Francesco Vermigli
Professore di Cristologia e Storia dei Concili
Facoltà Teologica dell’Italia Centrale
Giustizia e pace si baceranno
Sommario: 1. Introduzione − 2. Lo stico nel contesto del Salmo 85 − 3. La diplomazia «in genere caritatis».
- Introduzione
Mi è stato richiesto di aprire questo nostro Colloquio con una riflessione sul tema Giustizia e pace si baceranno. Dico “riflessione” – o forse si potrebbe anche dire “meditazione” – perché il tono che vorrei dare a questo mio intervento è quello di chi si fa ispirare da queste parole (le parole della giustizia e della pace, unite come in un bacio) e di chi prova a lasciare qualche spunto per coloro che avranno la benevolenza di ascoltare con pazienza.
Il titolo di questo mio intervento si riferisce ad un versetto (anzi ad uno stico) del Salmo 85, quello che inizia con le parole (secondo la più recente traduzione): «Sei stato buono, Signore, con la tua terra, hai ristabilito la sorte di Giacobbe» (Sal 85,2). Lo stico cui ci riferiamo, corrisponde invece a Sal 85,11a. Questa nostra riflessione si svolgerà in due momenti fondamentali: prima cercheremo di comprendere l’esatto significato delle parole “giustizia e pace si baceranno” nel contesto del Salmo; quindi, proporremo alcune considerazioni attuali a partire da quello che emergerà dall’analisi del versetto.
- Lo stico nel contesto del Salmo 85[1]
La situazione storica e vitale (il Sitz im Leben avrebbe detto la grande esegesi tedesca) che rende ragione dell’elaborazione del Salmo 85, è il ritorno del popolo d’Israele dall’esilio babilonese. Già qui mi preme sottolineare la presenza di un verbo che rivendica, specie nella prima parte del Salmo, una centralità assoluta: il verbo ritornare (in ebraico: šûv). Il popolo ritorna dall’esilio vissuto in una terra lontana, e qui il ritorno è un atto che si compie con i piedi e nella fatica del viaggio; alleggerita dalla speranza certa di un ritorno alla Terra che il Signore aveva già consegnato al suo popolo, ad Abramo e alla sua discendenza.
Ma nella Bibbia il ritorno è anche un cammino che si compie con il cuore. Ritorna Israele, tutte le volte che riconosce di aver abbandonato Dio e aver scelto gli idoli; ritorna Israele, tutte le volte che riconosce il proprio peccato e si pente. La tradizione ebraica utilizza il termine tešuvah (e anche qui si riconosce la radice šûv): intendendo con questo termine il pentimento, la contrizione, la conversione; il ritorno alla Legge e al culto autentico. In effetti, ritorno e conversione appartengono ad ambiti semantici che si assomigliano: dal momento che la conversione è, precisamente, una “con-versione”; cioè, è un tornare sui propri passi.
Eppure, a intendere bene il Salmo 85, prima che lo faccia il popolo, chi torna innanzitutto è il Signore. Infatti, anche all’inizio del Salmo, la traduzione letterale sarebbe: «hai tornato la sorte di Giacobbe»; in un modo che in italiano fa difficoltà, ma che si potrebbe sciogliere con: «hai cambiato di senso alla sorte di Israele». Vale a dire che la sorte di un popolo che vive in esilio, viene modificata da Dio; Dio inverte il senso alla vita del popolo… e un nuovo mondo si apre, una nuova realtà si presenta all’orizzonte, una realtà colma di gioia e di speranza. È la grazia del ritorno! Ma che il primo a tornare sia innanzitutto Dio si capisce ancora meglio al v. 4, dove si legge: «ti sei distolto dalla tua ira ardente» o, meglio, letteralmente «sei tornato dalla tua ira ardente»; cioè, hai abbandonato l’ira, come si abbandona qualcosa che lasciamo e non vogliamo più trattenere. E così ancora al v. 5: «Ritorna a noi, Dio nostra salvezza, e placa il tuo sdegno verso di noi».
Il tema del ritorno non è però a ben vedere il primo, non è quello che apre l’intero Salmo. E proprio questo fatto aiuta a capire alla radice il versetto dove si legge «giustizia e pace si baceranno»: lo vedremo. Vi è un’assoluta centralità del tema del ritorno, lo possiamo bensì dire; ma c’è qualcosa che precede il tema del ritorno e che – collocandosi in testa – lo spiega e di esso rende ragione. In effetti, chi ritorna, lo fa perché vuol ritornare, perché ha deciso di farlo: il ritorno è il frutto di una decisione, di una scelta precedente. Ma allora perché ritorna Dio? Perché concretamente cambia di senso alla sorte di Giacobbe (v. 2), perché abbandona l’ira (v. 4), perché ritorna al suo popolo (v. 5)? Dio fa questo, perché, semplicemente – come si legge all’inizio del Salmo – «è stato buono»! Ecco il punto decisivo, il punto capitale che spiega in radice il tema del ritorno: la ragione per cui Dio ritorna al suo popolo e volge la sua sorte, è perché Dio vuole bene al suo popolo. Il ritorno di Dio verso Israele è, dunque, frutto della benevolenza di Dio: non casualmente il verbo che sta sotto la traduzione «sei stato buono» è il verbo ratsah, che indica l’amore benevolente, l’amore che perdona, l’amore che si riconcilia e che riconcilia.
Ecco, dunque, che il ritorno di Dio a Israele è come una conseguenza di un atto prioritario, di un atto che precede ogni altro atto: lo sguardo misericordioso di Dio che precede ogni opera pur buona del popolo; che precede ogni merito del popolo. Dio ama il suo popolo gratuitamente (non perché il popolo se lo sia meritato…) e lo libera e ne riscatta le sorti, cambiandole. Direbbe Giovanni in quel mirabile passo della sua prima Lettera: «in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10).
Il quadro inizia a delinearsi ed è giusto ora passare alla seconda parte del Salmo, nella quale compare il versetto che intendiamo commentare stamani. Al v. 9, il versetto con cui inizia la seconda parte del Salmo, il salmista dice di porsi in ascolto della Parola di Dio; concretamente dice: «ascolterò che cosa dice Dio, il Signore». E cosa dice Dio? Cosa riporta il salmista del suo ascolto? Il Salmo recita: «egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con fiducia»; insinuando ancora una volta il tema del ritorno, anche se ora a tornare sono gli uomini, non Dio. Questa è la promessa che fa Dio attraverso il salmista che si è posto in ascolto della sua Parola: Dio fa una promessa di pace (šalom). Ritornano alla mente le parole del profeta Isaia: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”» (Is 52,7).
Proviamo a riflettere su come si tengano assieme la prima e la seconda parte del Salmo 85 da un punto di vista teologico. La linea di collegamento può essere espressa in questi termini: se Dio è tornato una volta dalla sua ira, se Dio ha cambiato il senso alla sorte del popolo, facendolo ritornare dall’esilio… se Dio ha fatto tutto questo prima di qualsiasi merito di Israele, Egli è anche credibile quando annuncia la pace, quando fa una promessa di pace; perché si è dimostrato fedele il Dio che ama il suo popolo. Quando Dio fa questa promessa, è credibile: perché chi ha liberato Israele una volta, saprà anche compiere questa promessa.
Qui il tono del Salmo cambia: non c’è più il ringraziamento per il ritorno del Signore, non c’è più il riferimento a opere grandi che il Signore ha compiuto, con la liberazione dall’esilio; ora si prospetta qualcosa di nuovo; un nuovo mondo, una nuova realtà, un nuovo orizzonte. Ed è in questo contesto che compare lo stico che dà il titolo al mio intervento. L’immagine è a carattere sapienziale: la pace e la giustizia si uniscono come ci si unisce attraverso un bacio. Ma questa realtà è profetica, è messianica, cioè, è proiettata in avanti: questa promessa si fonda sulla fedeltà di Dio, si fonda sull’Amore di Dio; si fonda sulla fedeltà dell’Amore di Dio.
Non è un caso che nella tradizione cristiana questo Salmo sia stato letto frequentemente in chiave cristologica, proprio per il tempo liturgico che stiamo vivendo, l’Avvento. Come fa Agostino in un sermone citato e commentato da Giovanni Paolo II nell’udienza di mercoledì 25 settembre 2002;[2] sermone nel quale Agostino applica alla nascita di Cristo le parole della seconda parte del Salmo[3].
L’equilibrio della pace e della giustizia di cui tratta Sal 85,11a è dunque un’opera che si comprende alla luce di una promessa di fedeltà di Dio: quel Dio che vuole bene al suo popolo, che lo riscatta, lo libera, lo fa tornare… è anche il Dio che promette una nuova realtà, dove giustizia e pace si uniscono in maniera mirabile.
- La diplomazia «in genere caritatis»
Veniamo ora alla seconda e ultima parte della riflessione. Vogliamo innanzitutto recuperare un concetto fondamentale dell’analisi che abbiamo compiuto del Salmo 85, per poi tentare di attualizzarlo. L’originaria ispirazione biblica che ci ha guidati fin dall’inizio, ci presenta la composizione tra la giustizia e la pace nella forma del dono, della promessa, dell’annuncio colmo di speranza e di gioia. Il contesto generale ci presenta quest’unione nei termini di una realtà che è nelle mani di Dio, che appartiene precisamente al Regno di Dio; come dirà Gesù in un passaggio memorabile e accorato: «Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33).
Ponendo l’unione della pace e della giustizia dentro alla promessa di Dio – cioè, dentro all’annuncio di una realtà rinnovata e frutto dell’opera di Dio – il primo aspetto che viene suggerito è che l’equilibrio, la simbiosi tra la pace e la giustizia è un’opera che appare difficilissima. Laddove nel dettato biblico interviene Dio, significa infatti che l’autore sacro vuol trasmettere l’idea che solo Dio può operare; suggerendo che l’impresa si presenta come esorbitante rispetto alle capacità umane.
La qual cosa apparirà a ben vedere evidente a chi abbia anche solo la volontà di verificare la situazione geopolitica di oggi. Ricercare la pace, anche se questo rischia di andare a detrimento della giustizia? Oppure perseguire con determinazione la giustizia, anche se questo può significare allontanare le prospettive di pace? Ricorderemo certamente la celebre locuzione tacitiana: ubi solitudinem faciunt, pacem appellant,[4] ad indicare come la parola “pace” possa essere preda della propaganda, che cerca in tutti modi di nascondere che a regnare sia stata l’ingiustizia e la violenza. Così, ricorderemo come un trattato umiliante e miope – e in definitiva ingiusto – come quello di Versailles del 1919 sia diventato foriero di un nuovo attacco alla pace, ben peggiore di quello della Grande Guerra.
Proviamo in conclusione a donare qualche spunto, che discende proprio da questo appello all’alchimia di una pace e di una giustizia da far stare insieme. E così facendo, proveremo a calare quel grande arco biblico della giustizia e della pace che si baciano, alla concretezza del nostro mondo.
Ci pare che vi sia un ambito in cui questo equilibrio tra due elementi potenzialmente in tensione trovi costantemente uno spazio di conciliazione paziente e determinato. Si tratta di quell’ambito in cui la Santa Sede appare maestra e non solo madre; per usare la celebre locuzione dell’enciclica di Giovanni XXIII: Mater et magistra. L’ambito in cui pace e giustizia possono trovare uno spazio per la loro difficilissima conciliazione, dove pace e giustizia davvero possono affacciarsi dal cielo (cf. Sal 85,12), è l’ambito della diplomazia. L’atto diplomatico risuona – in molti casi inconsapevolmente, mentre si spera lo sia consapevole almeno nel mondo cattolico – di quell’annuncio, di quella promessa di pace che fa il Signore al salmista nel Sal 85. Proviamo a spiegarci.
C’è un aspetto in modo particolare che rende la diplomazia vicina alla promessa di pace e giustizia che fa Dio nel salmo. La diplomazia – quando essa è consapevole della propria alta responsabilità – è proiettata in avanti; la diplomazia non è schiava del passato spesso duro e pieno di sofferenza; la diplomazia non è succube del presente complesso e intricato. La diplomazia è l’arte di aprire nuovi spazi, di percorrere nuove strade, di iniziare nuovi processi che l’uomo ferito dal peccato con i propri occhi non scorge e con il proprio cuore non percepisce. Si potrebbe dire che la diplomazia – parafrasando la celebre formula sulla politica considerata in generale presente nel discorso di Pio XI alla FUCI del 18 dicembre del 1927[5] – è «la più alta forma di carità»; in questo caso, carità verso i popoli, carità verso le nazioni e gli Stati, carità verso coloro che vivono la lunga esperienza della devastazione e della morte.
Ma così intendendo la diplomazia – cioè, ponendo l’equilibrio tra pace e giustizia sotto il grande arco della carità, come compito che la diplomazia è chiamata a perseguire – non accade che ripetiamo quello che abbiamo contemplato nel Sal 85? Lì la promessa di una pace e di una giustizia che si baciano è il frutto dell’Amore di Dio e della sua fedeltà. La diplomazia che si fa ispirare dalla Parola di Dio partecipa della stessa dinamica che la Parola di Dio suggerisce: la ricerca costante e perseverante della carità diventa l’origine di una realtà nuova, a tratti profetica, dove la giustizia e la pace non si trovano in contrasto, ma si baciano, si uniscono, si costruiscono a vicenda.
Così l’arte della diplomazia diventa lo strumento mediante il quale un po’ di cielo scende su questa terra mutilata e sconvolta. Non è forse vero che così Agostino ha definito la pace: «pax omnium rerum tranquillitas ordinis»[6]; suggerendo che la pace è il prevalere dell’ordine sul disordine, della tranquillità sulla violenza, della serenità sullo squilibrio; della giustizia sull’ingiustizia? Così ha detto papa Leone XIV, nel discorso tenuto ai parlamentari in occasione del Giubileo dei Governanti, il 21 giugno scorso: «Sant’Agostino, in proposito, parlava di un passaggio dell’uomo dall’amor sui – l’amore egoistico per sé stesso, chiuso e distruttivo –all’amor Dei – l’amore gratuito, che ha la sua radice in Dio e che porta al dono di sé –, come elemento fondamentale nella costruzione della civitas Dei, cioè di una società in cui la legge fondamentale è la carità (cfr. De civitate Dei, XIV, 28)»[7].
Qui su questa terra, quando la fatica del lavoro della diplomazia porta frutti, quando la perseveranza per un obbiettivo più grande e più profondo – più profondo di quello che occhi opachi possono vedere e cuori agitati possono sentire – quando tutto questo lascia il proprio segno… quando accade tutto questo… un pezzo di cielo è sceso sulla terra e la carità ha preso anche quaggiù il proprio spazio e la pace e la giustizia iniziano a baciarsi.
[1] Una buona sintesi interpretativa del Salmo 85 in R. Meynet, Il salmo 85, salmo dell’Avvento, in La Civiltà Cattolica, 2010, IV, pp. 341-352.
[2] https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/audiences/2002/documents/hf_jp-ii_aud_20020925.html
[3] «“La verità è sorta dalla terra”: Cristo, il quale ha detto: “Io sono la verità” (Gv 14,6) è nato da una Vergine. “E la giustizia si è affacciata dal cielo”: chi crede in colui che è nato non si giustifica da se stesso, ma viene giustificato da Dio. “La verità è sorta dalla terra”: perché “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). “E la giustizia si è affacciata dal cielo”: perché “ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto discendono dall’alto” (Gc 1,17). “La verità è sorta dalla terra”, cioè ha preso un corpo da Maria. “E la giustizia si è affacciata dal cielo”: perché “l’uomo non può ricevere cosa alcuna, se non gli viene data dal cielo” (Gv 3,27)» (Discorso 185 nel Natale del Signore: PL, 38, coll. 997-999).
[4] Publio Cornelio Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 30,7.
[5] In L’Osservatore Romano, 23 dicembre 1927, n. 296, 3, coll. 1-4.
[6] Agostino di Ippona, De civitate Dei, XIX,13,1.
[7] https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2025/06/21/0430/00786.html