Marco Minniti
Presidente della Fondazione MedOr

 

 

 

Siamo di fronte a un tramonto o a un’eclissi? Siamo di fronte a un’eclissi e a un’eclissi di lunga durata, nel senso che potremmo battere ogni record.

Pertanto, prepariamoci ad un evento, per una ragione semplice perché il diritto internazionale, come succede nella storia del mondo, è espressione di un ordine mondiale. E quello che noi abbiamo praticato – e qui sono presenti esponenti autorevolissimi del Governo, della Corte internazionale dell’Aja, del mondo religioso – rappresentava un vecchio ordine mondiale che è finito. Dobbiamo approcciarci a questa nuova situazione, ma non con la nostalgia di quello che c’era prima.

Non vorrei darvi una cattiva notizia, ma non si tratta di una situazione tra parentesi che, sciolta la parentesi, tutto torna come prima. La fine di un vecchio ordine mondiale comporta un cambiamento radicale, quindi, dovremmo costruire un nuovo ordine mondiale.

Nel momento in cui è finito un ordine mondiale, è doveroso chiedersi quale ne sia stata la causa.

Prima ragione: un vecchio ordine mondiale non può reggere se c’è una guerra nel cuore dell’Europa e una guerra nel cuore del Mediterraneo; se poi a ciò si aggiunge una guerra con l’Iran, si può ben comprendere come tutto questo testimonia che un vecchio ordine mondiale è finito.

Ed era già finito prima del 5 novembre, delle elezioni americane. Questo perché magari si nutre la convinzione che le elezioni americane siano state la causa di tutto questo, ma temo purtroppo che siano state l’effetto della fine di un vecchio ordine mondiale e non la causa. Nel senso che, nel momento in cui il popolo americano ha scelto a maggioranza assoluta degli elettori (cosa che non avveniva dal 2010) di eleggere un presidente – il cui slogan principale era “America first” – è chiaro che quella scelta deriva e, insieme, certifica la fine di un vecchio ordine mondiale.

Non è un caso che uno dei primi atti del Presidente degli Stati Uniti sia stato il ritiro da una serie di organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

Se questo è vero, dobbiamo comprendere che “America first”, una scelta unilaterale, radicalmente unilaterale della posizione americana come espressione della sua politica estera, è stato un elemento di ulteriore crisi del diritto internazionale, perché nel momento in cui una grande potenza – la prima potenza democratica, economica e militare del mondo – sceglie un approccio unilaterale, è evidente che tutto ciò che è multilaterale entri in crisi. Lo abbiamo visto in tutti i passaggi possibili e immaginabili, l’abbiamo visto anche adesso con le operazioni in Venezuela e in Iran, molto differenti tra loro.

Sicuramente anche il Presidente Trump si sarà reso conto che sono molto differenti, perché una cosa è mettere in crisi un’autocrazia non operando un regime change, ma un regime adjustment (come avvenuto in Venezuela), un’altra cosa è rovesciare una teocrazia.

Tra l’autocrazia e la teocrazia c’è una differenza radicale e di questo se ne stanno progressivamente rendendo conto gli Stati Uniti.

Posto ciò, se vogliamo ricostruire un sistema internazionale fondato sulle garanzie e sui principi, dobbiamo sapere che tutto questo passa innanzitutto dalle organizzazioni multilaterali.

Tutto ciò è avvenuto nel momento in cui le Nazioni Unite stanno attraversando la crisi più drammatica della loro storia.

Si è parlato di tre conflitti, ma in nessuno di tali conflitti le Nazioni Unite hanno avuto un ruolo fondamentale.

All’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, si temette per il fatto che l’Africa settentrionale poteva collassare per la crisi alimentare perché non arrivava più il grano dalla Russia e dall’Ucraina; tuttavia, i corridoi per il grano non sono stati fatti dalle Nazioni Unite, né tantomeno c’è stata un’iniziativa dell’Unione europea. I corridoi per il grano sono stati fatti grazie alla Turchia, che con gentile concessione ha invitato il segretario generale António Guterres a Istanbul a firmare le carte. Senza iniziativa della Turchia non si sarebbero mai fatti i corridoi per il grano.

Il cessate il fuoco a Sharm El Sheik l’hanno fatto le Nazioni Unite? No.

Ecco qui che si ha il collasso delle organizzazioni multilaterali – le Nazioni Unite per prime – bloccate dal potere di veto. Non c’è mai possibilità di intervenire con tempestività in tutte le crisi che si manifestano. Ed è per questo che, se si vuole pensare a un nuovo ordine mondiale, a un nuovo diritto internazionale che esca dall’eclissi, si deve riflettere anche su come cambiare le Nazioni Unite.

La prima cosa da fare è come superare il diritto di veto, perché in questo momento e in questo mondo così complicato – che sta attraversando l’era dell’incertezza – non è possibile avere singoli Paesi che hanno diritto di veto, anche se sono importantissimi e potentissimi. Appunto perché il diritto di veto, nell’era dell’incertezza, finisce per diventare un’amplificazione notevolissima dell’incertezza e della frattura che si è creata nel mondo.

Due ultime considerazioni.

In queste ultime ore siamo tutti con gli occhi rivolti a Pechino, che è diventata – forse anche per iniziativa degli altri – il centro del mondo. Tecnicamente si chiama eterogenesi dei fini.

Un filosofo Wilhelm Wundt alla fine del ‘700 ha spiegato cosa si intenda per eterogenesi dei fini, ovvero quando una persona compie qualcosa con un obiettivo, ottenendo esattamente il risultato opposto.

In questi mesi, American first si era mossa con l’obiettivo di ridurre l’influenza della Cina negli equilibri mondiali, raggiungendo però l’obiettivo opposto. Primo, si è avuto lo scontro durissimo sui dazi, infatti, quando sono stati introdotti, la leadership cinese[1] in risposta ha semplicemente bloccato tutto il trasferimento dei metalli delle terre rare dalla Cina verso gli Stati Uniti. Blocco totale. La Cina detiene il 94% dei metalli delle terre rare del mondo. Ognuno di voi ha in tasca un iPhone e sa che è stato realizzato a Cupertino (altre parti sono direttamente prodotte in Cina anche su licenza di ditte americane). Senza i metalli delle terre rare l’intelligenza artificiale – il più grande livello delle tecnologie – non può funzionare.

Quindi, è ritornata la centralità della Cina e l’incontro in queste ore si caratterizza come una grande disponibilità che ha regalato alla Cina il ruolo di cultore del multilateralismo nel mondo.

Si è già detto che il multilateralismo è in crisi, ma si sarebbe dovuto fare di tutto per non regalare alla Cina questo vessillo, perché consegnare nelle mani della Cina il multilateralismo non è un ottimo investimento.

La Cina sta applicando un principio posto quasi quarant’anni fa quando crollò il muro di Berlino. Quando crollò il muro, la Cina comprese che la sfida diretta era con gli Stati Uniti, mentre fino a quel momento era stata con l’Unione Sovietica. Fino alla metà degli anni ‘80, infatti, gli Stati Uniti e la CIA avevano basi dirette in Cina, al fine non di contrastare i comunisti cinesi, ma per aiutare questi ultimi contro i comunisti russi.

All’epoca, quindi, crollato il muro, la Cina comprese che, venuta meno l’Unione Sovietica, doveva misurarsi con gli Stati Uniti. Le distanze e le differenze erano enormi: la Cina era un Paese arretrato, gli USA la prima potenza economica del mondo. È allora che i cinesi coniano un loro slogan “Hide your capabilities, bide your time”: “nascondi le tue capacità e aspetta il tuo momento”.

La Cina continua ad aspettare da 37 anni perché sa benissimo che il suo ruolo ha un obiettivo: Taiwan. Sa benissimo che questo disordine mondiale, questo venire meno del diritto internazionale, di un ordine internazionale, le consente di prendersi Taiwan senza colpo ferire, al punto tale che il presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping ha inviato a Trump un messaggio prima che arrivasse, chiedendogli di fare un accordo, sostituendo la parola riconciliazione con riunificazione. Sembra solo una parola e invece cambia tutto.

Gli Stati Uniti avevano costruito il rapporto con Taiwan sulla base del principio di conciliazione, ovvero che gli Stati Uniti erano d’accordo con quello che faceva Taiwan perché era Taiwan che doveva riconciliarsi.

Bisognerà vedere come andrà l’incontro, ma è chiaro che Trump arriverà molto indebolito, in quanto la vicenda dell’Iran aperta, dello stretto di Hormuz, comporta una pesantezza; soprattutto perché si riteneva che di fronte al blocco del petrolio iraniano, la Cina avrebbe avuto problemi di export mondiale e invece questo è aumentato del 14%. Ciò consente di comprendere che la Cina abbia sì dei problemi, ma che al tempo stesso ha anche una capacità di resilienza maggiore rispetto alle democrazie, perché le autocrazie sono più resilienti delle democrazie, per una semplice ragione: che queste ultime hanno a che fare con le opinioni pubbliche, mentre le prime non sanno cosa voglia dire questa parola.

In conclusione, quindi, l’idea di Trump è quella di costruire un nuovo ordine mondiale sulla base di un nuovo principio, ovvero quello del G2: Stati Uniti e Cina che governano il mondo.

C’è un piccolo particolare: che la Cina, pur dimostrandosi interessata al G2, in realtà non ha alcun interesse, non vuole assumersi nessuna responsabilità sul governo del mondo. Basti pensare a quello che ha fatto con l’Iran, nel momento in cui c’è stata una crisi, la Cina si è allontanata. L’unica cosa che in realtà le interessa è l’Asia, è fare il G1, cioè diventare la prima potenza economica del pianeta. E i cinesi possono farcela.

Dietro lo slogan “Hide your capabilities, bide your time”, non c’è un’ideologia del partito comunista cinese, quella è la cultura cinese.

Per cui il suggerimento è: prima di incominciare guerre, bisogna studiare la cultura del Paese con cui si vuole fare la guerra, capire quali sono i sentimenti e gli elementi di resilienza di quel popolo.

Ad esempio, quando c’è stata la vicenda dell’attacco dell’Iran, ci sono state delle calciatrici iraniane che si erano rifiutate di cantare l’inno nazionale mentre erano in Australia: espressione icastica della rivolta contro il regime. Il ministro australiano aveva offerto loro asilo politico, ma quando sono iniziati i bombardamenti a Teheran, le calciatrici sono volute tornare in Iran per stare accanto ai propri familiari.

In conclusione, se si vuole costruire un nuovo ordine mondiale – fondamentale per avere una pace stabile e duratura in Ucraina, in Medioriente, in Iran – bisogna pensare che c’è bisogno di nuovi protagonisti. Per questo il G2 non funziona, ci sono nuovi protagonisti nel mondo che si chiamano il Sud del mondo.

Non è possibile costruire un nuovo ordine mondiale senza includere il Sud del Mondo, ad esempio l’India (prima potenza demografica del pianeta), l’Africa, i Paesi del golfo. Tutti questi Paesi hanno linee politiche differenti, ma hanno un’eguale voglia di contare nel mondo, se non si fanno contare, non si potrà costruire niente di stabile.

Ed è qui che c’è un punto decisivo che riguarda il ruolo dell’Italia.

Quando ci sono crisi strategiche straordinarie, a ogni singolo Paese si prospettano drammatici rischi, ma anche straordinarie opportunità.

L’Italia non è la mediazione tra l’Europa e gli USA, ma è tecnicamente il punto di congiunzione tra l’Occidente e il Sud del mondo.

Questa è una straordinaria opportunità per l’Italia, questa è la missione storico-politica del nostro Paese; solo così possiamo ricostruire un nuovo ordine mondiale ed avere un diritto internazionale pienamente efficiente

[1] …che non ha nemmeno bisogno di far finta che fanno le elezioni (a differenza della Russia), dal momento che quando vince il partito unico, si limitano a fare il congresso del Partito comunista cinese che mediamente vota sempre all’unanimità.