Daniela Bianchini
Componente del Consiglio Superiore della Magistratura

 

 

Intervento introduttivo

 

 

 

Sommario: 1. Introduzione al tema oggetto del convegno ‒ 2. La “crisi” del diritto internazionale ‒ 3. Lo stretto rapporto fra la tutela dei diritti umani e la pace ‒ 4. Cooperazione e dialogo internazionale: l’insegnamento di Giorgio La Pira ‒ 5. Il diritto internazionale umanitario ‒ 6. Dialogo, fiducia e rispetto: tre parole fondamentali anche in ambito internazionale ‒ 7. Conclusioni.

 

 

 

  1. Introduzione

 

Rivolgo un cordiale saluto − anche da parte del Presidente dal Centro Studi Rosario Livatino, il prof. Mauro Ronco − ai presenti in sala, Autorità, colleghi, signore e signori. Saluto e ringrazio il Presidente del Senato Ignazio La Russa per averci ospitato in questa bellissima sala e, in particolare, saluto e ringrazio la moderatrice di questo incontro, la Dott.ssa Giovanna Pancheri, giornalista di Sky Tg24; il Dott. Rosario Aitala, Presidente Aggiunto della Corte Penale Internazionale; Sua Eccellenza Mons. Ettore Balestrero, Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra; l’On. Marco Minniti, Presidente della Fondazione MedOr; il Dott. Alfredo Mantovano, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio: vi ringrazio, anche a nome del Centro Studi Rosario Livatino, per aver accettato l’invito a partecipare a questo convegno, avente ad oggetto un tema quanto mai attuale e di grande interesse per il periodo storico particolarmente delicato che stiamo vivendo. Ringrazio altresì il Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’Avv. Fabio Pinelli che, pur non potendo partecipare, ha tuttavia voluto manifestare apprezzamento per la nostra iniziativa, inviando un messaggio ai partecipanti.

Nell’introdurre i lavori, parto dalla domanda che abbiamo scelto come titolo: Diritto internazionale: tramonto o eclissi?

Vale a dire: il diritto internazionale, nell’epoca attuale, sta vivendo una fase di declino, si sta avviando alla fine – evocata dall’immagine del tramonto – o forse sta attraversando una fase transitoria di oscuramento, come suggerisce l’immagine dell’eclissi, dovuta alla interposizione di “corpi” che creano delle zone di ombra, per usare una metafora tratta dal linguaggio astronomico?

 

  1. La “crisi” del diritto internazionale

 

Il diritto internazionale, come noto, svolge l’importante funzione di garantire un ordine basato su regole condivise[1], funzionale alla pacifica convivenza, nel rispetto di quel fondamentale principio, enunciato il 4 ottobre 1965 dinanzi all’Assemblea delle Nazioni Unite, dal primo pontefice che visitò il Palazzo di vetro.

Paolo VI affermò: «i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra e nemmeno dalla paura, né dall’inganno»[2].

Pacta sunt servanda: così è rubricato l’art. 26 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, che testualmente stabilisce: «ogni trattato in vigore vincola le parti e queste devono eseguirlo in buona fede».

L’insieme delle norme giuridiche che regolano i rapporti tra gli Stati sovrani e i diversi soggetti della comunità internazionale costituisce un articolato sistema normativo che, come noto, riguarda molteplici aree tematiche: la gestione delle comunicazioni transfrontaliere; la protezione dell’ambiente; la navigazione marittima ed aerea; la cooperazione economica; la cooperazione giudiziaria, nonché tematiche di particolare rilevanza come la sicurezza e la tutela dei diritti umani. Con riferimento a queste due ultime tematiche – sicurezza e diritti umani -, va considerato anche l’impatto dell’Intelligenza Artificiale e la necessità di una regolamentazione globale, affinché vi sia un utilizzo etico e responsabile, anche in termini di difesa e sicurezza globale.

Si parla da tempo[3], e soprattutto in quest’ultimo periodo, di “crisi del diritto internazionale”, di fronte ai conflitti bellici, alle drammatiche immagini di morte e distruzione che provengono dalle zone colpite, di fronte alle reiterate violazioni delle libertà fondamentali.

La situazione è senz’altro molto complessa, tuttavia è importante osservare che la crisi attiene principalmente alla sfera della high politics, che riguarda la pace e la sicurezza e non tutto il sistema regolatore delle relazioni internazionali.

Perché è importante a mio avviso fare questa precisazione?

Perché altrimenti si rischia di delegittimare sistema del diritto internazionale, di offuscare le ragioni per cui, dopo le due guerre mondiali, si è avvertita la necessità di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione.

Inoltre, come è emerso nel dibattito scientifico in materia, la crisi non riguarda tanto il diritto internazionale in sé, quanto, piuttosto, la volontà politica di osservare alcune delle sue regole e di valorizzare le istituzioni internazionali[4].

 

  1. Lo stretto rapporto fra la tutela dei diritti umani e la pace

 

Perseguire la pace è una responsabilità che grava sugli Stati e non sul diritto internazionale, che è uno strumento. Come è stato osservato dal Presidente Sergio Mattarella, «la pace non è un dono gratuito della storia»[5]. Per conseguire la pace – che deve anche essere costruita e custodita – è necessario l’impegno di tutti, popoli e statisti.

A tal proposito Renè Cassin, uno dei promotori e dei redattori della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, insignito del Premio Nobel per la pace nel 1968, diceva: «non vi sarà pace su questo pianeta finché i diritti dell’uomo saranno violati da qualche parte nel mondo»[6].

Andando più indietro nel tempo, come non ricordare l’insegnamento di Sant’Agostino, che ha posto il tema della pace in termini molto chiari che scuotono – che devono scuotere ‒ le nostre coscienze: «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace»[7]. Dicendo questo Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti, ma perseguire la strada dell’ascolto, dell’incontro delle ragioni altrui e quindi del dialogo.

In quest’ottica, l’ONU rappresenta un importante riferimento per la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionale. Le Nazioni Unite, così come indicato dall’art. 1 della Carta ONU (1945), hanno infatti quali fini: il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; lo sviluppo tra le nazioni di relazioni amichevoli fondate sul rispetto; l’impiego della cooperazione internazionale nella soluzione di problemi di carattere economico, sociale, culturale od umanitario e la promozione dei diritti dell’uomo.

Papa Paolo VI, nel già citato discorso dinanzi all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965, riconobbe l’ONU quale «ponte fra i Popoli […] rete di rapporti fra gli Stati» e all’ONU consegnò un messaggio solenne: «non più la guerra non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell’intera umanità»[8].

 

  1. Cooperazione e dialogo internazionale: l’insegnamento di Giorgio La Pira

 

Giorgio La Pira, che con coraggio e determinazione portò avanti svariate iniziative per promuovere la cooperazione e il dialogo internazionale[9] diceva che «è molto più facile organizzare la guerra che organizzare la pace», mettendo al centro delle sue riflessioni l’importanza del dialogo fra le nazioni quale elemento imprescindibile per la pace nel mondo. Nel 1955 La Pira invitò a Palazzo Vecchio i sindaci delle città capitali del mondo, con lo scopo di siglare un “patto di amicizia” tra loro, convinto del ruolo fondamentale delle città e della loro collaborazione per la salvaguardia della pace. E in questo solco si inseriscono anche i Colloqui mediterranei, ai quali diede avvio nel 1958, invitando a parteciparvi arabi e israeliani, convinto che la pace nel mondo non potesse prescindere dalla pace nel mediterraneo, luogo di incontro di diverse culture e religioni, di diversi sistemi economici e politici.

 

  1. Il diritto internazionale umanitario

 

«All’origine di ogni conflitto vi è sempre una radice di orgoglio»[10], ha osservato Papa Leone XIV fin dall’inizio del suo pontificato; l’orgoglio offusca la realtà e l’empatia verso il prossimo, non solo nelle relazioni fra persone, ma anche nelle relazioni fra Stati. Quando la vista è offuscata dall’odio o dal desiderio di prevaricazione sull’altro si cede ad una «rappresentazione del mondo parziale e distorta» − per usare ancora le parole del Santo Padre − una rappresentazione che apre la strada alla «logica dello scontro, prodromo di ogni guerra». Da qui l’invito ad essere una «casa della pace e della non violenza, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». Significativo ed attuale, a tal proposito, quanto affermato da John Kennedy, nel messaggio all’ONU del 1961: «l’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità»[11].

Il ripudio della guerra, l’impegno a non utilizzare la forza – lo ius contra bellum – è complementare al sistema normativo volto a “disciplinare” la conduzione dei conflitti – lo ius in bello – noto anche come Diritto Internazionale Umanitario.

Si tratta di norme introdotte allo scopo di porre dei confini all’uso della violenza in ambito bellico, secondo l’intuizione di Henry Dunant, il fondatore della Croce Rossa, il quale partendo dal presupposto che purtroppo non sempre le guerre possono essere evitate, anche se bisogna fare di tutto per prevenirle, occorre cercare almeno di mitigarne gli orrori, in uno spirito di umanità e di vera civiltà. Ancora oggi il motto del Comitato internazionale della Croce Rossa è «per humanitatem ad pacem».

Il diritto internazionale umanitario, attraverso la salvaguardia della popolazione civile, la protezione dei feriti, dei malati, del personale medico, dei civili che si trovano in mano nemica o in territorio occupato, come previsto dalle Convenzioni di Ginevra e dai relativi Protocolli aggiuntivi, si pone quale obiettivo altresì quello di facilitare i processi di riconciliazione. Le complesse sfide con cui deve oggi confrontarsi il diritto internazionale umanitario riguardano ad esempio, come è stato evidenziato dal Ministero degli Affari Esteri, la presenza sempre più diffusa di gruppi armati non statuali, il controllo dei territori da parte di gruppi terroristici, la difficoltà di distinguere tra combattenti e civili nelle operazioni militari, la possibilità di attacchi cibernetici. L’esigenza di far rispettare il diritto internazionale umanitario va quindi di pari passo con l’esigenza di rafforzare la prevenzione, attraverso la diplomazia e l’individuazione di soluzioni politiche ai conflitti in corso.

 

  1. Dialogo, fiducia e rispetto: tre parole fondamentali anche in ambito internazionale

 

Mi avvio alla conclusione di questa breve introduzione richiamando l’attenzione su tre parole che considero particolarmente significative per il tema del nostro incontro: dialogo, fiducia e rispetto.

Non si tratta soltanto di valori fondamentali nelle relazioni personali e sociali. Essi rivestono un’importanza decisiva anche nel diritto internazionale, perché costituiscono il presupposto per la costruzione di relazioni pacifiche, stabili e cooperative tra gli Stati, le organizzazioni internazionali e gli altri soggetti della comunità internazionale.

È significativo osservare che queste tre parole sono state individuate, nell’ultimo triennio, dalla Fondazione Treccani come “parole dell’anno”, nell’ambito del Festival della lingua italiana, giunto quest’anno alla sua nona edizione. Ogni anno viene scelta una parola particolarmente significativa, capace di interpretare il tempo presente e di offrire uno spunto di riflessione collettiva. Quest’anno è stata scelta la parola “dialogo”, perché, come si legge nella motivazione, «il dialogo è uno strumento di riconciliazione tra le persone e i popoli, tra le diverse generazioni e, a livello internazionale, tra gli Stati e i loro leader».

Il dialogo, infatti, non consiste soltanto nel parlare o nello scambiarsi opinioni. Presuppone la disponibilità ad ascoltare, a comprendere punti di vista diversi dal proprio e, quando necessario, a rivedere le proprie posizioni. Dialogare significa riconoscere nell’altro non un avversario da sconfiggere, ma un interlocutore con il quale è possibile individuare soluzioni condivise. In questo senso, il dialogo rappresenta una forma concreta di responsabilità e costituisce il primo passo per trasformare le differenze da motivo di contrapposizione in occasione di confronto e di crescita

Il dialogo è anche alla base della formazione e dell’evoluzione delle regole internazionali. I trattati nascono dal negoziato; le decisioni delle organizzazioni internazionali sono (o dovrebbero essere) il risultato del confronto tra Stati; i meccanismi di cooperazione in materia di sicurezza, ambiente, commercio e diritti umani richiedono ascolto e mediazione. In questa prospettiva, dialogare non significa rinunciare ai propri interessi, ma cercare di perseguirli attraverso strumenti compatibili con la pace e con la cooperazione internazionale.

Nel diritto internazionale, la funzione riconciliativa di cui si è detto si traduce nella possibilità di trasformare la contrapposizione in negoziazione e il conflitto in un percorso di soluzione pacifica.

Lo scorso anno, invece, al centro della riflessione è stata posta la “fiducia”: «in un anno segnato da incertezze geopolitiche e sociali» – si legge nella motivazione – «la fiducia emerge come risposta essenziale al diffuso bisogno di guardare al futuro con aspettative positive. Questo desiderio si fonda sulla forza delle relazioni umane: sviluppare legami solidi, affidabili e duraturi non solo tra individui, ma anche tra i cittadini e le istituzioni».

La fiducia non è un sentimento che si possa pretendere o imporre. È il risultato di comportamenti coerenti, trasparenti e responsabili; si costruisce nel tempo e può essere compromessa da decisioni poco chiare, da promesse non mantenute o dalla mancanza di accountability. Per questo motivo, la fiducia rappresenta al tempo stesso un valore e una responsabilità: richiede impegno da parte di tutti, nelle relazioni personali, nelle istituzioni e nella società. Anche nel diritto internazionale la fiducia è indispensabile. La cooperazione tra gli Stati può funzionare soltanto se ciascuno di essi confida nel fatto che gli impegni assunti saranno rispettati e che le regole comuni saranno applicate in modo coerente. Il noto principio secondo cui gli accordi devono essere rispettati – espresso nella formula pacta sunt servanda – rappresenta uno dei pilastri del diritto dei trattati e, più in generale, della stabilità dell’ordinamento internazionale.

La fiducia è necessaria anche nei rapporti tra gli Stati e le organizzazioni internazionali, così come nei sistemi di sicurezza collettiva, nella gestione delle crisi e nella tutela dei diritti fondamentali. Senza un minimo livello di affidamento reciproco, diventa difficile condividere informazioni, assumere impegni di cooperazione, adottare misure comuni o accettare procedure di controllo e di soluzione delle controversie.

La fiducia, tuttavia, non può essere ridotta a una disposizione d’animo: deve essere sostenuta da regole, istituzioni e procedure trasparenti. Si costruisce attraverso il rispetto degli obblighi internazionali, la buona fede, la prevedibilità delle condotte e la disponibilità a rispondere delle proprie azioni. Al contrario, la violazione sistematica degli accordi, l’uso arbitrario della forza o il mancato rispetto delle decisioni e degli impegni assunti indeboliscono non soltanto il rapporto tra gli Stati coinvolti, ma l’intero sistema internazionale.

La fiducia procede di pari passo con la solidarietà, come ha osservato il Presidente della Corte di giustizia dell’Unione europea, Koen Lenaerts, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2024/2025 dell’Alma Mater Studiorum di Bologna: «senza fiducia nell’uso responsabile delle risorse comuni e nel rispetto degli accordi presi, non può esistere né il mercato interno, né lo spazio Schengen, né la libera circolazione delle persone e dei capitali». L’osservazione, riferita al processo di integrazione europea, può essere estesa alla comunità internazionale nel suo complesso. Le sfide contemporanee – dai conflitti armati ai cambiamenti climatici, dalle crisi umanitarie alla gestione dei flussi migratori – non possono essere affrontate efficacemente da un singolo Stato. Richiedono cooperazione, condivisione delle responsabilità e capacità di fare affidamento sugli impegni reciproci.

Nel 2024, infine, la parola dell’anno è stata “rispetto”. Si è voluto sottolineare come alla base delle diverse forme di violenza vi sia spesso proprio la mancanza di rispetto per l’altro: nelle relazioni umane e interpersonali, nei rapporti istituzionali e persino nelle relazioni internazionali.

Nel diritto internazionale, il rispetto assume almeno tre significati. In primo luogo, implica il riconoscimento dell’uguaglianza sovrana degli Stati e del diritto di ciascun popolo all’autodeterminazione. In secondo luogo, richiede l’osservanza degli obblighi internazionali, delle procedure concordate e dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite, tra cui il divieto della minaccia e dell’uso della forza e l’obbligo di risolvere pacificamente le controversie. In terzo luogo, impone di considerare la persona umana come centro e destinataria della tutela internazionale, attraverso il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

Rispettare il diritto internazionale significa, dunque, riconoscere che la sovranità non può tradursi in arbitrio e che la forza non può sostituire il diritto. Significa anche comprendere che il rispetto non è un atto unilaterale di cortesia, ma un obbligo reciproco: ogni Stato che pretende il rispetto dei propri diritti deve, a sua volta, rispettare i diritti altrui e contribuire all’osservanza delle regole comuni.

Dialogo, fiducia e rispetto sono quindi valori distinti, ma profondamente interdipendenti. Il dialogo crea le condizioni per la comprensione e la cooperazione; il rispetto stabilisce i limiti entro i quali tali relazioni devono svilupparsi; la fiducia permette agli impegni assunti di produrre effetti nel tempo.

Nelle relazioni fra Stati, quando questi tre elementi vengono meno il diritto internazionale si indebolisce: il dialogo lascia spazio alla minaccia, la fiducia viene sostituita dal sospetto e il rispetto delle regole cede di fronte alla logica della forza. Quando, invece, sono presenti, essi contribuiscono a rendere effettivi i principi di pace, giustizia e cooperazione sui quali si fonda la comunità internazionale.

Per questa ragione, dialogo, fiducia e rispetto non devono essere considerati soltanto ideali cui tendere, ma strumenti concreti dell’azione internazionale e condizioni necessarie per garantire la convivenza tra gli Stati e la tutela della dignità delle persone.

 

  1. Conclusioni

 

Concludo riprendendo una frase pronunciata da un testimone credibile della politica intesa come forma più alta di carità, colui che, assieme a Rosario Angelo Livatino e a Salvo D’Acquisto, è stato indicato da Papa Leone XIV, in occasione del Giubileo degli uffici cerimoniali istituzionali (25 ottobre 2025), come «luminoso esempio di speranza e di giustizia, di umilità e di dedizione per lo Stato»[12]. Mi riferisco ad Alcide De Gasperi, per il quale si sta concludendo il processo canonico di beatificazione, che il 24 settembre 1952 ad Aquisgrana (Premio Carlo Magno) disse: «l’avvenire non si costruisce col diritto della forza, né con lo spirito della conquista, ma con la pazienza del metodo democratico, con lo spirito costruttivo delle intese, nel rispetto della libertà»[13].

Sono profondamente convinta che, come ci ha insegnato papa Leone XIV, riprendendo l’esempio di De Gasperi, «la politica, la diplomazia e la difesa nazionale diventano strumenti di autentica carità quando sono vissute con animo umile».

 

[1] Sul tema, in generale, si veda L. Chiussi Curzi, A. Sterpa, Uso della forza, diritto internazionale e rule of law nelle oscillazioni dell’ordine globale, in federalismi.it, 11 marzo 2026.

[2] Cfr. Paolo VI, Discorso del Santo Padre alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, in https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations.html.

[3] Cfr. P. Fedozzi, La crisi del diritto internazionale, in Scientia, 1917, p. 304 ss. Fra i vari scritti in materia, si veda A. Cassese, Il diritto internazionale nel mondo contemporaneo, Bologna, 1984.

[4] Cfr. D. Russo, Il diritto internazionale è in crisi?, in https://www.lecostituzionaliste.it/il-diritto-internazionale-e-in-crisi/

[5] Cfr. S. Mattarella, L’ordre international entre règles, coopération, compétition et nouveaux expansionnismes, Intervento alla cerimonia di consegna dell’onorificenza accademica di Dottore honoris causa dall’Università di Aix-Marseille, 5 febbraio 2025.

[6] Cfr. Citazione riportata dal Presidente Mattarella nel suo discorso all’Università di Aix-Marseille, cit.

[7] Cfr. Agostino, Sermone 357 De laude pacis, 1-3. Il passo più ampio recita: «Quelli che amano la pace vanno lodati. Quelli che la odiano non vanno provocati col rimprovero, ma piuttosto calmati con l’insegnamento e il silenzio. Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace».

[8] Cfr. Paolo VI, Discorso del Santo Padre alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965,

[9] ad esempio, i convegni internazionali per la pace fra il 1952 e il 1957, nell’ambito dei quali ha coinvolto esponenti politici di diversi Paesi.

[10] Cfr. Leone XIV, Discorso del Santo Padre Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026.

[11] J.F. Kennedy, Discorso pronunciato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York, 25 settembre 1961.

[12] Cfr. Leone XIV, Omelia pronunciata il 25 ottobre 2025, durante la Messa per il Giubileo degli Uffici cerimoniali istituzionali italiani, nell’Aula della Benedizione del Palazzo Apostolico Vaticano.

[13] Cfr. A. De Gasperi, Le radici spirituali dell’Europa, Discorso pronunciato ad Aquisgrana il 24 settembre 1952 in occasione del conferimento del Premio “Carlo Magno”, in Archivi Storici dell’Unione Europea, ASUE – Fondo Alcide De Gasperi, Affari Esteri IX, a, 4, consultabile alla pagina web https://www.lanostrapatriaeuropa.org/de-gasperi-e-la-ced/documenti/discorso-de-gasperi-aquisgrana-le-radici-spirituali-delleuropa/.