Ettore Balestrero
Osservatore Permanente della Santa Sede
Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra
Viviamo un cambiamento di epoca. Lo ha sottolineato Papa Francesco e credo che le Agenzie di stampa ce lo confermino tutti i giorni, ingenerando apprensione e sconcerto.
L’interdipendenza, un tempo percepita come fattore di stabilità, è divenuta invece una vulnerabilità, uno strumento di potere e di ricatto. Non vediamo più le guerre soltanto a distanza, dalla tv, ma ci riguardano direttamente. E le grandi potenze vi sono direttamente coinvolte.
Riemerge prepotentemente la logica delle sfere di influenza e degli imperi, che acquisisce precedenza sul “rule based order”. Si compete ‒ ed anche combatte – per dare vita ad un nuovo ordine mondiale.
Gli artefici dell’attuale sistema internazionale – frutto della Seconda guerra mondiale – non intendono perdere terreno, ma procedono in ordine sparso e non riescono a contenere le potenze emergenti. Alleanze consolidate si logorano e talvolta divengono un problema aggiunto, piuttosto che la soluzione. Se poi gli alleati sono “soci di minoranza”, si chiede loro di affiancare le potenze di rispettivo riferimento con l’industria, il budget e, talvolta, con l’esercito. D’altra parte, nascono nuove partnership di convenienza, che sono più che altro sinergie e convergenze d’interessi, alimentate dall’intento strategico di contrastare avversari comuni.
Non esiste un sistema di valori universalmente accettato e l’evocazione della pace non smuove chi ha interessi contrari. Le norme multilaterali sono violate e sostituite dalla hybris e dal “potere contrattuale”. L’approccio ai problemi è spesso quello del gioco a somma zero: mors tua, vita mea. Questa mentalità è specificamente contraria a quella del multilateralismo, in cui si preferisce piuttosto procedere tutti insieme, anche se più lentamente. Ma ciò funziona quando il sistema internazionale è complessivamente stabile, non se è fluido e frammentato.
Il sistema attuale va sempre più stretto alle grandi potenze, anche se per motivi diversi. Si diffonde la tendenza ad ignorare il diritto internazionale e ad agire unilateralmente, oppure a costruire enti alternativi all’ONU, ma privi della stessa rappresentatività universale.
Eppure, eventi estremi quali l’innalzamento del livello dei mari e le pandemie sono sfide globali che richiedono con urgenza la cooperazione, perché o vinciamo insieme, o saremo tutti vittime di tali fenomeni.
Attualmente, invece, la cooperazione sembra quasi un ricordo lontano. Norme capitali del diritto internazionale, come il rispetto dell’integrità territoriale, la proibizione dell’uso della forza e la tutela dei diritti umani, sono violate alla luce del sole, senza che a ciò segua una condanna chiara e universale. Anzi, sono addirittura rivendicate le violazioni di punti essenziali del sistema ‒ giuridico e umanitario ‒ attualmente in vigore, come per esempio l’obbligo di risparmiare i civili nei conflitti.
Quella di Papa Leone XIV è una delle poche voci che sistematicamente e inequivocabilmente condannano le violazioni del diritto internazionale e del diritto umanitario, ma gli dovrebbero fare eco più apertamente molte di quelle istanze che hanno forgiato l’attuale sistema internazionale.
Il diritto internazionale, di per sé, è chiaro e ben articolato, ma non riesce a tenere testa alla rapida e drammatica involuzione della situazione politica, geopolitica e tecnologica. Purtroppo, la diplomazia è spesso relegata a strumento collaterale, utile per dare tempo ai preparativi bellici.
Le riforme “formali” della Carta dell’ONU, finora, sono risultate pressoché impossibili, in ragione delle procedure di emendamento previste. D’altra parte, oggi manca anche la volontà politica di “sanare”, almeno ex post, le violazioni della Carta stessa[1] o di ricorrere a quella sorta di “emendamenti informali” che hanno permesso di adattarla alle crescenti sfide alla pace. Detti emendamenti, di per sé, non sono esplicitamente nominati in essa (per esempio, le operazioni di peace-keeping, i tribunali penali internazionali ad hoc, l’istituzionalizzazione di rapporti con organizzazioni regionali, ecc.), ma hanno consentito alla comunità internazionale di far fronte a gravi problemi emergenti, in assenza di specifiche indicazioni in tale documento.
La persistente stagnazione del Consiglio di Sicurezza e l’impossibilità di riformarlo hanno favorito una minore considerazione del medesimo, a cui si combina un sentimento di urgenza da parte di molti Governi, che vogliono agire fino a che godono della maggioranza politica e prima che sia troppo tardi, rispetto alle successive elezioni nazionali o alle mosse degli avversari strategici.
Come ebbe a dire il defunto Segretario Generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld, «l’ONU non è stata creata per portarci in Paradiso, ma semplicemente per salvarci dall’inferno». Tuttavia, oggi, lo spettro di quell’inferno diventa ancora più reale: si mina la credibilità del sistema basato su regole condivise e, così facendo, s’invia un messaggio pericoloso che regole e norme possono essere ignorate e che attori potenti possono agire senza conseguenze. Ciò erode la fiducia tra i Paesi, incoraggia azioni unilaterali sempre più spregiudicate e aumenta il rischio di scontro, instabilità e sofferenze umane[2]. L’effetto cumulativo è un indebolimento dell’ordinamento internazionale e del multilateralismo, proprio nel momento in cui sarebbero invece più necessari.
Per giunta, la burocrazia delle Organizzazioni multilaterali non sta al passo con le riforme che sarebbero utili per rendere il sistema internazionale più coerente, efficace e adatto alle sfide del XXI secolo. Senza dire che, in alcuni Segretariati e Direzioni Generali, si agisce talvolta come se tali enti potessero condurre una propria politica e assumere significative iniziative, anche senza uno specifico mandato da parte degli Stati membri.
In ogni caso, quando ero Nunzio nella Repubblica Democratica del Congo ho constatato che, se ci sono limiti e deficienze nelle operazioni della MONUSCO (la Missione ONU che, in quel Paese, è antica quasi come la Repubblica), è altresì vero che, qualora essa non ci fosse, la situazione sarebbe ancora peggiore di quella pur drammatica del giorno d’oggi.
Il sistema internazionale, dunque, preso nel suo insieme è bloccato da divergenze ideologiche e da contrastanti interessi politici ed economici, ma resta necessario e direi pure indispensabile.
Viene dunque spontaneo chiedersi: dove andiamo? In quale direzione si dirige la comunità internazionale? Mi è impossibile fare profezie e credo che la risposta dipenderà da come evolveranno i cambiamenti avviatisi.
Adesso si accentua la frammentazione e una certa regionalizzazione di alcune questioni. Si sviluppano organismi multilaterali regionali che, al loro interno, cercano di applicare regole e criteri in parte differenti da quelli degli organismi mondiali che trattano le stesse questioni, per esempio, economiche o di sicurezza. La forza del diritto dipende meno dagli organi sovranazionali e più dalla capacità degli Stati di tradurre la propria influenza in consenso normativo.
Sono tuttavia convinto che, se anche gli attuali organismi universali perderanno peso, saranno comunque mantenuti, perché possono essere utilizzati ed è sempre più facile crearli che distruggerli. Soprattutto, rimarranno perché le potenze non potranno rinunciare a regole comuni.
Tuttavia, se si affermasse una multipolarità che ha a che vedere con il potere e con l’autoreferenzialità, l’altra faccia di tale medaglia sarebbe la sfiducia verso gli altri e l’insofferenza verso tutto ciò che limita il potere. Il multilateralismo, invece, nel suo significato più nobile, ha a che vedere con le regole e con il diritto.
Il diritto internazionale trae la propria efficacia dal consenso degli Stati e dal riconoscimento reciproco della vincolatività delle norme. Se questa convinzione collettiva viene meno, soprattutto in seno alle grandi potenze, allora la forza si sostituisce alla giustizia, con la convinzione che la pace può nascere solo dopo che l’altro è stato distrutto[3].
Insomma, la regressione dell’ordinamento internazionale è certamente un problema giuridico, ma prima ‒ e più ancora ‒ è un nodo di ordine morale. Il potere senza la virtù conduce all’unilateralismo, all’egoismo e ai soprusi. La multipolarità, slegata da vincoli etici, porta alla “giungla”. Già 25 secoli or sono, nella “Guerra del Peloponneso” di Tucidide, c’era chi era convinto che il potere crei il diritto e che il diritto valga solo fra eguali[4]. D’altra parte, però, la storia umana si è contraddistinta per il desiderio di rovesciare tale principio con l’instaurazione dello stato di diritto, in cui l’uso della forza è disciplinato e le regole si applicano a tutti in modo eguale. In fondo, il diritto internazionale si è sviluppato proprio per cercare di limitare gli effetti perversi dei rapporti di forza e quindi non può fondarsi sull’equilibrio degli interessi, perché essi cambiano, in quanto contingenti.
Il filo capace di tessere e reggere l’insieme è il riconoscimento della dignità intrinseca della persona umana, come principio che precede e vincola il potere, e che fonda il diritto. Questa è la stessa intuizione che sta alla base della Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948, con la quale si riconobbe di dover ancorare i diritti a qualcosa di più solido delle convenienze politiche. È esattamente tale solidità che oggi, come abbiamo visto, viene attaccata. Per evitare che ciò avvenga, occorre una concezione solida di tale dignità, capace di sfidare interessi opposti e contingenti. A tal fine, va riconosciuto che la struttura stessa dell’essere umano ha un senso profondo e porta in sé un messaggio etico da rispettare. Il diritto, quindi, non deve disconnettersi dalla realtà, ossia dalla natura stessa e dalla verità della persona umana e dei fatti. Papa Leone XIV lo ha ricordato nel suo discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, all’inizio di quest’anno[5]. Quando si separa l’essere dal vero, e in ultima analisi dal bene, la dignità stessa della persona diventa relativa ed inevitabilmente prevalgono gli interessi egoistici, mutevoli e differenziati delle persone e degli stati più forti.
Questo radicamento in una concezione solida della dignità della persona deve essere accompagnato dalla ricerca del bene comune. La storia stessa ci insegna che il bene dell’altro è un bene anche per me e che la prosperità, la sicurezza e i diritti di ognuno si realizzano nella misura in cui anche gli altri possono beneficiarne. Questo principio sta alla base del sistema multilaterale.
Pertanto, se crediamo nel multilateralismo e nel diritto internazionale ‒ ma prima ancora se crediamo davvero nell’uomo ‒ dobbiamo preoccuparci di dare una base solida al diritto e alle relazioni internazionali e cioè evitare di assoggettarli alle convenienze del momento.
Credo che questo sia il cammino da percorrere per evitare l’eclissi e il tramonto del diritto internazionale!
Nel percorrere tale cammino, è importante riservare spazio e attenzione alla formazione delle persone e delle coscienze. In questo senso, la Chiesa cattolica gioca un ruolo importante: educa, motiva, unisce e aiuta a costruire la comunità internazionale su solide fondamenta.
Se si procederà in tale direzione, sono convinto che si eviteranno eclissi e tramonti e si consentirà piuttosto alla luce della pace, del diritto e, in fondo, della verità, di tornare a risplendere, in un mondo che ne ha assolutamente bisogno per vivere e prosperare Mi pare che gli obiettivi di questo convegno si inseriscano proprio in questa prospettiva e per questo esprimo le mie più vive felicitazioni ai suoi promotori.
[1] Non così avvenne, invece, per esempio nel 1999, allorché la NATO fece ricorso all’uso della forza armata contro l’allora Repubblica Federale di Iugoslavia, e successivamente nel 2003, con l’invasione armata dell’Iraq.
[2] Cfr. A. Guterres, ONU, rischio collasso. La legge del potere destabilizza il mondo, in La Repubblica, 5 febbraio 2026, p. 2.
[3] Cfr. Intervista al Card. Pietro Parolin, Le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo, in Vatican News, 3 marzo 2026.
[4] Si veda il Tucidide, La guerra del Peloponneso, trad. di F. Ferrari, note a cura di G. Daverio Rocchi, Milano, Rizzoli, 1985, vol. II, libro V, in particolare par. 89.
[5] Papa Leone XIV, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026: «Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e di mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare (…) Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che nell’attuale contesto si stia verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».