Nel periodo storico della crisi della sovranità e, quindi dello Stato, in cui ciò che massimamente preme è registrare il grado di politicità del potere più che ragionare sui suoi limiti giuridici, e in un’epoca in cui il diritto viene osservato soltanto per i suoi aspetti funzionalistici di regolamentazione della convivenza tra consociati secondo il paradigma sociologico o per le sue capacità “econonometriche” in grado di ottimizzare o meno la produzione e lo scambio di beni e servizi secondo il paradigma neoliberale, un recente volume del Carlo Iannello, professore di Diritto Costituzionale presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, pubblicato nel dicembre del 2024 per i tipi di Meltemi, sembra invertire il senso di marcia della attuale problematizzazione intorno al diritto, allo Stato e al potere.
L’opera di Iannello si configura come una vera e propria operazione diagnostica di ordine politico, economico e giuridico sull’Occidente in genere e sui temi suddetti in particolare, elaborando una critica liberale all’impostazione neoliberale odierna che – secondo quanto emerge dalle pagine del libro – ha sostanzialmente stravolto la concezione dello Stato.
L’autore da un lato mette in risalto la profonda divaricazione teoretica esistente tra l’attuale concezione neo-liberista che domina in Occidente e i fondamenti liberali classici, frattura così incisiva da poter considerare che l’attuale orientamento neo-liberale sia in antitesi con il liberalismo classico – sia nella sua accezione economica, sia in quella politica, sia in quella costituzionalistica – tanto da essere diventato una minaccia costante e crescente per la libertà medesima.
Non soltanto il neoliberalismo ha assottigliato – fino a farla svanire del tutto – la fondamentale distinzione tra sfera pubblica e sfera privata, ma ha lentamente quanto inesorabilmente agito affinché l’azione di Governo tipica dello Stato liberale e dello Stato di diritto fosse fagocitata dalla più eterea forma denominata “governance” con la conseguenza di sterilizzare i meccanismi rappresentativi tipici della democrazia occidentale e di dissolvere la responsabilità politica e giuridica di coloro che manovrano il potere statale.
Il modello di governance agisce, secondo Iannello, in una duplice direzione, cioè verso il basso coinvolgendo «gli stessi amministrati, richiamando l’idea di un potere reticolare, che si sostiene in forza dell’adesione spontanea dei governati» (pag. 129) e verso l’alto, cioè oltre gli Stati, nella direzione della cosiddetta “governance globale”.
In questa dinamica si sostituisce il Governo politico e rappresentativo con la governance tecnocratica in cui soggetti ed enti non rappresentativi occupano il centro di gestione del potere decisionale, mentre i singoli governi statali diventano la mera cinghia di trasmissione di volontà assunte altrove tanto da poter ritenere che «il luogo dove si assume la decisione se è, come è, globale, non può essere definito democratico» (pag. 133).
Ecco che in un tale scenario il potere statale subisce una vera e propria mutazione, e con esso anche il costituzionalismo contemporaneo, poiché entrambi recedono dinnanzi al sopravanzare della figura del cosiddetto “antisovrano”, secondo la felice formula coniata da Massimo Luciani ed efficacemente ripresa da Iannello il quale per l’appunto osserva che «questo antisovrano è appunto il mercato che ha sostituito il governo con il suo opposto, cioè con la governance» (pag. 138).
Funzionale all’instaurazione di questo potere non democratico e non bilanciato da altri poteri secondo la teoria matrice del moderno costituzionalismo, è la diffusione della logica emergenziale, specialmente quale strumento derogatorio rispetto al principio di legalità e al fisiologico funzionamento dello spazio istituzionale e giuridico tipico dello Stato di diritto.
La logica emergenzialista, identica nel metodo e cangiante e camaleontica nel merito, ignora le procedure democratiche, poiché l’emergenza non ha il tempo di attendere che la democrazia esplichi le sue procedure formali e sostanziali, così come ignora il principio logico di non-contraddizione.
In tal senso Iannello evidenzia come «durante l’emergenza del SARS-Cov-2 occorreva difendere la società e le vite umane e si chiedeva un pesante sacrificio individuale a detrimento della libertà. Con l’emergenza legata alla guerra in Ucraina la motivazione si è del tutto ribaltata. Questa emergenza è, infatti, sostenuta dall’idea che occorra combattere contro il dispotismo, per la libertà, quindi anche attraverso il sacrificio di vite umane» (pag. 185).
Sia il superamento della sovranità, sia la gestione antidemocratica del potere da parte del mercato, sia le continue pulsioni sociali determinate dalla paura e dal controllo tipici dell’emergenzialismo determinano una inevitabile erosione non soltanto degli spazi di libertà, ma anche una mutazione genetica del liberalismo che tradisce se stesso per servire la pura logica del mercato tanto da non porre più al centro della propria azione l’obiettivo della libertà e della dignità umana, ma del guadagno ottenibile anche al prezzo del sacrificio di queste ultime.
Il libro di Iannello, sicuramente ben più ricco di quanto fin qui sintetizzato, rappresenta una intelligente forma di critica non soltanto all’attuale concezione deviata dell’economia di mercato e della libertà, ma allo stesso odierno costituzionalismo che invece di fissare il perseguimento della propria vocazione, cioè la delimitazione del potere e l’affermazione dei diritti fondamentali della persona, si rende mero strumento di legittimazione formale dei suddetti processi di svuotamento del sistema democratico occidentale e dello stesso Stato di diritto.
Un volume prezioso, dunque, soprattutto per il sonnolento mondo dei giuristi che spesso troppo tardi si rendono conto dei mutamenti messi in essere contro le ragioni della persona e quindi del diritto stesso.
Aldo Rocco Vitale