Giacomo Idolo Piscitelli
Avvocato del foro di Crotone
Progressismo, conservatorismo e radici cristiane dell’Occidente*
Sommario: 1. La crisi della distinzione tra destra e sinistra – 2. Progressismo contemporaneo: relativismo e libertà senza verità – 3. Dignità della persona e tutela giuridica della vita – 4. Conservatorismo, tradizione e radici cristiane dell’Europa – 5. Identità europea e contraddizioni del multiculturalismo.
- La crisi della distinzione tra destra e sinistra
Per lungo tempo la politica europea è stata letta attraverso la distinzione tra destra e sinistra. Tale distinzione, nata simbolicamente nell’esperienza rivoluzionaria francese, ha attraversato oltre due secoli di storia politica, sociale e culturale, fino a diventare una sorta di bussola ideologica quasi automatica. Norberto Bobbio, in una celebre riflessione, individuava nella diversa concezione dell’uguaglianza uno dei principali criteri distintivi tra destra e sinistra: la sinistra più incline a ridurre le disuguaglianze, la destra più propensa a considerare talune differenze come ineliminabili o comunque non sempre superabili attraverso l’intervento politico[1].
Tuttavia, l’evoluzione dei tempi impone oggi una revisione critica di quella tradizionale contrapposizione. Molti valori un tempo riconducibili alla sinistra o alla destra si sono trasformati, confusi o addirittura rovesciati. La globalizzazione economica, la crisi delle identità nazionali, l’individualismo radicale, la rivoluzione digitale, l’immigrazione di massa, il relativismo etico e il multiculturalismo hanno reso insufficiente la vecchia mappa politica. Oggi, più che di destra e di sinistra in senso classico, sembra necessario parlare di conservatorismo e di progressismo.
Occorre, però, chiarire un equivoco fondamentale: il progressismo, pur richiamando nel nome l’idea di progresso, non implica necessariamente un avanzamento verso il bene, né un effettivo miglioramento della realtà. “Andare avanti” non è sempre un bene, se innanzi vi è un burrone. Anche una società può avanzare verso la propria dissoluzione, quando perde il senso del limite, della misura, dell’identità e della verità. Allo stesso modo, conservatorismo non significa immobilismo, chiusura o rifiuto sterile degli sviluppi del tempo. Conservare significa, piuttosto, saper distinguere ciò che può essere cambiato da ciò che deve essere custodito; significa adattarsi al mutare delle circostanze senza recidere le radici culturali, morali e spirituali che costituiscono la base stessa di ciò che siamo.
- Progressismo contemporaneo: relativismo e libertà senza verità
Il progressismo contemporaneo non coincide più soltanto con la difesa dei lavoratori, con la giustizia sociale o con l’emancipazione delle classi subalterne. Esso tende sempre più spesso a configurarsi come una visione del mondo fondata sull’idea che l’uomo, la società, la famiglia, il linguaggio, la storia e perfino la natura possano essere continuamente riscritti. In questa prospettiva si collocano, con intensità e significati diversi, autori come Rousseau, Marx, Gramsci, Marcuse e Foucault, nei quali si rinviene, pur nella diversità delle rispettive impostazioni, una forte tensione critica verso l’ordine esistente e verso le strutture tradizionali della società. Accanto a essi possono essere richiamati, su un piano diverso e più propriamente liberal-progressista, Rawls e Habermas, espressione di una riflessione orientata all’ eguaglianza, alla giustizia procedurale, alla democrazia deliberativa e alla legittimazione razionale dell’ordine politico[2]. Non si tratta, evidentemente, di autori sovrapponibili, né tutti riconducibili a un medesimo progetto rivoluzionario; tuttavia, nel loro insieme, essi rappresentano alcune delle principali matrici teoriche attraverso cui la modernità politica ha sottoposto a critica l’ordine tradizionale, in nome dell’emancipazione, dell’uguaglianza, dell’autodeterminazione o della razionalizzazione democratica della società. Il problema nasce quando tale tensione emancipatrice si trasforma in ideologia rivoluzionaria permanente. La cosiddetta cancel culture, il linguaggio woke, la censura sociale verso opinioni non conformi, la riscrittura simbolica della storia e la pretesa di controllare il linguaggio pubblico rappresentano il volto più problematico del progressismo contemporaneo[3]. Non si tratta più soltanto di chiedere rispetto per le minoranze o pari dignità per ogni persona, principi certamente condivisibili; si tratta, piuttosto, di imporre una nuova ortodossia culturale, nella quale il dissenso viene spesso trattato non come opinione diversa, ma come colpa morale.
In questa prospettiva il progressismo contemporaneo mostra anche un tratto paradossale: pur presentandosi come movimento collettivo, solidale e orientato alla liberazione dell’uomo, esso finisce spesso per alimentare un individualismo radicale. La libertà viene ridotta alla soddisfazione del proprio io, dei propri desideri, delle proprie voglie, come se ogni limite naturale, morale o comunitario fosse una forma di oppressione. Ma una libertà così intesa non è vera libertà: è arbitrio. È la pretesa che la realtà, la natura, la storia, il corpo, la famiglia e perfino il linguaggio si pieghino alla volontà soggettiva dell’individuo.
Qui si coglie l’attualità del pensiero di Joseph Ratzinger, il quale denunciava la “dittatura del relativismo”, cioè una cultura che non riconosce nulla come definitivo e finisce per lasciare come misura ultima soltanto il proprio io e i propri desideri[4]. È precisamente questo il rischio di una falsa idea di libertà: non la libertà ordinata al bene e alla verità, ma l’arbitrio individuale elevato a criterio assoluto. In tale prospettiva, anche il richiamo ratzingeriano alla legge naturale assume un significato decisivo: l’uomo non crea se stesso, non è pura volontà indeterminata, non può manipolare a piacimento la propria natura senza smarrire il senso autentico della libertà[5]. Quando la cultura recide ogni legame con l’ordine oggettivo delle cose, la libertà si trasforma in dominio: dominio su di sé, sugli altri, sul linguaggio, sulla storia e persino sulla verità.
- Dignità della persona e tutela giuridica della vita
In questo senso, assumono particolare rilievo le parole pronunciate da Papa Leone XIV l’8 giugno 2026 dinanzi al Congresso dei Deputati di Madrid, proprio mentre in Spagna è in corso il dibattito su una riforma costituzionale volta a riconoscere l’aborto come preteso “diritto” costituzionalmente garantito[6].
Il Pontefice ha ricordato che ogni attività legislativa è chiamata a confrontarsi con una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e quale tipo di società esse intendono costruire. Da qui il richiamo alla dignità inviolabile della persona, che precede ogni concessione dello Stato e non può dipendere dalle maggioranze del momento, condensato in una formula di particolare forza: «Ogni vita umana deve essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»[7]. Il Papa aggiunge poi un monito decisivo: quando questa certezza si offusca, i più vulnerabili diventano le prime vittime e la legge smarrisce il proprio significato più profondo, che è quello di servire e proteggere ogni persona. È una riflessione che restituisce il nucleo più profondo della concezione cristiana dell’uomo: la vita non acquista valore per decisione dello Stato, né lo perde per fragilità, malattia, dipendenza o mancanza di autonomia; essa possiede una dignità propria, originaria e indisponibile.
La difesa della vita, in questa prospettiva, non è un tema confessionale né una battaglia di parte, ma il fondamento stesso di una civiltà autenticamente umana. Quando il diritto smette di riconoscere e proteggere la vita dal concepimento fino alla morte naturale, esso perde la propria funzione più alta: non è più scudo dei deboli, ma strumento attraverso cui la volontà politica può decidere quali vite siano degne di tutela e quali, invece, possano essere sacrificate[8]. È qui che il progressismo mostra una delle sue contraddizioni più profonde: in nome dei diritti e dell’autodeterminazione, finisce per oscurare il primo diritto, quello alla vita, senza il quale ogni altra libertà diventa priva di fondamento. La vicenda spagnola è, sotto questo profilo, emblematica. Presentare l’aborto come conquista costituzionale significa trasformare in progresso ciò che, in realtà, segna un arretramento nella coscienza giuridica e morale dell’Occidente. Una Costituzione dovrebbe custodire ciò che precede il potere, non legittimare la disponibilità della vita innocente. Lo stesso vale per l’eutanasia: quando la sofferenza, la malattia, la fragilità o la dipendenza vengono affrontate non con la cura, l’accompagnamento e la prossimità, ma con la possibilità giuridica della soppressione, la società cessa di riconoscere il valore indisponibile della persona e misura la dignità sulla base dell’efficienza, dell’autonomia o dell’utilità[9]. Anche qui ritorna la distinzione decisiva tra progresso e progressismo. Il vero progresso si misura dalla capacità di proteggere chi non può difendersi: il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, il disabile, il sofferente, il solo. Il progressismo ideologico, invece, rischia di trasformare la libertà in potere dell’io e la legge in strumento di legittimazione del desiderio individuale. Ma una società che non sa più proteggere la vita fragile non è più avanzata: è semplicemente più povera di umanità.
- Conservatorismo, tradizione e radici cristiane dell’Europa
Il conservatorismo, al contrario, nasce dalla consapevolezza che la società non è una pagina bianca. Edmund Burke vedeva nelle istituzioni, nelle consuetudini e nella tradizione il deposito di una sapienza storica che non può essere distrutta in nome di astratte costruzioni razionalistiche. Alexis de Tocqueville comprese l’importanza delle associazioni civili, delle autonomie locali, della religione e dei legami comunitari come argini al dispotismo democratico, alla tirannia della maggioranza e all’individualismo delle società moderne[10]. Più recentemente, Roger Scruton ha difeso l’idea di appartenenza, di casa, di nazione, di eredità culturale e di bellezza come elementi essenziali di una civiltà ordinata. Russell Kirk, Augusto Del Noce, Joseph Ratzinger e Alasdair MacIntyre hanno insistito, ciascuno secondo la propria prospettiva, sulla necessità di recuperare una visione morale dell’uomo, fondata sull’ordine, sulla tradizione, sulla legge naturale, sulla virtù e sulla critica al nichilismo moderno[11]. È in questa dimensione che emerge con forza la radice cristiana del conservatorismo europeo. Il conservatore non difende semplicemente ciò che esiste perché esiste; difende ciò che ha resistito alla prova del tempo perché contiene un ordine, una memoria, una responsabilità. La tradizione cristiana ha dato all’Europa un’antropologia fondata sulla dignità della persona, sulla centralità della famiglia, sul limite morale, sulla libertà responsabile, sulla solidarietà concreta e sulla distinzione tra potere politico e ordine spirituale[12]. Senza questa radice, concetti come persona, coscienza, comunità, carità, dovere, perdono e responsabilità diventano più fragili, più astratti, più facilmente manipolabili. Ciò non significa sostenere che ogni progressista sia anticristiano o che ogni conservatore sia necessariamente credente. Significa, però, riconoscere che il conservatorismo europeo trova nella visione cristiana dell’uomo un fondamento naturale: l’uomo non è un individuo isolato, autodeterminato in modo assoluto, sciolto da ogni legame; è una persona inserita in una comunità, in una famiglia, in una storia, in una civiltà. La libertà non è arbitrio, ma responsabilità. Il progresso non è distruzione del passato, ma sviluppo ordinato di ciò che è stato ricevuto.
- Identità europea e contraddizioni del multiculturalismo
Una delle contraddizioni più evidenti del progressismo contemporaneo riguarda, inoltre, il rapporto con l’islam politico e con alcune forme di multiculturalismo[13]. Da un lato, la sinistra progressista rivendica diritti individuali, parità tra uomo e donna, libertà sessuale, laicità, autodeterminazione e tutela delle minoranze. Dall’altro lato, talvolta mostra indulgenza verso culture o pratiche religiose che, nelle loro interpretazioni più rigide, appaiono difficilmente conciliabili con quegli stessi principi. Qui emerge una discrasia evidente: ciò che viene contestato con durezza alla tradizione cristiana occidentale viene talvolta tollerato, relativizzato o giustificato quando proviene da contesti culturali percepiti come “minoritari” o “oppressi”.
Il conservatorismo, invece, può offrire una risposta più coerente: rispetto per ogni persona, libertà religiosa, rifiuto di ogni discriminazione, ma anche difesa chiara dell’identità storica e culturale europea. Accogliere non può significare rinunciare a sé stessi. Sarebbe come invitare un ospite, anche gradito, nella propria casa e consentirgli non solo di sedersi alla nostra tavola, ma persino di imporci di cambiare l’arredamento, togliere i nostri simboli, modificare le nostre abitudini e vergognarci di ciò che siamo perché a lui non risulta gradito. L’accoglienza è virtù quando nasce da una identità forte; diventa debolezza quando pretende la cancellazione di chi accoglie.
Il dialogo non può trasformarsi in dissoluzione. La tolleranza non può diventare resa culturale. Una civiltà aperta rimane tale solo se conosce e custodisce i propri confini morali. Non vi è nulla di nobile nel rinnegare sé stessi. Chi rinnega ciò che è stato, alla fine, non diventa più libero: diventa più fragile, più manipolabile, più esposto alle ideologie del momento.
La distinzione destra/sinistra non è del tutto scomparsa, ma non basta più a spiegare il conflitto politico contemporaneo. Il vero discrimine del nostro tempo sembra essere tra chi considera il passato un peso da rimuovere e chi lo considera un’eredità da custodire; tra chi vede l’uomo come materiale plasmabile da nuove ideologie e chi lo riconosce come persona radicata in una storia; tra chi confonde il progresso con la rivoluzione permanente e chi crede che nessun futuro possa nascere dalla cancellazione delle proprie origini.
Per questo, oggi, parlare di conservatorismo non significa guardare nostalgicamente indietro. Significa difendere le condizioni spirituali, morali e culturali senza le quali anche la libertà, la democrazia e la dignità della persona rischiano di diventare parole vuote. Significa accettare le sfide del presente senza perdere la propria anima. E, per l’Europa, queste condizioni hanno un nome preciso: tradizione, identità, comunità e radici cristiane.
*Contributo sottoposto a valutazione.
[1] N. Bobbio, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli, 1994, spec. cap. VI, Eguaglianza e libertà.
[2] J.-J. Rousseau, Du contrat social ou Principes du droit politique, Amsterdam, Marc-Michel Rey, 1762; K. Marx, F. Engels, Manifest der Kommunistischen Partei, Londra, 1848; A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975; H. Marcuse, One-Dimensional Man. Studies in the Ideology of Advanced Industrial Society, Boston, Beacon Press, 1964; M. Foucault, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Paris, Gallimard, 1975; Id., Histoire de la sexualité, I, La volonté de savoir, Gallimard, Paris, 1976; J. Rawls, A Theory of Justice, Cambridge (Mass.), Belknap Press of Harvard University Press, 1971; J. Habermas, Faktizität und Geltung. Beiträge zur Diskurstheorie des Rechts und des demokratischen Rechtsstaats, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1992.
[3] Per una ricostruzione critica del dibattito su cancel culture, politiche identitarie e controllo del linguaggio pubblico, cfr. H. Pluckrose, J. Lindsay, Cynical Theories. How Activist Scholarship Made Everything about Race, Gender, and Identity ‒ and Why This Harms Everybody, Durham (NC), Pitchstone, 2020; Y. Mounk, The Identity Trap. A Story of Ideas and Power in Our Time, New York, Penguin Press, 2023.
[4] J. Ratzinger, Omelia nella Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, Patriarcale Basilica di San Pietro, 18 aprile 2005.
[5] Benedetto xvi, Discorso al Parlamento federale tedesco, Reichstag di Berlino, 22 settembre 2011.
[6] Governo di Spagna, The Government of Spain approves the draft constitutional reform to safeguard the right to voluntary termination of pregnancy, comunicato del Consiglio dei Ministri, 7 aprile 2026; Congreso de los diputados, Proyecto de reforma del artículo 43 de la Constitución Española, Boletín Oficial de las Cortes Generales, Congreso de los Diputados, XV Legislatura, Serie A, núm. 92-1, 13 aprile 2026.
[7] Leone xiv, Discorso ai membri del Parlamento spagnolo, Congresso dei Deputati, Madrid, 8 giugno 2026.
[8] Giovanni Paolo ii, lett. enc. Evangelium vitae, 25 marzo 1995, spec. nn. 20, 57, 71-72 e 101.
[9] Congregazione per la dottrina della fede, lett. Samaritanus bonus sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, 14 luglio 2020, spec. cap. V, par. 1, Il divieto di eutanasia e suicidio assistito.
[10] E. Burke, Reflections on the Revolution in France, J. Dodsley, London, 1790; A. De Tocqueville, De la démocratie en Amérique, Charles Gosselin, Paris, 1835-1840, spec. vol. I, parte II, cap. VII; vol. II, parte II, capp. II-V; vol. II, parte IV, capp. VI-VII.
[11] R. Scruton, How to Be a Conservative, Bloomsbury Continuum, London, 2014; R. Kirk, The Conservative Mind. From Burke to Santayana, Henry Regnery, Chicago, 1953; A. Del Noce, Il problema dell’ateismo. Il concetto di ateismo e la storia della filosofia come problema, Il Mulino, Bologna, 1964; J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena, 2005; A. Macintyre, After Virtue. A Study in Moral Theory, Notre Dame, University of Notre Dame Press, 1981.
[12] J.H.H. Weiler, Un’Europa cristiana. Un saggio esplorativo, Rizzoli, Milano, 2003; Giovanni Paolo ii, esort. ap. post-sinodale Ecclesia in Europa, 28 giugno 2003; J. Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2004.
[13] B. Tibi, Political Islam, World Politics and Europe. Democratic Peace and Euro-Islam versus Global Jihad, Routledge, London-New York, 2008; O. Roy, Globalized Islam. The Search for a New Ummah, Columbia University Press, New York, 2004; P. Berman, The Flight of the Intellectuals, Melville House, Brooklyn (NY), 2010.