suo itinerario a Mosca: «Per capire un popolo si devono prima di tutto prendere in considerazione le sue radici mistiche, i suoi santi. Conoscendo san Clodoveo io conosco la Francia, conoscendo san Vladimiro e sant’Antonio di Kiev io conosco la Russia, conoscendo san Sergio di Radonetz io capisco Mosca. È logico che prima di tutto, per parlare di pace, debba andare a pregare e a riflettere sulle tombe dei vostri santi»[13]. La sera dell’arrivo, invia subito 4 telegrammi: a Papa Giovanni, all’arcivescovo di Firenze Card. Dalla Costa, al presidente Gronchi e a Fanfani.

Nella mattinata del secondo giorno, era il 15 agosto, partecipa alla S. Messa presso la Chiesa di S. Luigi. Nel pomeriggio, fa visita al Monastero della SS. Trinità, una sessantina di chilometri fuori Mosca, dove volle dapprima sostare in preghiera sulla tomba di San Sergio, nella magnifica cappella della SS. Trinità affrescata da Rublev. Prima di lasciare il santuario, La Pira stupisce tutti: chiede al giovane monaco che li accompagna di rendere omaggio a Massimo il Greco, un monaco del Monte Atos passato da Firenze ed ivi divenuto allievo di Savonarola, poi trasferitosi a Mosca. Prima di lasciare la Laura della SS. Trinità, il sindaco di Firenze trova il tempo di incontrare il rettore dell’unico seminario allora esistente, presso il quale si intrattiene a cena, in compagnia della comunità degli studenti, e dove inizia a conversare amabilmente, rispondendo alle molte domande sulla Chiesa, sul mondo, sul nuovo Papa, che, dice, «sarà un uomo-ponte tra Oriente ed Occidente», oltre che sul Concilio ecumenico appena indetto.

L’indomani mattina, 16 agosto, domenica, si intrattiene ancora nella Chiesa di S. Luigi, mentre nel pomeriggio propone all’interprete, divenuto suo amico, di andare a recitare i Vespri in una Chiesa ortodossa. Ne scaturì un vero e proprio itinerario che portò i due a visitare, di seguito, ben sette Chiese ortodosse presenti nella capitale, visite che entusiasmarono il Nostro, compiaciuto di averle trovate traboccanti di fedeli oranti.

Finalmente, nella mattina di lunedì 17 agosto, arriva il tanto atteso incontro al Soviet supremo, dove La Pira giunge, in compagnia del suo accompagnatore italiano, il giornalista Vittorio Citterich, con oltre mezz’ora di ritardo. Ad accoglierlo il vicepresidente del Soviet supremo, Paletzkis, oltre a Gubin e all’amico Bajan. Appena ricevuti, il vicepresidente del Soviet supremo invita tutti a sedersi intorno al tavolo della sala del Cremlino per discutere sui contributi da dare alla causa della coesistenza pacifica tra i popoli, come voleva Krusciov. Interrogato dal rappresentante del Soviet sul se i capitalisti volessero veramente coesistere con i socialisti, o non piuttosto farne piazza pulita, La Pira risponde: «Credo che la provvidenza di Dio, Signore della storia e della salvezza degli uomini, in quest’epoca di apocalisse nucleare sia più forte dei capitalisti. Tutto sta nel capire i segni del nostro tempo ed adeguare la nostra azione comune»[14]. E più avanti: «C’è chi ha le bombe atomiche, io ho soltanto le bombe della preghiera e siccome ogni ponte ha due piloni sono andato prima al santuario occidentale di Fatima, dove la Madonna ha promesso la pace collegandola alla tradizione cristiana della Russia e poi mi sono recato, l’altro ieri, il giorno dell’Assunta, presso il vostro tradizionale santuario della Santissima Trinità, dove ha pregato sulla tomba di San Sergio sotto le icone del vostro più grande agiografo Andreij Rublev […]». E poco oltre: «Dunque, signori del Soviet supremo, il nostro comune programma costruttivo, il nostro disegno architettonico deve essere questo: dare ai popoli la pace, costruire case, fecondare campi, aprire officine, scuole, ospedali, far fiorire le arti e giardini e aprire dovunque chiese e cattedrali, perché la pace deve essere costruita a più piani, a ogni livello della realtà umana, economico, sociale, politico, culturale e religioso. Soltanto così il nostro ponte di pace tra Oriente e Occidente diventerà incrollabile».

Come è stato osservato, La Pira fu il primo a porre apertis verbis all’interno delle mura del Cremlino, al cospetto dei vertici del Soviet supremo, la questione della libertà religiosa nel più ampio quadro della libertà di coscienza, alla quale collegare e sulla quale fondare tutti i diritti umani. Il Nostro, insomma, non declinò il tema della libertà religiosa come una richiesta corporativa di riconoscimento del diritto all’esistenza e all’azione apostolica della Chiesa cattolica, ma collegò espressamente la libertà religiosa a tutte le altre libertà umane, precondizione all’esistenza e all’esercizio delle stesse, non dimenticando di riferirsi anche alla libertà di partecipazione alla vita politica dello Stato.

Quanto poi alle relazioni internazionali e alla questione della coesistenza pacifica tra i popoli, La Pira chiarì come fosse assurdo che nell’epoca della bomba atomica si continuasse a gestire i rapporti tra gli Stati mediante la teoria del conflitto inevitabile, muovendo cioè dall’assioma machiavellico della distruzione inesorabile del nemico. Bisognava rovesciare tale paradigma: evitare la guerra perché in epoca atomica avrebbe portato alla distruzione del genere umano ed imparare a considerare l’avversario non più come un nemico, ma come un interlocutore con il quale competere nella pace, attraverso contatti diretti, scambi leali e rispetto reciproco. Era, perciò, necessario avviare una distensione che passasse per il riconoscimento di alcune libertà fondamentali dell’uomo, tra le quali quella religiosa, appunto, riconoscimento ormai non più differibile[15].

Il giorno dopo, La Pira va a Kiev, città del battesimo di S. Vladimiro e culla cristiana della Russia, come annoterà. Poi da Kiev a Leningrado, l’antica San Pietroburgo. Qui esisteva il museo dell’ateismo, ricavato nella vecchia cattedrale della Madonna di Kazan. Il Nostro voleva visitarlo. Gli accompagnatori però erano riluttanti: «Non ne vale la pena, professore, è un’opera di propaganda ateista». E lui: «Ma io la voglio vedere, per poter giudicare il livello della vostra propaganda»[16]. Alla fine, lo assecondarono. All’ingresso del museo c’era una splendida icona della Madonna di Kazan con sopra la dicitura: “Elemento di propaganda della superstizione religiosa durante il regime reazionario zarista abolito dalla Rivoluzione Bolscevica”. In quello stesso momento, una vecchietta che passava di là, al cospetto della sacra icona, si fece un triplice segno di croce. La Pira fece altrettanto e con devozione baciò l’icona: «Chi è questo straniero che bacia l’icona mentre voi, compagni, ve ne state fermi e impalati con le mani in tasca?», protestò la vecchietta. «È il sindaco di Firenze», risposero gli astanti. «E voi, compagni, non vi vergognate! Prendete lezione da uno straniero!»[17], replicò la vecchietta.

Tornato a Mosca, nell’ultimo giorno della permanenza sul suolo russo, fece visita al patriarca Alessio, dal quale ricevette in dono un’antica icona rappresentante i santi Andrea e Pietro e i santi della Russia Alessio e Sergio in atto di supplica alla Vergine Maria. Al cospetto del Patriarca, disse: «Sono venuto a portare il mio omaggio al patriarca della Chiesa russa e al metropolita di Mosca. Io credo nel disegno di Dio che finalizza la storia. Credo quindi nella forza storica della preghiera, dunque mi sono fatto accompagnare dalle preghiere di tutti i monasteri di clausura femminili del mondo. Vostra beatitudine, siamo entrati in una fase storica nuova, nella quale i cristiani dovranno nuovamente essere la luce del mondo […]»[18]. E più avanti: «Il mondo nuovo che si costruisce ha bisogno di pace e di unità. Sono i cristiani soprattutto che possono dare vera pace ed unità autentica al mondo. Dobbiamo meditare quotidianamente e profondamente sulla nostra responsabilità di fronte a Dio e di fronti agli uomini».

Il viaggio lungamente atteso in Unione sovietica si concludeva con quest’ultima, simbolica visita. L’indomani mattina La Pira sarebbe ripartito in aereo per Roma, via Varsavia. Al rientro in Italia, il clima che trovò non era certamente dei migliori: titoli e articoli aspramente polemici sulle pagine dei giornali di destra e di sinistra, e c’era addirittura chi invocava la scomunica. Eppure, nel commentare il clamore dei media con l’amico ed accompagnatore Citterich, quasi a stemperare con la sua solita vena bonaria il fuoco di tali accuse, dirà: «È arrivata firmata telegraficamente dal cardinale Tardini, la benedizione del Papa Giovanni; il nostro Santo Padre ci ringrazia di aver pregato a Mosca secondo le sue intenzioni»[19].

All’inizio degli anni ’60, periodo segnato dal disgelo tra Stati Uniti e Russia, si registrò l’incontro a Vienna di Kennedy e Krusciov, il superamento della crisi dei missili a Cuba e, specialmente, la sigla del patto di interruzione degli esperimenti nucleari, firmato a Mosca il 5 agosto 1963. Nell’ottica di La Pira, tale patto tra USA e URSS sugli esperimenti nucleari era un po’ come il passo di inaugurazione formale di quello che avrebbe poi ribattezzato come “sentiero di Isaia”.

Tornerà a Mosca proprio nel dicembre del ’63, per una tavola rotonda est-ovest e parlerà nuovamente al Cremlino il 4 dicembre di quello stesso anno: «Il significato profondo di questa tavola rotonda sta nel mettere quanto più è possibile in piena luce il valore storico, prospettico, dinamico del patto nucleare del 5 agosto, vederlo cioè come la prima luce di un’alba, di una giornata, di un’epoca destinata a mutare in radice la storia dei popoli […]»[20]. E più avanti: «Non per nulla, quel patto si inserisce in un retroterra ancora più significativo ed in una prospettiva ancora più ampia: il territorio della “Pacem in terris” e la prospettiva insieme celeste e terrestre di tutto il pontificato, della morte stessa di Giovanni XXIII, il patriarca dell’era nuova del mondo, il padre, il pastore di tutte le genti… Il messaggio di Giovanni XXIII diventa a Mosca, il 5 agosto, l’inizio del grande cammino storico che deve condurre l’umanità al porto della sua pace millenaria e della sua millenaria fioritura […]». E, oltre ancora: «Sogno? Utopia? No, una realtà storica verso la quale faticosamente e drammaticamente è avviata la storia del mondo, una realtà storica che, anche se da lontano, albeggia proprio oggi. Ebbene, una componente costitutiva in questa realtà storica nuova è il ritorno in certo modo irresistibile dei popoli a Dio e a Cristo, perciò l’irresistibile tramonto storico di ogni apostasia e di ogni ateismo […]. La funzione della nostra tavola rotonda a me pare proprio questa oggi: muovere in un certo senso questa leva, sollevare così il mondo verso quelle altezze di pace, di unità, di fioritura religiosa e civile del mondo che sono all’altezza indicate dall’Angelo nell’Apocalisse, che costruiscono l’attesa sempre più crescente dei popoli e delle generazioni nuove: e che rappresentano la inarrestabile germinazione primaverile che Dio ha destinato di far fiorire per sempre per tutti i popoli, in tutti i continenti».

III. Si è a lungo discusso delle influenze filosofiche che indussero la lettura lapiriana del marxismo e del comunismo. È indubbio che agli occhi di La Pira, Karl Marx, prima ancora di essere comunista, fosse stato un ateista radicale, al punto che l’idea madre dell’ateismo in Feuerbach, trasferita dall’ordine della critica religiosa all’ordine della critica sociale, avrebbe determinato a cascata l’adesione di Marx al comunismo. La genesi di tale adesione, cioè, in Marx, non sarebbe stata, secondo La Pira, di ordine economico come per Engels, ma di ordine eminentemente filosofico e metafisico: l’uomo, nell’ottica di Marx, era stato come alienato da sé stesso, proprio a causa della pervasiva idea di Dio, nella quale egli proietta la sua essenza, oltre che dalla religione in generale: la medesima capacità alienante, avrebbe poi ascritto alla proprietà privata.

In realtà, in un primo momento Marx, seguendo Feuerbach, aveva concepito l’alienazione dovuta alla proprietà privata sul tipo dell’alienazione prodotta dalla religione, e solo dopo fu condotto, contro Feuerbach, a considerare la prima come presupposto della seconda. Da qui la priorità rivoluzionaria accordata all’obbiettivo di far cessare l’alienazione prodotta dalla proprietà privata (comunismo), cosa che avrebbe avuto come corollario la cessazione dell’alienazione prodotta dalla religione (ateismo). In un certo senso Marx appariva come il più conseguente degli hegeliani; perché, se “tutto ciò che è razionale è reale” e se la realtà storica assorbe interamente e assolutamente tutto l’ordine ideale, allora il rovesciamento che, al seguito di Feuerbach, Marx aveva fatto subire alla dialettica hegeliana era giustificato e di conseguenza il movimento dialettico doveva assorbirsi interamente nella materia, cioè nella realtà storica, considerata nelle sue primordiali e concrete sovrastrutture.

La Pira riconobbe sempre alla teoria marxiana una natura essenzialmente politica, volta più all’azione che alla costruzione teoretica e giudicò sempre detta teoria pregiudizialmente viziata da una «metafisica», da un’ideologia attraverso la quale Marx pretendeva di guardare «scientificamente» la realtà. La teoria marxiana conteneva, cioè, agli occhi del Nostro, innegabili verità, nella sua natura di osservatorio dei mali della società borghese e nella sua volontà di palingenesi sociale, ma anche inemendabili errori. Marx aveva avuto il merito di «alcune scoperte» dei mali della società capitalista, quali: 1) l’iper-accumulazione, attraverso il plus-valore, del capitale e la conseguente concentrazione abnorme della ricchezza a danno delle masse proletarie; 2) la necessaria presa di coscienza da parte della classe operaia dei suoi compiti di riforma e del suo ruolo di «organismo politico»; 3) il legame tra riforma economica e riforma politica.

I limiti che tale teoria scontava, secondo La Pira, erano, semmai, più grandi: 1) non era affatto dimostrato l’ineluttabile meccanismo della struttura economica che generava le sovrastrutture, come non era dimostrato che l’uomo fosse totalmente immerso nelle strutture sociali al punto da risultarne completamente alienato; 2) se la «dialettica sociale» fosse risultata appena più complessa dell’iper-semplificato schema dello scontro borghesia-proletariato, tutto il presunto processo di concentramento dei mezzi di produzione nelle mani di pochi e l’inevitabile, conseguente statalizzazione di essi sarebbe risultato opinabile; 3) vi erano delle assunzioni meta-teoriche e meta-storiche che rendevano la dottrina marxiana ad ogni effetto assimilabile ad una religione e ad una fede.

Del resto, della religione il comunismo mostrava diversi caratteri: 1) l’intolleranza verso altri credi politici, come in ogni religione fermamente dogmatica; 2) il proselitismo, che nascondeva il pericolo di suscitare nei fedeli l’odio religioso, ancorché si trattasse di una religione ordinata esclusivamente per fini terreni; 3) la funzione messianica assegnata al proletariato, in quanto organismo privo del peccato originale dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dunque, predestinata vittima sacrificale e redentiva, il cui trionfo avrebbe anche segnato la vittoria definitiva su tutto ciò che opprime l’umanità. In definitiva, osservava acutamente La Pira, la suggestione che Marx continuava ad esercitare sugli «spiriti non adeguatamente preparati dallo spirito cristiano», trovava la sua forza proprio in questo «messianismo» terreno che permeava tutte le opere di Marx, nell’immanentizzazione dell’eschatòn cristiano che esse sempre postulavano.

Ma il limite maggiore della teoria marxiana era altrove, nel capovolgimento radicale, cioè, dell’ordine tra bene personale e bene della collettività.

S. Tommaso, a cui La Pira aveva guardato ininterrottamente fin dagli anni della giovinezza, continuava a rappresentare per la sua elaborazione teorica il riferimento dottrinale necessario, specie in vista della messa a fuoco dei principi fondanti il suo personalismo giuridico, ontologicamente fondato sul concetto di legge naturale appunto, icasticamente definita dall’Aquinate come «la partecipazione della legge eterna nella creatura razionale»[21], o, come «l’impronta del lume divino in noi»[22]. All’atto della creazione, infatti, Dio aveva infuso nella volontà dell’uomo una tendenza naturale, mediante la quale l’uomo si porta spontaneamente verso il bene, una volta conosciuto come tale dall’intelletto. Questo movimento della volontà è necessario, ma prima occorre che il bene verso cui essa si orienta sia della stessa natura della volontà, dacché tutto ciò che si riceve si adegua alla natura di chi lo riceve. E poiché la natura della volontà è spirituale, il bene ad essa sommamente proporzionato e adeguato è solo il bene che, deprivato della contingenza e della particolarità individuante della materia, gli si conforma al massimo grado possibile per un’affinità dell’essere. Tale bene è, allora, il bene universale o il Bene sommo.

Ora, dal momento che in questo mondo, alla volontà di un essere finito quale è l’uomo è preclusa l’esperienza diretta ed immediata di questo Bene, in quanto la conoscenza umana muove sempre dai sensi e il Bene sommo non è un bene sensibile, accade che la volontà degli uomini si diriga verso i beni sensibili particolari, nella misura in cui tali beni partecipano in qualche modo della bontà del Bene sommo. In pratica, la ragione umana, dopo aver giudicato buono un atto, in quanto mezzo attraverso il quale giungere ad un bene particolare, che partecipa, come detto, della bontà del Bene sommo, orienta verso di esso la sua volontà e ciò occasiona fatalmente il passaggio dal piano della descrizione, che pertiene alla ragione teoretica, a quello della prescrizione, che invece compete a quella pratica[23].

In particolare, quanto allo snodo teoreticamente cruciale rappresentato dal retto modo di ordinare il bene privato al bene comune, Jacques Maritain, alla cui elaborazione il Nostro pure guardava ammirato, aveva potuto sostenere, in Umanesimo integrale, come la persona umana, sebbene in quanto individuo possa essere ordinata al bene comune di una collettività, rispetto al quale il suo bene privato si rapporta come parte al tutto, tuttavia, in quanto dotata di un’anima spirituale, destinata ad un fine trascendente appartenente ad un ordine superiore, sempre «oltrepassa le società temporali ed è ad esse superiore», tanto che «è alla realizzazione perfetta della persona e delle sue aspirazioni che la società stessa e il suo bene comune sono subordinati»[24].

Ecco, dunque, l’errore massimo di Marx, consistito nell’aver perimetrato la sua intuizione più profonda (l’intuizione delle condizioni d’alienazione provocate dal capitalismo alla forza lavoro e la conseguente disumanizzazione del lavoratore) in una cornica di metafisica monistica e antropocentrica, dove il lavoro diventava l’essenza stessa dell’uomo, chiamato a liberarsi dall’illusione religiosa dimenticando Dio. Se, cioè, lo stato di sfruttamento dell’uomo sull’uomo deve cessare, non è in nome della persona umana, ma in nome dell’uomo collettivo e del lavoro collettivo. L’uomo sociale diventa il dio padrone assoluto della storia e dell’universo. Il comunismo marxista si caratterizzava, e in questo stava il suo maggior punto debole, nel sovvertimento di tali valori, nell’essere un capovolgimento radicale di essi, nell’essere una teologia rovesciata: Aristotele e san Tommaso al rovescio. Tale rovesciamento radicale avrebbe portato all’eclissi del «primato dello spirituale», della superiorità e della centralità della «vita interiore» dell’uomo, esito proprio del materialismo ateista comunista.

Dati tali presupposti, l’ateismo non si configurava più come una conseguenza dell’ordine sociale, bensì come la sua principale precondizione. La stessa antinomia cristianesimo-marxismo, chiesa-partito comunista non poteva essere più netta. Comunismo e Chiesa si ponevano uno contro l’altro, in un confronto tragico, titanico, eternamente rinnovantesi. Il comunismo marxista, infatti, non era una semplice costruzione teorica, un sistema filosofico tra gli altri, dal momento che, attraverso l’organizzazione partitica e realizzando la sua natura eminentemente pragmatica, aveva dato vita ad uno stato comunista, ad una civiltà radicalmente opposta a quella cristiana; e, data la falsità dei presupposti metafisici del comunismo, come abbiamo visto, l’approdo a costruzioni sociali e politiche errate e fallaci in radice era inevitabile.

L’incontro del messianismo giudaico-hegeliano di Marx e del messianismo russo, mistico-religioso, era così epocalmente e singolarmente significativo che, al suo cospetto diveniva di importanza dirimente, per La Pira, il nucleo profetico ed apocalittico contenuto nel messaggio mariano di Fatima: «Il mio cuore immacolato trionferà, la Russia si convertirà e vi sarà pace nel mondo». Il mistero di Fatima rappresentava per La Pira il centro della storia del XX secolo, l’angolo visuale privilegiato attraverso il quale leggere gli eventi politici, in quella «teologia della storia» che tanta parte ha avuto nella riflessione storico-politica lapiriana. La Vergine aveva assicurato non solo il perdono dei peccati, ma anche la pace nel mondo: ovvero doni sul piano spirituale e sul piano materiale e politico. E tutto questo a una precisa condizione: la consacrazione dell’umanità e in particolar modo della Russia al suo Cuore Immacolato. Un atto di consacrazione che superava dunque i limiti dell’atto devozionale per essere un vero e proprio atto pubblico, politico, internazionale. Per inciso, nella riflessione di La Pira al tema della consacrazione delle nazioni, e in particolare della Russia, al Cuore Immacolato di Maria si univa il tema del riconoscimento pubblico della regalità di Cristo e di Maria[25].

Ebbene, il comunismo doveva essere sconfitto proprio sul terreno religioso: il suo ateismo dogmatico, un «cadavere già putrefatto», non avrebbe potuto scalfire, secondo il Nostro, la fede del popolo russo nel Cristo e nell’opera della grazia. Il marxismo stesso doveva, se voleva continuare ad essere, come da sempre si proclamava, «realista», riconoscere la più profonda tra le realtà popolari: quella mistica e religiosa della gente russa. L’ateismo materialista era di per sé un fenomeno eminentemente borghese, prodotto deteriore del capitalismo e della cultura positivistica ottocentesca. L’umanesimo borghese ricusava, infatti, il principio ascetico e pretendeva di sostituirlo col principio tecnico e tecnologico, aspirando ad una pace senza conflitti che progredisce all’infinito.

Per La Pira, una Russia nata cristiana restava intimamente legata al centro vitale del cristianesimo, al mistero della Resurrezione del Cristo, così come rimaneva viva e intatta la sua devozione alla Vergine Maria. Insomma, dalla storia del cristianesimo e dall’ancor valida prospettiva della civiltà cristiana non poteva essere esclusa la Russia, che era per lui non la Russia dei Soviet, bensì la “santa Russia” dei santi Vladimiro e Sergio, la Russia dei monasteri e del culto alla Beata Vergine, plasticamente descritta in molte letture giovanili di La Pira, da “Conscience de la Russie” di Vladimir Solov’ëv, a “Monachisme et monastères russes” di Marie Joseph Roüet de Journel, a La sainte Moscou di Nicolas Arseniev.

Per La Pira, il dovere primo ed ultimo dei cristiani ad ogni latitudine non era quello di sognare una rivoluzione sociale cristiana, ma di operare affinché prevalesse ovunque l’ideale cristiano, evangelicamente restaurato, grazie al quale il mondo non comunista avrebbe finalmente potuto realizzare i cambiamenti richiesti con il medesimo anelito alla giustizia che è stato il lievito della rivoluzione comunista, ma senza che la verità puramente ideologica sull’uomo, propinata da quest’ultima, potesse ancora animare la sua coerente, ma distopica, teologia della storia. Secondo La Pira, cioè, spettava specialmente ai cristiani il compito distinguere il grano dal loglio, mettere a profitto ciò che di buono vi era nella dottrina di Marx ed inquadrare questo buono in quella visione cristiana da cui esso, direttamente od indirettamente, derivava.

Il coronamento, il fine ultimo, dell’agire umano, infatti, non poteva mai consistere, secondo La Pira, nell’attività esteriore dell’individuo, nell’azione puramente economica o politica, bensì nell’attività interiore, suprema «attività immanente che perfeziona la intelligenza e la volontà». L’homo faber, l’uomo lavoratore, in ultima analisi, era tale soltanto in funzione dell’uomo contemplator veritatis, dell’uomo cercatore instancabile del buono, del giusto e del bello, ontologicamente sospinto, orientato ed attratto – in ragione della sua anima fatta ad immagine e somiglianza del suo Creatore – dall’imperativo ineludibile di intercettare e realizzare i sogni di bene di Dio sull’uomo e sull’umanità.

 

[1] La Bolla di Unione del Concilio di Firenze veniva firmata da papa Eugenio IV, dall’imperatore d’Oriente Giovanni Paleologo, dal patriarca di Costantinopoli Giuseppe e da Isidoro vescovo di Kiev e metropolita di tutta la Russia.

[2] Qualche anno prima, il 18 aprile del 1954, la Croce Rossa Internazionale aveva organizzato a Ginevra un incontro sul problema delle città minacciate, nella loro esistenza, dai bombardamenti aerei. Davanti a un’assemblea di esperti convenuti da tutto il mondo, La Pira spiegò che le città «hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima e un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietre: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio» (Dal discorso tenuto da Giorgio La Pira al Convegno dei Sindaci delle capitali di tutto il mondo, svoltosi a Firenze, 2 ottobre del 1955). Esse rappresentavano ai suoi occhi un patrimonio che le generazioni presenti avevano ricevuto in eredità dalla storia e che avrebbero dovuto custodire quasi come “amministratori fiduciari”. Da qui la sua idea di unire le città per unire finalmente i popoli e il mondo, costruendo «un sistema di ponti che si estenda in tutto il mondo e che realizzi, a livello delle città, l’unità di tutti i popoli» (Dal discorso tenuto da Giorgio La Pira al Comitato centrale della Croce Rossa Internazionale, a Ginevra, il 12 aprile 1954). Al progetto di “un’agorà ecumenica” nella quale discutere di pace e di pacificazione tra i popoli, si sarebbe poi affiancata l’idea ulteriore di riunire intorno ad un tavolo sindaci e uomini di fede e cultura provenienti dalle diverse aree del Mediterraneo.

[3] Cfr. A. Riccardi, Il Vaticano e Mosca, Roma-Bari, Laterza, 1992.

[4] A. Riccardi-I. Piersanti (a cura di), La Pira, Beatissimo Padre. Lettere a Pio XII, Mondadori, Milano, 2004, pp. 32-41.

[5] Il cardinale arcivescovo di Varsavia Stefan Wyszynski fu arrestato nel settembre del 1953 e liberato solo nell’ottobre del 1956. Subirono la detenzione anche il cardinale primate di Ungheria e della Cecoslovacchia.

[6] A partire da ciò, la riflessione storico-politica di La Pira si apriva ad orizzonti sempre più ampi, fino a prospettare le linee di una vera e propria teologia della storia, che aveva proprio nelle città il luogo e lo spazio del suo incipit e del suo sviluppo, nella convinzione che proprio le città avrebbero potuto contribuire a risolvere i problemi della pace e della povertà più e meglio di quanto avessero potuto fare gli Stati.

[7] Lettera di La Pira al Card. Dell’Acqua del 15 marzo 1956.

[8] Lettera di Fanfani a La Pira del 25 ottobre 1955, in Fondazione Giorgio La Pira (a cura di), Caro Giorgio? Caro Amintore? 25 anni di storia nel carteggio La Pira-Fanfani, Polistampa, Firenze, 2003, pp. 213-214.

[9] M. Garzaniti-L. Tonini (a cura di), La Russia di Giorgio La Pira. Dai carteggi in Giorgio La Pira e la Russia, Giunti, Firenze, 2004, p. 24.

[10] Il “neo-atlantismo”, come fu ribattezzato l’allora corso della politica estera dell’Italia – gemmato dai dettami dell’alleanza euro-atlantica, sulla base di quanto stabilito dall’art. 2 del Patto istitutivo e di quanto, in proposito, aveva concluso il Comitato dei Tre saggi –, assurgeva a paradigma delle scelte politico-diplomatiche italiane, ma «nella sostanza, non faceva che legare l’antico al nuovo, coniugando la tentazione e l’ambizione di svolgere un ruolo incisivo nel Mediterraneo – dettate dalla posizione geografica e da pruriti di status –; la necessità di salvaguardare e difendere gli interessi nazionali – primo dovere di ogni stato – e la realtà della scelta atlantica. […] Quale dei due aspetti del neo-atlantismo – se quel sapore di autonomia rispetto a un appiattimento alle logiche della comunità euro-americana denunciato da un prefisso pieno di promesse o la conferma di un solido ancoraggio alle formule dell’alleanza come indicato dalla, per il resto rassicurante, scelta lessicale – sarebbe stato in tal caso privilegiato era il grande interrogativo che la politica italiana nel Mediterraneo suscitava negli osservatori interni e internazionali» (B. Bagnato, La Pira, de Gaulle e il primo Colloquio mediterraneo di Firenze, in P.L. Ballini (a cura di), Giorgio La Pira e la Francia. Temi e percorsi di ricerca. Da Maritain a de Gaulle, Giunti, Firenze, 2005, p. 102). Ebbene, gli indiscussi protagonisti di questa nuova stagione delle relazioni internazionali dell’Italia furono oltre a Fanfani e a La Pira, anche Gronchi e Mattei, i quali, seppure con azioni svolte su piani differenti e non sempre sincronizzate, lavoravano facendo più o meno consapevolmente convergere i loro sforzi in vista di un rinnovato approccio dell’Italia ai temi mediterranei, «un approccio diverso dalla politica delle cannoniere sperimentata ultimamente da Londra e Parigi a Suez, che si era risolta con un colossale flop e che, per l’Italia, aveva confermato l’esistenza di una simmetria di valutazioni e intenzioni con gli Stati Uniti, la quale di fatto poneva le vecchie nazioni coloniali – quelle sì – dalla parte degli eretici e dei soggetti devianti rispetto alla politica atlantica correttamente intesa» (ivi, p. 103).

[11] Cfr. A. Riccardi, Il Vaticano e Mosca, cit., pp.198-206 e pp. 217-223.

[12] V. Citterich, Un Santo al Cremlino. Giorgio La Pira, Ed. Paoline, Milano, 1986, p. 95.

[13] R. Doni, Giorgio La Pira. Profeta di dialogo e di pace, Ed. Paoline, Milano, 2004, p. 149.

[14] V. Citterich, Un Santo al Cremlino, cit., p. 110.

[15] Ibidem.

[16] Ivi, p. 113.

[17] Ibidem.

[18] Ivi, p. 122.

[19] Ivi, p. 130.

[20] G. La Pira, Discorso alla tavola rotonda sul controllo degli armamenti, Mosca, 4 dicembre 1965.

[21] THOM., Sum. theol., I-IIae, q. 91, a. 2.

[22] Ibidem.

[23] Questo processo descrive esattamente quanto Tommaso considerava come “legge”, morale e giuridica: «Le proposizioni universali della ragione pratica ordinate all’azione hanno natura di legge» (Sum. theol., I-IIae, q. 90, a. 1, ad 2um).

[24] J. MARITAIN, La personne et le Bien Commun, Desclée de Brouwer, Paris 1947, p. 259; tr. it. a cura di M. Mazzolani, La persona e il bene comune, Morcelliana, Brescia, 1995.

[25] Don Luigi Moresco, amico di lunga data di La Pira ed autore nei primi anni Quaranta di due libri su Fatima, si fece promotore di accorati appelli presso Pio XII affinché egli consacrasse l’umanità al Cuore Immacolato di Maria. Pio XII avrebbe compiuto tale atto il 31 ottobre 1942, nel venticinquesimo anniversario delle apparizioni mariane di Fatima, e nuovamente, per la Russia, il 7 luglio 1952.