Antonio Casciano
Bioeticista e Dottore di ricerca in Etica e Filosofia politico-giuridica
Università degli Studi di Salerno
La Magnifica Umanità di Leone XIV alla prova delle ultime res novae*
Sommario: 1. Introduzione metodologica − 2. L’antropologia cristiana come principio del discernimento − 3. La tecnica al servizio della persona e del bene comune − 4. Il lavoro umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale ‒ 5. Un manifesto del pontificato: la persona, la fraternità, la pace ‒ 6. Conclusione. La magnificenza dell’umano come chiave interpretativa dell’enciclica.
- Introduzione metodologica
La pubblicazione della prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, ha immediatamente attirato l’attenzione degli osservatori per il tema al quale essa è dedicata: l’intelligenza artificiale e le implicazioni che il suo sviluppo prospetta per la vita sociale, economica e politica delle nazioni. Una simile lettura, tuttavia, per quanto comprensibile e parzialmente corretta, rischia di confinare il documento entro un perimetro ermeneutico riduttivo, quasi che esso rappresenti esclusivamente una riflessione etica sulle nuove tecnologie e sul loro utilizzo. Invero, l’enciclica nasce certamente dal confronto con una delle principali res novae del nostro tempo, ma il suo orizzonte è molto più ampio e, in ultima analisi, più radicale. Come afferma lo stesso Pontefice, infatti, oggi più che mai «ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo», e ciò impone, verosimilmente, un discernimento profondo ed accurato circa il significato e le finalità del progresso tecnico[1].
Le pagine che seguono propongono un criterio ermeneutico differente, ambendo non già a fornire una valutazione critica dell’enciclica, né un contributo che si inserisca nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale. La finalità precipua è piuttosto quella di accompagnare il lettore nella comprensione dell’itinerario contenutistico, fondativo ed argomentativo del documento, mettendone in luce la struttura teologica, le coordinate antropologiche fondamentali e il saldo inserimento nella tradizione della Dottrina sociale della Chiesa.
In questa prospettiva, Magnifica Humanitas si presenta come un testo profondamente unitario. L’intelligenza artificiale costituisce, certamente, l’orizzonte tematico che sollecita la riflessione del Pontefice; il suo autentico oggetto rimane però la persona umana, considerata nella sua irriducibile dignità, nella sua vocazione alla verità e alla libertà, nella sua responsabilità verso il bene comune e nella sua costitutiva apertura a Dio. Più che elaborare un’etica della tecnica, Leone XIV ripropone i fondamenti di un’antropologia cristiana capace di orientare il discernimento dinanzi alle trasformazioni radicali del nostro tempo.
Per cogliere adeguatamente il significato complessivo di Magnifica Humanitas è necessario collocarla nel solco della Dottrina sociale della Chiesa, nella cui riflessione ormai più che secolare essa si inserisce, in modo esplicito e consapevole. Tale continuità non emerge soltanto dai frequenti richiami al Magistero precedente, ma è suggerita dagli stessi elementi che accompagnano la pubblicazione dell’enciclica. Assume, in questo senso, particolare rilievo la scelta del 15 maggio scorso quale data di promulgazione, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII, documento tradizionalmente riconosciuto come l’atto inaugurale della Dottrina sociale della Chiesa moderna[2].
Non si tratta di una semplice coincidenza cronologica, come è intuibile, bensì di una precisa chiave interpretativa mediante la quale il Pontefice invita a leggere il nuovo documento. Come Leone XIII scelse di confrontarsi con le profonde trasformazioni prodotte dalla rivoluzione industriale, così Leone XIV prende le mosse da una delle più rilevanti res novae del tempo presente: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale[3]. Mutano il contesto storico, gli strumenti tecnologici e le forme dell’organizzazione sociale ed economica; permane tuttavia la domanda fondamentale che attraversa l’intero Magistero sociale della Chiesa: quale concezione dell’uomo deve essere difesa dal, ed orientare il, progresso della società? Sin dalle prime pagine dell’enciclica il Pontefice ricorda che ogni autentico discernimento dinanzi alle sfide poste dal progresso tecnologico deve essere compiuto alla luce della dignità della persona e della sua vocazione trascendente. Non a caso richiama l’urgenza di interrogarsi sulla meta verso la quale «desideriamo orientarci» come comunità umana e di popoli, sottraendo così il dibattito tecnologico alla sola dimensione funzionale o utilitaristica[4].
A tale criterio antropologico si affiancano, poi, i principi tradizionali di bene comune, solidarietà, sussidiarietà, destinazione universale dei beni, centralità del lavoro e responsabilità politica, che continuano a costituire riferimenti imprescindibili per interpretare ed orientare la realtà contemporanea[5].
L’originalità dell’enciclica consiste precisamente nell’applicare questo patrimonio dottrinale a uno scenario inedito, nel quale la rapidità dello sviluppo tecnologico sembra frequentemente precedere o addirittura prescindere dalla riflessione etica e nel quale l’ampliamento delle capacità operative non sempre è accompagnato da una corrispondente maturazione critica della coscienza morale diffusa. È in questa prospettiva che il documento contribuisce allo sviluppo organico del Magistero sociale.
Benedetto XVI aveva osservato che la Dottrina sociale della Chiesa, «luce che non muta», è chiamata a confrontarsi con un mondo in continua trasformazione, offrendo criteri capaci di illuminare questioni nuove senza rinunciare ai principi permanenti che ne costituiscono il fondamento: «Essa è servizio alla verità che libera. Aperta alla verità, da qualsiasi sapere provenga, la dottrina sociale della Chiesa l’accoglie, compone in unità i frammenti in cui spesso la ritrova, e la media nel vissuto sempre nuovo della società degli uomini e dei popoli»[6]. Anche Magnifica Humanitas si colloca entro questo orizzonte teleologico, non inaugurando una nuova antropologia, ma mostrando come l’antropologia cristiana continui a possedere una sorprendente capacità ermeneutica proprio dinanzi a innovazioni che sembrano rimettere in discussione il significato stesso dell’umano[7]. Questa impostazione consente di comprendere fin dall’inizio come sarebbe riduttivo interpretare Magnifica Humanitas esclusivamente come un’enciclica sull’intelligenza artificiale. La tecnica non costituisce, dunque, il centro della riflessione di Leone XIV, ma il presupposto con-testuale entro il quale vengono riproposte le domande fondamentali sull’uomo. Prima di interrogarsi sulle possibilità e sui limiti delle macchine intelligenti, il Pontefice invita infatti a riscoprire ciò che rende unica e irriducibile l’intelligenza umana: la capacità di conoscere la verità, di esercitare responsabilmente la libertà, di amare ordinatamente, di vivere relazioni autentiche e di aprirsi al Mistero, dal quale e nel quale ogni persona riceve origine e compimento[8].
In una delle affermazioni più significative dell’Introduzione, Leone XIV osserva che, nel tempo dell’intelligenza artificiale, «abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani», custodendo quella «magnifica umanità» che trova la propria pienezza in Cristo e che nessuna macchina potrà mai sostituire[9]. Solo alla luce di questa visione integrale della persona diviene possibile formulare un giudizio autenticamente etico sul progresso tecnologico e sul suo impatto nella vita dei singoli, delle comunità e dell’intera famiglia umana.
- L’antropologia cristiana come principio del discernimento
Se il presupposto storico a partire dal quale prende forma Magnifica Humanitas è rappresentato dall’avvento dell’intelligenza artificiale, il punto di partenza dell’enciclica è però un altro ed è rappresentato dall’orizzonte più ampio della verità sull’uomo, assumendo come criterio fondamentale quel principio antropologico che attraversa l’intero Magistero sociale della Chiesa, dal Concilio Vaticano II fino ai documenti più recenti: soltanto una corretta comprensione della verità ontologicamente fondata della persona umana consente di formulare un autentico giudizio morale sul progresso storico e tecnologico[10].
Non è casuale, pertanto, che le prime pagine dell’enciclica rinviino immediatamente alla costituzione pastorale Gaudium et spes e, in particolare, al celebre passo nel quale i Padri conciliari affermano che «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo»[11]. Tale riferimento assume una precisa funzione architettonica all’interno del documento, introducendo il lettore nella prospettiva entro la quale interpretarne l’intero sviluppo argomentativo del documento. Il discernimento etico sul progresso tecnologico trova infatti il proprio fondamento in un’antropologia che riconosce nell’incarnazione il luogo nel quale si manifesta pienamente la verità sull’uomo. Non sorprende, pertanto, che Leone XIV apra la propria riflessione richiamando Cristo quale pieno compimento dell’umano, affermando che «questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza»[12].
Questa scelta metodologica riveste un significato tutt’altro che marginale. Una parte consistente del dibattito contemporaneo tende, infatti, a discutere l’intelligenza artificiale concentrandosi prevalentemente sulle sue applicazioni, sui potenziali benefici e sviluppi, o sui rischi connessi alla sicurezza, alla tutela dei dati, alla trasparenza degli algoritmi e alla regolamentazione giuridica. Pur riconoscendo la rilevanza cruciale di tali questioni, Leone XIV sceglie deliberatamente un diverso punto di partenza. Prima ancora di chiedersi quali limiti debbano essere posti alle nuove tecnologie, egli invita a interrogarsi su quale immagine dell’uomo debba orientarne lo sviluppo[13].
L’enciclica sviluppa così una concezione dell’essere umano che si oppone a ogni forma di riduzionismo. La persona non è descritta come un semplice centro di elaborazione di informazioni, né come il risultato di processi evolutivi esclusivamente biologici o cognitivi. L’intelligenza stessa, pur costituendo una prerogativa essenziale e per certi versi esclusiva dell’uomo, non esaurisce la ricchezza della sua identità.
L’essere umano conosce, ma nello stesso tempo ama; comprende, ma è anche capace di contemplazione; progetta il futuro, ma vive di relazioni; trasforma il mondo mediante il lavoro, ma rimane aperto a una Verità che lo trascende e che non può essere prodotta dalla tecnica. In questa prospettiva, il progresso tecnologico non appare mai come un male in sé, ma come una realtà il cui valore dipende dall’orientamento che riceve dalla libertà e dalla responsabilità morale di chi lo pensa, lo progetta, lo realizza e lo governa[14].
È significativa, a questo riguardo, l’insistenza con cui Leone XIV richiama il rischio, proprio di un’arrembante cultura efficientista, di ridurre l’uomo ad un paradigma eminentemente prestazionale. Contro tale tentazione, egli ricorda che la dignità della persona non deriva dall’efficienza, dalla produttività o dal successo, ma dall’essere stata pensata, voluta e amata da Dio. Nel secondo capitolo dell’enciclica, il Pontefice afferma esplicitamente che «la persona umana rimane sempre “la via della Chiesa”» e che la sua dignità costituisce un dono originario che precede ogni realizzazione concreta[15].
È difficile non riconoscere, in questa impostazione, alcuni tratti contenutistici propri della grande tradizione agostiniana. Pur senza trasformare l’enciclica in un trattato di spiritualità, Leone XIV lascia emergere una concezione dell’uomo nella quale l’interiorità costituisce il luogo privilegiato del discernimento che precede ogni azione. In tale prospettiva, la conoscenza non coincide mai con la mera accumulazione di informazioni, così come il progresso non si identifica automaticamente con l’aumento delle possibilità offerte dalla tecnica. Ogni autentico sviluppo dell’uomo richiede la crescita integrale della persona, nella quale ragione, libertà, coscienza e responsabilità rimangano connesse[16].
Si comprende allora perché Leone XIV rifiuti ogni forma di contrapposizione pregiudiziale tra fede e tecnica[17]. L’enciclica non esprime alcuna nostalgia per un passato pre-tecnologico, né indulge in atteggiamenti di diffidenza verso il progresso scientifico. Al contrario, essa riconosce esplicitamente il valore dell’ingegno umano e dell’innovazione, vedendovi una forma di partecipazione alla creatività inscritta da Dio nella natura stessa dell’uomo[18]. Lo sviluppo tecnologico è considerato una delle espressioni della responsabilità umana nel mondo, purché rimanga ordinato al servizio della persona e del bene comune[19].
Proprio per questo, tuttavia, Leone XIV ricorda che la tecnica non possiede in sé stessa il criterio-guida del proprio sviluppo. Ogni potere acquisito dall’uomo accresce, nella medesima misura, la responsabilità etica del suo esercizio. Il vero problema non consiste dunque nel domandarsi se sia possibile realizzare una determinata innovazione, ma se essa contribuisca realmente alla piena fioritura della persona e della comunità umana[20].
È su questo sfondo antropologico che comincia progressivamente a delinearsi uno dei nuclei più originali dell’enciclica. L’intelligenza artificiale non è presentata come un semplice insieme di strumenti, ma come una sfida culturale che obbliga a chiarire ciò che distingue l’intelligenza umana da qualsiasi altra forma di elaborazione artificiale. L’interrogativo, pertanto, non riguarda tanto il futuro delle macchine, quanto il futuro dell’uomo stesso. È precisamente questa inversione di prospettiva a conferire a Magnifica Humanitas la sua peculiare profondità teologica ed antropologica. Il discernimento sulla tecnica diviene infatti possibile soltanto dopo avere riscoperto la verità della persona.
- La tecnica al servizio della persona e del bene comune
L’orizzonte antropologico fin qui delineato consente a Leone XIV di affrontare la questione della tecnica secondo una prospettiva che appartiene da sempre alla Dottrina sociale della Chiesa. Il problema non riguarda infatti la legittimità dell’innovazione in quanto tale, né l’opportunità di rallentare il progresso scientifico, bensì il rapporto che ogni sviluppo tecnologico è chiamato a mantenere con la promozione integrale della persona e con il perseguimento del bene comune. In questa prospettiva, Magnifica Humanitas si colloca lontano sia dai facili entusiasmi tecnocratici, che tendono a identificare il progresso con la semplice innovazione, sia da quelle letture pessimistiche che vedono nella tecnica una minaccia esiziale per l’umanità. L’enciclica propone piuttosto un criterio di discernimento capace di riconoscere il valore delle conquiste scientifiche senza sottrarle alle esigenze della responsabilità etica[21].
Il punto decisivo consiste nel riconoscere che la tecnica non è mai moralmente autosufficiente. Ogni strumento nasce infatti all’interno di una determinata visione dell’uomo, risponde a finalità concrete e produce conseguenze che incidono inevitabilmente sulla vita delle persone e delle comunità. Per questo Leone XIV invita a superare la concezione riduttiva secondo cui l’intelligenza artificiale sarebbe un insieme di strumenti eticamente neutrali, il cui valore dipenderebbe esclusivamente dall’uso che se ne fa. L’enciclica suggerisce, al contrario, che anche i criteri di progettazione, gli obiettivi perseguiti, i modelli economici sottesi e le logiche algoritmiche che ne orientano implementazione e sviluppo debbono essi stessi costituire oggetto di discernimento morale. In una delle formulazioni più significative del documento, il Pontefice afferma che la tecnologia «non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa»[22].
In tale contesto il bene comune riacquista la propria funzione di principio ordinatore del progresso, non solo tecnologico. L’intelligenza artificiale non può essere valutata soltanto in rapporto all’incremento della produttività o ai vantaggi che offre ai singoli individui. Essa interpella la qualità delle relazioni sociali, la giustizia nell’accesso alle risorse, la tutela delle persone più vulnerabili, la dignità del lavoro, la partecipazione democratica e, in definitiva, la stessa concezione della convivenza civile. La tecnologia diviene così una delle mediazioni storico-culturali attraverso cui una società manifesta concretamente la propria idea di giustizia e di sviluppo umano. Come osserva Leone XIV, il discernimento sull’innovazione deve sempre verificare se essa favorisca realmente la partecipazione, la responsabilità e la tutela dei più deboli oppure se contribuisca ad ampliare forme nuove di dipendenza e di esclusione[23].
Sotto questo profilo, Magnifica Humanitas si inserisce con piena coerenza nello sviluppo della Dottrina sociale successivo al Concilio Vaticano II. Già Populorum progressio di san Paolo VI aveva richiamato l’esigenza di uno sviluppo autenticamente umano, che non si esaurisse nella crescita economica; la Laborem exercens di san Giovanni Paolo II aveva riaffermato il primato del lavoro sulla tecnica e della persona sugli strumenti della produzione; la Caritas in veritate di Benedetto XVI aveva, quindi, mostrato come la tecnica rappresenti una straordinaria espressione della creatività umana, ma richieda, proprio per questo, un costante discernimento etico. Leone XIV riprende tale patrimonio dottrinale e lo applica al nuovo scenario offerto dall’intelligenza artificiale, non modificandone i principi, ma mostrandone la perdurante capacità di interpretare le trasformazioni del presente[24].
Una particolare attenzione è riservata poi alle nuove forme di disuguaglianza che l’innovazione tecnologica può produrre o aggravare. L’enciclica richiama la responsabilità di vigilare affinché i processi di digitalizzazione non divengano strumenti di esclusione, di concentrazione del potere o di ulteriore marginalizzazione delle persone e dei popoli più vulnerabili. Il progresso autentico non coincide con l’accumulazione di strumenti sempre più sofisticati, ma con la loro capacità di contribuire alla crescita dell’intera famiglia umana, nella giustizia e nella solidarietà[25]. Per questo il Pontefice manifesta una chiara preoccupazione per l’accumulo concentrazionario di dati, capacità computazionale e potere decisionale nelle mani di pochi soggetti economici, fenomeno che rischia di contraddire e rendere inattuabile in radice il principio della destinazione universale dei beni e di produrre nuove asimmetrie economiche e sociali[26].
L’intelligenza artificiale, infatti, sta già trasformando il modo di lavorare, comunicare, apprendere, partecipare alla vita pubblica e costruire relazioni. Per questo il discernimento etico non può limitarsi alla valutazione dei singoli strumenti, ma deve interrogarsi sul modello di società che essi contribuiscono a realizzare. La domanda decisiva non è soltanto quale tecnologia sia possibile sviluppare, ma quale forma di convivenza essa favorisca e quale idea di uomo presupponga.
In questo orizzonte assume particolare rilievo il tema della responsabilità. Leone XIV insiste sul fatto che l’uso dell’intelligenza artificiale non costituisce mai un fatto puramente tecnico. Quando essa interviene in processi che incidono sulla vita delle persone ‒ dal lavoro all’accesso al credito, dall’informazione ai servizi pubblici ‒ vengono inevitabilmente coinvolti diritti fondamentali, opportunità concrete e forme di partecipazione sociale. Per tale ragione il Pontefice richiama la necessità di garantire trasparenza, controllabilità e responsabilità nei processi decisionali affidati agli algoritmi, affinché nessuno venga ridotto a semplice dato o profilo statisticamente utile[27].
Allora, se la tecnica è frutto dell’intelligenza dell’uomo, essa non può essere sottratta al giudizio della coscienza. Quanto maggiori sono le possibilità offerte dall’innovazione, tanto più cresce il dovere di orientarle al servizio della persona, della giustizia e della pace. La questione decisiva non riguarda pertanto l’esistenza di un limite imposto dall’esterno alla tecnica, ma il riconoscimento di quel limite originario che coincide con la dignità stessa dell’uomo, criterio ultimo di ogni autentico progresso[28].
In tale prospettiva assume un particolare significato anche l’invito rivolto dal Pontefice a «disarmare» l’intelligenza artificiale. L’espressione non indica un rifiuto della tecnologia, bensì la necessità di sottrarla alla logica del dominio, della prevaricazione e della competizione assoluta. Disarmare l’IA significa impedire che la potenza tecnica venga identificata con il diritto di governare l’uomo, restituendo invece l’innovazione alla sua autentica vocazione: servire la dignità della persona e contribuire alla costruzione di una società più giusta, partecipativa e umana: «Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale»[29].
- Il lavoro umano nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Tra gli ambiti nei quali lo sviluppo dell’intelligenza artificiale manifesta con maggiore evidenza le proprie potenzialità e, al tempo stesso, le proprie ambivalenze, Leone XIV dedica un’attenzione particolare al lavoro umano. La scelta non è casuale. Fin dalle sue origini, la Dottrina sociale della Chiesa ha riconosciuto nel lavoro una delle espressioni più alte della dignità della persona: il luogo nel quale l’uomo non soltanto provvede al proprio sostentamento, ma partecipa responsabilmente all’opera creatrice di Dio, sviluppa le proprie capacità e contribuisce all’edificazione della società[30]. La riflessione sull’intelligenza artificiale non poteva, pertanto, prescindere da una rinnovata considerazione di questa dimensione essenziale dell’esperienza umana.
L’enciclica osserva come le nuove tecnologie stiano modificando con straordinaria rapidità l’organizzazione della produzione, l’accesso alle professioni, la distribuzione delle competenze e gli stessi processi decisionali all’interno di imprese e istituzioni. Tali trasformazioni non vengono interpretate come un fenomeno meramente economico, ma come un cambiamento culturale destinato a incidere profondamente sul modo in cui l’uomo comprende se stesso e offre il proprio contributo alla vita sociale[31]. La questione, pertanto, non riguarda soltanto le attività che potranno essere automatizzate, ma il significato stesso del lavoro nella vita della persona e il ruolo che esso continuerà a svolgere nella costruzione della convivenza umana.
È proprio qui che riaffiora uno dei principi più consolidati della Dottrina sociale della Chiesa. Riprendendo una linea che attraversa il Magistero da Rerum novarum fino alla Laborem exercens, Leone XIV ribadisce con chiarezza il primato del soggetto che lavora rispetto agli strumenti dei quali si serve. La tecnica appartiene all’ordine dei mezzi; il lavoro appartiene all’ordine dei fini della persona[32]. Tale prospettiva trova una significativa conferma nelle pagine dell’enciclica dedicate alla trasformazione digitale, nelle quali il Pontefice ricorda che il lavoro non può essere ridotto a puro fattore produttivo, poiché costituisce «un bene fondamentale per la persona», luogo di esercizio della libertà, della creatività e della cooperazione sociale[33].
Per quanto sofisticati possano diventare i sistemi di intelligenza artificiale, essi non potranno mai sostituire il lavoratore quale autentico protagonista dell’attività lavorativa. Ogni inversione di questo rapporto finirebbe inevitabilmente per ridurre la persona a semplice funzione del sistema produttivo, subordinandone la dignità alle esigenze dell’efficienza. Non sorprende pertanto che Leone XIV metta in guardia contro il rischio di una progressiva dequalificazione del lavoro umano, fenomeno che potrebbe verificarsi quando i lavoratori vengono costretti ad adattarsi ai ritmi e alle esigenze delle macchine invece che essere sostenuti da strumenti progettati al servizio della loro crescita umana e professionale: «Per questo, contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive»[34].
L’attenzione del Pontefice si concentra poi sulle responsabilità che accompagnano la diffusione dell’intelligenza artificiale. Se, da una parte, essa promette di alleggerire molte attività ripetitive, migliorare la sicurezza in numerosi settori e favorire nuove possibilità di ricerca e innovazione, dall’altra può accentuare fenomeni di precarietà, concentrare il controllo dei processi produttivi e ampliare le disuguaglianze nell’accesso al lavoro. L’enciclica invita pertanto a non misurare il successo dell’innovazione unicamente attraverso gli indicatori della produttività o della competitività, ma a valutarne gli effetti e gli impatti sulla crescita della persona, sulla qualità dell’occupazione e sulla tutela della dignità di ogni lavoratore[35].
Particolarmente significativa è poi la riflessione dedicata al problema della disoccupazione tecnologica. Riprendendo un tema già affrontato nel Magistero di san Giovanni Paolo II, Leone XIV ricorda che la perdita del lavoro non costituisce soltanto una privazione economica, ma può trasformarsi in una vera e propria ferita sociale. Il rischio non consiste semplicemente nella riduzione del reddito, ma nella progressiva esclusione di un numero crescente di persone da quegli ambiti di responsabilità, relazione e partecipazione attraverso cui si costruisce la vita personale e comunitaria[36]. L’enciclica riconosce certamente che la tecnologia possa liberare l’uomo da mansioni particolarmente gravose, ripetitive o pericolose. Tuttavia, essa insiste sul fatto che la regola generale debba rimanere la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona. L’obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione, poiché la persona umana è fine e non mezzo e l’ordine economico deve rimanere subordinato alla sua dignità e al bene comune[37].
Da questo punto di vista, il Pontefice propone un criterio di discernimento particolarmente fecondo. Le innovazioni tecnologiche non devono essere valutate esclusivamente in base alle loro prestazioni tecniche, ma anche per la loro capacità di generare lavoro dignitoso, partecipazione, promozione umana e inclusione sociale. Per tale motivo Leone XIV invita a promuovere una vera e propria governance della transizione digitale, capace di accompagnare i processi di automazione mediante politiche di formazione, riqualificazione professionale e sostegno all’occupazione[38].
Ridurre il lavoro a una semplice prestazione produttiva significherebbe, del resto, impoverire la stessa comprensione dell’uomo. Per questo il Pontefice richiama la necessità di promuovere modelli economici e tecnologici nei quali l’innovazione sia realmente orientata a valorizzare il contributo umano, anziché a renderlo progressivamente marginale. L’accesso al lavoro continua infatti a rappresentare uno dei principali criteri attraverso cui valutare la qualità umana di un modello di sviluppo e la sua capacità di favorire una pace sociale autentica e duratura: «Per questo la Dottrina sociale della Chiesa insiste sul fatto che l’accesso al lavoro per tutti deve rimanere un obiettivo prioritario delle politiche pubbliche e dei processi economici, criterio di giudizio per valutare la qualità umana di un modello di sviluppo»[39].
Le considerazioni dedicate al lavoro conducono naturalmente a una riflessione più ampia sulla responsabilità delle istituzioni politiche, delle imprese e della comunità internazionale. La rapidità delle trasformazioni tecnologiche esige infatti un impegno condiviso affinché il progresso non produca nuove forme di esclusione o accentui quelle già esistenti.
In tale contesto, il discernimento etico non può essere affidato esclusivamente alle dinamiche del mercato né alla sola iniziativa privata. Esso richiede un dialogo costante tra ricerca scientifica, responsabilità politica, cultura giuridica e riflessione morale, nella consapevolezza che il futuro del lavoro coincide, in larga misura, con il futuro della stessa convivenza civile[40].
Ogni innovazione che, pur aumentando l’efficienza dei processi produttivi, finisca per mortificare la creatività, la libertà e la responsabilità del lavoratore contraddirebbe la finalità stessa dello sviluppo umano integrale. È questo il criterio fondamentale con il quale Magnifica Humanitas invita a discernere il futuro del lavoro nell’epoca dell’intelligenza artificiale: non la semplice crescita della capacità tecnica, ma la promozione della persona nella pienezza della sua dignità.
- Un manifesto del pontificato: la persona, la fraternità, la pace
Procedendo nella lettura di Magnifica Humanitas, diviene progressivamente evidente come la riflessione sull’intelligenza artificiale si inserisca entro una visione assai più ampia della convivenza umana: «Interrogarci su questa alternativa di progresso e sul nostro modo di interpretarlo e viverlo significa sempre, in fondo, interrogarci anche sul nostro cuore. Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni, infatti, manifesta inostri valori fondamentali e, in ultima analisi, nasce da ciò che ci sta più a cuore. È un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire»[41]. Le questioni relative allo sviluppo tecnologico, al lavoro, all’economia e al governo delle nuove piattaforme non costituiscono infatti ambiti separati, ma convergono verso un unico interrogativo: quale civiltà è chiamata a edificare l’umanità nell’epoca della rivoluzione digitale?
L’orizzonte entro il quale si colloca tale interrogativo è quello della fraternità. La tecnica, infatti, non genera automaticamente comunione; può, al contrario, accentuare forme inedite di isolamento, di concentrazione del potere e di frammentazione sociale. Per questo Leone XIV richiama costantemente la necessità di valutare ogni innovazione alla luce della qualità delle relazioni che essa contribuisce a generare[42].
Una società altamente tecnologica non è, per ciò stesso, una società più umana. Lo diventa soltanto quando il progresso scientifico si accompagna alla crescita della solidarietà, della giustizia e della partecipazione responsabile. In tale prospettiva, il Pontefice afferma che la solidarietà non costituisce una semplice aspirazione morale, ma una vera forma sociale e politica da incarnare nelle istituzioni, nei processi economici e nelle scelte collettive[43]. Per questa ragione Leone XIV invita a non confondere l’interconnessione tecnologica con una reale crescita nella qualità delle relazioni umane. Le reti digitali possono avvicinare le persone, ma solo la responsabilità reciproca e l’empatia possono trasformare tale prossimità in autentica comunione[44].
In questo contesto assume particolare rilievo il tema della pace. L’enciclica mostra con lucidità come gli strumenti dell’intelligenza artificiale possano essere impiegati tanto per promuovere il bene comune quanto per alimentare nuove forme di conflitto, di controllo sociale, di manipolazione dell’informazione e di competizione internazionale. Lo sviluppo tecnologico diviene così uno degli ambiti nei quali emerge con maggiore evidenza l’urgenza di una rinnovata responsabilità politica e internazionale. Non è un caso che Leone XIV dedichi ampio spazio all’analisi delle nuove concentrazioni di potere, delle tensioni geopolitiche generate dalla competizione tecnologica e della crisi degli strumenti tradizionali di cooperazione tra gli Stati[45].
Lungi dal limitarsi a un’esortazione di carattere generale, il Pontefice richiama la necessità di una autentica ed universale governance etica dell’innovazione, fondata sulla cooperazione tra i popoli, sulla tutela della dignità della persona e sul rispetto del diritto internazionale. Tale prospettiva si traduce nell’invito a rafforzare le istituzioni multilaterali, a promuovere forme di controllo democratico sulle tecnologie emergenti e a impedire che il possesso di dati, infrastrutture digitali e capacità computazionale divenga uno strumento di dominio globale[46].
Secondo Leone XIV, la competizione odierna non è più soltanto militare, ma anche economica, cognitiva e informativa. La corsa all’algoritmo più potente e alla più vasta accumulazione di dati rischia infatti di trasformarsi in una nuova forma di conflitto permanente. Per questo il Pontefice invita a sottrarre la tecnologia alla logica della pura potenza e della competizione, restituendola alla sua funzione originaria di servizio alla persona e al bene comune: «L’innovazione tecnologica può essere, in un certo qual modo, una forma umana di partecipazione all’atto divino della creazione. Gli sviluppatori portano dunque un particolare peso etico e spirituale, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità»[47].
Anche sotto questo profilo emerge con chiarezza la continuità dell’enciclica con il Magistero precedente. Se Pacem in terris aveva fondato la pace sulla verità, sulla giustizia, sull’amore e sulla libertà e Fratelli tutti aveva riproposto la fraternità quale categoria fondamentale della convivenza sociale, Magnifica Humanitas riconduce le sfide poste dall’intelligenza artificiale entro il medesimo orizzonte della responsabilità universale. Cambiano gli scenari storici; rimangono immutati i principi chiamati a orientarli[48]. Quanto maggiori sono le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, tanto più elevata diventa la responsabilità morale di orientarle al servizio della persona e del bene comune[49].
Da qui nasce anche il costante richiamo dell’enciclica alla speranza. Pur pienamente consapevole delle profonde trasformazioni in atto, il Pontefice evita tanto il pessimismo culturale quanto l’ottimismo ingenuo.
La speranza cristiana nasce dalla convinzione che l’uomo, illuminato dalla verità e sostenuto dalla grazia, rimanga sempre capace di orientare responsabilmente la storia verso il suo Fine ultimo ed unico. Per questo motivo il futuro dell’umanità non dipenderà in ultima analisi dalla sofisticazione crescente delle macchine, ma dalla qualità morale delle decisioni umane[50].
Come già affermato nell’Introduzione, il vero compito consiste nel custodire quella «magnifica umanità» che nessuna tecnologia potrà mai sostituire e che trova in Cristo il proprio compimento definitivo[51]. In tal senso, Magnifica Humanitas si presenta non soltanto come un documento sull’intelligenza artificiale, ma come un vero manifesto programmatico del pontificato di Leone XIV. Al centro della riflessione non si trovano le macchine, bensì la persona; non l’efficienza, bensì la dignità; non la potenza, bensì la fraternità; non la competizione, bensì la pace. È in questa gerarchia di valori che il Pontefice individua il criterio fondamentale per abitare cristianamente la nuova epoca tecnologica.
- La magnificenza dell’umano come chiave interpretativa dell’enciclica
Giunti al termine della lettura di Magnifica Humanitas, apparirà ora evidente come la sua originalità non risieda anzitutto nell’argomento affrontato, né nelle indicazioni etiche offerte circa lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Il significato più profondo dell’enciclica emerge piuttosto dalla prospettiva entro la quale tale questione viene collocata: la rivoluzione tecnologica diviene l’occasione per riproporre, con rinnovata consapevolezza, la domanda fondamentale sull’uomo.
Sarebbe pertanto riduttivo, come osservato sin dall’inizio di questa riflessione, interpretare il documento come un semplice contributo al dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale. Quest’ultima costituisce certamente l’orizzonte storico nel quale l’enciclica prende forma, ma non ne esaurisce l’orizzonte teologico e teleologico. Fin dalle sue prime pagine, Leone XIV orienta infatti lo sguardo del lettore verso la dignità della persona, la sua vocazione alla verità, la responsabilità della libertà, il valore delle relazioni e il primato del bene comune. La riflessione sulla tecnica rimane costantemente innestata entro questa visione antropologica e non acquista mai un’autonomia che la separi dalla questione decisiva del significato dell’umano[52].
È precisamente questa impostazione a spiegare, come già evidenziato, la profonda continuità dell’enciclica con la tradizione della Dottrina sociale della Chiesa. Come nei grandi documenti che ne hanno scandito lo sviluppo, anche qui il discernimento sulle trasformazioni storiche prende avvio dalla verità sulla persona e non dalle dinamiche economiche, politiche o tecnologiche considerate in se stesse. In tal senso, Magnifica Humanitas conferma come il patrimonio dottrinale maturato lungo oltre un secolo di Magistero conservi intatta la propria freschezza anche dinanzi alle sfide poste dalla rivoluzione digitale.
In questo quadro, anche il titolo stesso dell’enciclica assume un valore eminentemente programmatico. La magnifica humanitas alla quale Leone XIV fa riferimento non designa semplicemente la grandezza dell’intelligenza umana o il progresso delle sue realizzazioni tecniche. Essa rinvia alla dignità originaria della persona, creata a immagine di Dio, chiamata alla comunione con Lui e resa capace di conoscere la verità, di scegliere liberamente il bene e di edificare relazioni animate dalla giustizia, dalla bellezza e dalla carità. È questa la grandezza che nessuna macchina potrà mai eguagliare o replicare, poiché appartiene non all’ordine delle prestazioni, ma a quello dell’essere, postulando una dignità che «nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore»[53].
Da tale prospettiva emerge un altro tratto che attraversa l’intero documento e contribuisce a definirne la fisionomia spirituale. Il costante richiamo al primato dell’interiorità della persona, al primato della verità sul semplice possesso delle informazioni, al nesso tra conoscenza, libertà e amore, nonché al ruolo della sapienza quale criterio ultimo di discernimento, richiamando in ciò una volta ancora la tradizione agostiniana.
L’enciclica, come detto, non intende riproporre il pensiero di Sant’Agostino in forma sistematica; tuttavia, molte delle sue categorie fondamentali riaffiorano come orizzonte teoretico e dottrinale implicito dell’intera riflessione. Particolarmente significativo appare, in questo senso, il richiamo alle «due città» e ai «due amori» che chiudono il terzo capitolo del documento e che costituiscono una delle più evidenti filiazioni agostiniane dell’intera enciclica[54].
È proprio la convergenza tra antropologia cristiana, dottrina sociale della Chiesa e tradizione agostiniana a consentire di cogliere il significato ultimo di Magnifica Humanitas. L’intelligenza artificiale costituisce la grande res nova dalla quale prende avvio la riflessione; la persona umana ne rimane costantemente il centro[55]. In un tempo nel quale la tecnica sembra talvolta suggerire una ridefinizione della stessa identità dell’uomo, Leone XIV invita invece a ritornare alle domande che accompagnano da sempre l’esistenza umana: chi sia veramente l’uomo, quale verità lo costituisca, quale bene sia chiamato a perseguire e quale speranza possa orientarne il cammino.
Contro le visioni transumaniste che prospettano un superamento tecnico della condizionalità umana, Leone ricorda che la vera pienezza dell’esistenza non deriva dall’eliminazione delle fragilità connaturate all’essere umano, quanto dall’apertura alla grazia. La verità sull’umano non coincide con il potenziamento delle sue capacità biologiche o cognitive, ma con quella trasformazione operata da Dio che conduce l’uomo alla pienezza della sua vocazione, della sua realizzazione, della sua felicità[56].
Come domanda il Pontefice nel cuore del documento, riprendendo san Giovanni Paolo II, la questione decisiva rimane allora sempre la stessa: le innovazioni tecnologiche rendano la vita «più umana» e più «degna dell’uomo», della sua dignità e della sua vocazione[57]?
In questo senso, l’enciclica non rappresenta soltanto un importante intervento sul potenziale sviluppo dell’intelligenza artificiale. Essa si presenta piuttosto come una rinnovata professione di fiducia nell’uomo e nelle verità, ultimamente metastoriche e metafisiche, sull’uomo, cuore permanente dell’annuncio cristiano e principio ispiratore della Dottrina sociale della Chiesa. Nel tempo delle macchine intelligenti, Leone XIV richiama la Chiesa e il mondo intero alla custodia di quella magnifica umanità che rinviene il proprio significato ultimo in Cristo incarnato, nel quale soltanto, oggi come sempre, trova vera luce il mistero dell’uomo: «E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”. L’Eucaristia ci apre alla giustizia e alla condivisione, con un’attenzione preferenziale verso chi porta il peso della povertà e dell’emarginazione. E mentre le nuove reti economiche e tecnologiche possono generare esclusione, isolamento e dipendenze, la Chiesa, nutrita dell’Eucaristia, è chiamata a rendere visibile un’altra misura, custodendo legami, restituendo voce agli invisibili e orientando i processi verso la dignità delle persone»[58].
* Contributo sottoposto a valutazione.
[1] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, n. 4.
[2] La scelta del 15 maggio quale data di promulgazione di Magnifica Humanitas richiama esplicitamente il centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, tradizionalmente considerata l’atto inaugurale della Dottrina sociale della Chiesa moderna
[3] «Attualmente stiamo assistendo a un tempo di nuovo progresso tecnologico che per alcuni aspetti è paragonabile alla Rivoluzione industriale, ma che per altri è più pervasivo. Influenza profondamente il modo in cui pensiamo, alterando la nostra comprensione delle situazioni e il nostro modo di percepire noi stessi e gli altri. Attualmente stiamo interagendo con macchine come se fossero interlocutori, diventando così quasi una loro estensione. In tal senso, corriamo il rischio non solo di perdere di vista i volti delle persone intorno a noi, ma anche di dimenticare come riconoscere e apprezzare tutto ciò che è veramente umano», così Papa Leone XIV nel “Messaggio ai partecipanti al Congresso Internazionale della Pontificia Accademia per la Vita – AI and Medicine: The Challenge of Human Dignity”, del 7 novembre 2025.
[4] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, nn. 5-6.
[5] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, nn. 11-24.
[6] Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 9.
[7] «L’intelligenza artificiale, specialmente quella generativa, ha dischiuso nuovi orizzonti a molti livelli differenti, tra cui il miglioramento della ricerca in ambito sanitario e le scoperte scientifiche, ma solleva anche domande preoccupanti circa le sue possibili ripercussioni sull’apertura dell’umanità alla verità e alla bellezza, sulla nostra particolare capacità di comprendere ed elaborare la realtà. Riconoscere e rispettare ciò che caratterizza in modo unico la persona umana è essenziale per il dibattito su qualunque quadro etico adeguato alla gestione dell’intelligenza artificiale», così Papa Leone XIV nel “Messaggio ai partecipanti alla seconda Conferenza annuale su intelligenza artificiale, etica e governance d’impresa”, del 17 giugno 2025.
[8] «Di fatto, anche se l’IA può simulare aspetti del ragionamento umano e svolgere compiti specifici con incredibile velocità ed efficienza, non può replicare il discernimento morale o la capacità di formare relazioni autentiche. Pertanto, lo sviluppo di questi progressi tecnologici deve andare di pari passo con il rispetto dei valori umani e sociali, la capacità di giudicare con coscienza tranquilla e la crescita nella responsabilità umana. Non a caso questa era di profonda innovazione ha spinto molti a riflettere su ciò che significa essere umani e sul ruolo dell’umanità nel mondo», così Papa Leone XIV, nel “Messaggio, a firma del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, in occasione dell’AI for good summit”, del 10 luglio 2025.
[9] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, n. 15; cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n. 11; Francesco, Fratelli tutti, n. 24.
[10] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 24.
[11] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22.
[12] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, n. 1.
[13] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 19-24.
[14] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 11-14; 92-96.
[15] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 50.
[16] Cfr. Agostino, Confessiones, X, 27; Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 118-126.
[17] «Questa nostra capacità di costruire utensili, in una quantità e complessità che non ha pari tra i viventi, fa parlare di una condizione tecno-umana: l’essere umano ha da sempre mantenuto una relazione con l’ambiente mediata dagli strumenti che via via produceva. Non è possibile separare la storia dell’uomo e della civilizzazione dalla storia di tali strumenti. Qualcuno ha voluto leggere in tutto ciò una sorta di mancanza, un deficit, dell’essere umano, come se, a causa di tale carenza, fosse costretto a dare vita alla tecnologia [5]. Uno sguardo attento e oggettivo in realtà ci mostra 3 l’opposto. Viviamo una condizione di ulteriorità rispetto al nostro essere biologico; siamo esseri sbilanciati verso il fuori-di-noi, anzi radicalmente aperti all’oltre. Da qui prende origine la nostra apertura agli altri e a Dio; da qui nasce il potenziale creativo della nostra intelligenza in termini di cultura e di bellezza; da qui, da ultimo, si origina la nostra capacità tecnica. La tecnologia è così una traccia di questa nostra ulteriorità», così Papa Francesco in un magistrale passaggio tratto dal suo “Discorso alla Sessione del G7 sull’intelligenza artificiale”, del 14 giugno 2024.
[18] «Ciò significa che l’innovazione tecnologica può essere una forma di partecipazione all’atto divino di creazione. Come tale, ha un peso etico e spirituale, poiché ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità. La Chiesa, pertanto, invita tutti i costruttori di IA a coltivare il discernimento morale come parte fondamentale del loro lavoro, a sviluppare sistemi che rispecchino giustizia, solidarietà e un rispetto autentico per la vita», così Papa Leone XIV nel “Messaggio ai partecipanti del Builders AI Forum”, del 3 novembre 2025.
[19] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 4, 93, 111.
[20] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 96.
[21] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 90-96; cfr. Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, nn. 35-36.
[22] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, n. 9.
[23] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 96, 108-109.
[24] Paolo VI, Populorum progressio, nn. 14-21; Giovanni Paolo II, Laborem exercens, nn. 5-7; Benedetto XVI, Caritas in veritate, nn. 68-77.
[25] «Le nuove generazioni vanno aiutate e non ostacolate nel loro cammino verso la maturità e la responsabilità. Il benessere della società dipende dal fatto che venga data loro la capacità di sviluppare i propri talenti e di rispondere alle esigenze del tempo e ai bisogni degli altri con spirito libero e generoso. La possibilità di accedere a vaste quantità di dati e di conoscenze non va confusa con la capacità di trarne significato e valore. Quest’ultima richiede anche la disponibilità a confrontarsi con il mistero e con le domande ultime della nostra esistenza, realtà spesso emarginate e persino irrise dai modelli culturali e di sviluppo prevalenti. Pertanto, sarà fondamentale consentire ai giovani di apprendere a utilizzare questi strumenti con la loro personale intelligenza, aperti alla ricerca della verità, a una vita spirituale e fraterna, allargando i loro sogni e l’orizzonte delle loro decisioni mature», così Papa Leone XIV nel “Discorso ai partecipanti alla Conferenza ‘Artificial Intelligence and Care of our Common Home’ organizzata da Fondazione Centesimus annus pro Pontifice e Strategic alliance of catholic research university”, del 5 dicembre 2025.
[26] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 108; cfr. Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, nn. 171-184.
[27] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 102-107.
[28] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 96, 109.
[29] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 110.
[30] Giovanni Paolo II, Laborem exercens, nn. 4-6, 9.
[31] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 148-156.
[32] Cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 6: «Il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro».
[33] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 149.
[34] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 150.
[35] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 150-156.
[36] Ibidem.
[37] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 152.
[38] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 155-156.
[39] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 154.
[40] Cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate, nn. 68-72; Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 157-164.
[41] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 130.
[42] «A seconda dell’orientamento del cuore, ogni cosa nelle mani dell’uomo diventa opportunità o pericolo. Il suo stesso corpo, creato per essere luogo di comunicazione e comunione, può diventare mezzo di aggressività. Allo stesso modo ogni prolungamento tecnico dell’uomo può essere strumento di servizio amorevole o di dominio ostile. I sistemi di intelligenza artificiale possono contribuire al processo di liberazione dall’ignoranza e facilitare lo scambio di informazioni tra popoli e generazioni diverse. Possono ad esempio rendere raggiungibile e comprensibile un enorme patrimonio di conoscenze scritto in epoche passate o far comunicare le persone in lingue per loro sconosciute. Ma possono al tempo stesso essere strumenti di “inquinamento cognitivo”, di alterazione della realtà tramite narrazioni parzialmente o totalmente false; eppure, credute ‒ e condivise – come se fossero vere», così Papa Francesco in un magistrale passaggio tratto dal suo “Messaggio per la LVIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana” del 24 gennaio 2024.
[43] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 73-76.
[44] Ibidem.
[45] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 102-110.
[46] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 105-110; cfr. Giovanni XXIII, Pacem in terris, nn. 80-91.
[47] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 111.
[48] Giovanni XXIII, Pacem in terris, nn. 35-38.
[49] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 109-110, 129-130.
[50] «La dignità intrinseca di ogni persona e la fraternità che ci lega come membri dell’unica famiglia umana devono stare alla base dello sviluppo di nuove tecnologie e servire come criteri indiscutibili per valutarle prima del loro impiego, in modo che il progresso digitale possa avvenire nel rispetto della giustizia e contribuire alla causa della pace. Gli sviluppi tecnologici che non portano a un miglioramento della qualità di vita di tutta l’umanità, ma al contrario aggravano le disuguaglianze e i conflitti, non potranno mai essere considerati vero progresso», così Papa Franceso nel suo “Messaggio per la LVII Giornata mondiale della pace. Intelligenza artificiale e pace” del 1° gennaio 2024.
[51] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, n. 15.
[52] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 1, 15, 48-53; cfr. Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 22.
[53] Leone XIV, Magnifica Humanitas, Introduzione, n. 15.
[54] Cfr. Agostino, De civitate Dei, XIV, 28.
[55] Leone XIV, Magnifica Humanitas, nn. 118-128.
[56] Cfr. Giovanni Paolo II, Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980.
[57] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 210.
[58] Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 235.